Una considerazione sullo sciopero di lunedì proclamato durante le vacanze. Apparentemente si tratta di uno sciopero specifico per un problema di stabilizzazione del lavori delle docenti precarie della scuola primaria e dell’infanzia. Quindi è chiaro che la maggioranza dei colleghi e delle colleghe non sa quasi nulla e crede che la cosa non la riguarda. Ma se analizziamo la vicenda (che è partita dalla esclusione illegittima dalle GAE delle persone diplomate magistrali) lo sciopero ha un senso politico: con esso non si reclama solo una soluzione per colleghe-i con un titolo valido, molte delle quali lavorano da anni nella scuola. Si vuole anche manifestare la consapevolezza politica che la sentenza del consiglio di stato (inappellabile non riformabile definitiva e vincolante per qualsiasi tribunale italiano e qualsiasi amministrazione pubblica e assimilabile) è politica. La suprema corte ha smentito se stessa per non riconoscere un diritto, conclamato dalla norma di legge, soltanto perché riguardava centinaia di migliaia di persone diplomate e questo avrebbe creato oggettivamente un caos irresolubile. Il che significa che un organo della magistratura ha operato in vece dell’organo legislativo, il quale in Italia sul reclutamento docenti non è mai riuscito e non riesce a fare norme chiare semplici univoche e a lunga durata. Pensiamo che il concorso 2016 ha provocato centinaia di ricorsi; che le nuove norme sul Fit stanno provocando migliaia di ricorsi per esclusione irragionevole di decine di migliaia di persone dal cosiddetto concorso semplificato. Che è stata emanata una norma capestro secondo cui dopo lo stato può assumere docenti precari senza limiti ma dopo 36 mesi li deve licenziare indipendentemente dal loro operato, per assumerne altre nelle stesse condizioni e doverle rottamare dopo 36 mesi. In questa situazione caotica dove la politica è allo sbando, sono i giudici a dover assumere decisioni politiche. Con decisioni a volte palesemente contradditorie o paradossali.
Pensate soltanto che se applicassimo criteri analoghi a quelli seguiti nella sentenza del consiglio di stato del 21 dicembre, potremmo concludere che siccome i laureati in inglese, psicologia diritto, e scienze politiche sono troppi, il ministero, con il sostegno dei giudici, potrebbe dichiarare che il loro titolo è valido ma non vale nulla. perciò ho sempre sostenuto che la battaglia degli Ata ex enti locali riguardava tutti i dipendenti pubblici e tutti i cittadini e le cittadine italiane.

Andrea Degiorgi