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GLI AVVOLTOI HANNO FAME: il far west della didattica digitale e i suoi sceriffi – di Gian Luigi Deiana

GLI AVVOLTOI HANNO FAME

il far west della didattica digitale e i suoi sceriffi

di Gian Luigi Deiana

 

Pochi giorni di chiusura delle scuole per ragioni di assoluta emergenza sono bastati per scatenare su questa grande e indifesa prateria sociale la campagna di conquista digitale del territorio.

La conduzione di questa gigantesca operazione si avvale, come nella progettazione di estrazioni minerarie, ferrovie e bordelli del leggendario west, di un grande dispiegamento di capitali d’assalto, programmatori, esperti, trafficanti, e soprattutto sceriffi: si vuole che la scuola cada integralmente e letteralmente nella rete, la “rete”.

“Gli avvoltoi hanno fame” è il titolo di un film di Clint Eastwood inteso a costruire un vero e proprio “idealtipo” del carattere insieme utopico e disumano, generoso e avido di quello che appariva allora come il mondo nuovo delle grandi pianure. 

Ma qui non si tratta di un territorio fisico, si tratta del territorio mentale e del farsi della coscienza individuale e collettiva.

E’ nella natura delle cose umane che un territorio fisico sia colonizzato, in quanto ciò almeno in linea di principio comporta il controllo sociale dei mezzi adottati e una dialettica sociale dei “limiti”: la miniera, la ferrovia, il bordello, ecc., ma la colonizzazione del territorio mentale, cioè dei processi educativi e della coscienza comune, non è una grande pianura stesa ai piedi di una panoramica vista da un cavallo: è invece una contraddizione in termini in quanto se una mente viene colonizzata cessa di essere una mente.

La colonizzazione diventa comunque possibile sempre allorquando il “mezzo” diventa esso stesso il “messaggio”, come intuì ormai mezzo secolo fa il primo grande filosofo della comunicazione di massa, tale Marshall Mc Luhan.

Oggi infatti la “rete” detiene manifestamente questo straordinario potere, essere un mezzo, il mezzo onnipotente, che si impone come messaggio essa stessa in forza della propria pretesa di esclusività.

E’ indubbio che la scuola deve potersi giovare della rete in quanto mezzo, ma non può in alcun modo cedere alla pervasività della rete la potestà sul messaggio.

La concorrenza tra i vecchi attori conosciuti, gli insegnanti, ed i nuovi apparati programmati, le piattaforme, è certamente una concorrenza impari, ma la contesa è decisiva su risultato umano del processo.

La più abominevole contraffazione oggi avanzata da chi punta le fiches su questo gioco di conquista, monopolisti xica, allucinati ministri dell’istruzione e sottosegretari d’assalto, professionisti esaltati primi im carriera ecc., consiste che nel mentre che si denuncia la vecchiezza e la noiosità della cosiddetta “lezione frontale” tenuta da un docente davanti a venti allievi, si esalta per contrasto la procace eterna giovinezza della “lezione virtuale” impartita da un centro e fruibile sul proprio schermo.

C’è del vero in questo, a patto che la costruzione del messaggio e la selezione degli elementi molecolari che lo compongono sia concepita come ausiliaria, sia effettuata nei limiti di questa ausiliarietà, sia rinunciabile e soprattutto sia conformata alla funzionalità piuttosto che alla formalizzazione. 

La combinazione fra l’incapacità di autolimitazione, connaturata al mezzo informatico, e la tetragona risoluzione dirigenziale, connaturata alla gerarchia scolastica, verrebbe ad istituire un vero e proprio incesto ideologico e pratico a fondamento della scuola.

Troviamo improvvisamente in campo, infatti, in questi giorni di forzata emegenza, lo scatenamento di una corsa avventata e soprattutto illegittima a “marcare il territorio”.

Una corsa che vede protagonisti numerosissimi Dirigenti Scolastici in veste da sceriffi della leggendaria e cieca febbre dell’oro, con mandante il Ministero dell’Istruzione e le varie Agenzie di “profit” da esso partorite o ad esso collegate.

Questo processo è di lungo corso ed il mondo della scuola, in nome dell’intera società, non può e non deve accettare in alcun modo fatti compiuti.

Il compito degli sceriffi dovrebbe essere proprio l’opposto della crociata sul cui vangelo vuole marciare la più sconfinata colonizzazione di quest’epoca storica: marcare con appositi collari gli avvoltoi, recintare la loro funzione ecologica in apposite riserve, oppure sparare loro addosso con assoluta precisione:

bang!

LA PSICOSI DELLA PSICOSI (il carattere politico di una perversione immortale) di Gian Luigi Deiana

LA  PSICOSI  DELLA  PSICOSI

(il carattere politico di una perversione immortale)

di Gian Luigi Deiana

 

Non dispongo della certezza scientifica sull’effettiva esistenza del famigerato virus diciannove e sulla sua oggettiva pericolosità, so che è una certezza attestata da altri ma tuttavia ne ho una certa convinzione anche io.

Maturando questa convinzione ho anche messo in conto, giorno dopo giorno, la diffusione del suo alone psicotico, che non è mai facile da dissolvere quando si propaga nella forma di un timore collettivo e oscuro.

Il fenomeno della psicosi è subdolo non in quanto è l’effetto di un evento grave, ma in quanto diventa a sua volta la causa di una percezione alterata, la quale può provocare eventi ancora più gravi: si tratta del fenomeno della bugia che si autoavvera, o della paura che replica il fatto. 

La psicosi partorisce una “sproporzione”.

Questa successione è grave poichè innesca a sua volta la reazione inversa, che consiste in un disconoscimento del fatto originario e in una conseguente attribuzione di falsità a tutto il contesto che ne è derivato, anche se questo è reale, in quanto viene fatto apparire come sostanziato dalla psicosi originaria.

E a questo punto si viene a costituire, praticamente dal nulla, la psicosi della psicosi.

La psicosi della psicosi è una psicosi al quadrato, e rispetto alla psicosi popolare semplice è molto più sofisticata in quanto chiama in campo dei veri e propri specialisti politici: leader populisti, giornali di provocazione, opportunisti mediatici, esibizionisti della critica radicale ecc., con tutto il seguito di replicanti social.

Una vera perversione sociale.

La psicosi della psicosi evoca costantemente la pseudoteoria del complotto, laddove ovviamente i perfidi attori del complotto sono il Governo, l’Europa, la globalizzazione, le banche, la Cina, le cavallette ecc..

Le versioni più astruse e le statistiche più fantasiose convergono sul totale disconoscimento degli indirizzi proposti dalle istituzioni sanitarie e delle decisioni intraprese dai governi.

Ed il refrain consueto di tale narrazione sentenzia inevitabilmente che il fine recondito dell’instaurazione dell’emergenza è la sospensione della democrazia, la sperimentazione dello stato di polizia o analoghe conclusioni fantapolitiche.

Questa melassa ha visto curiosamente in sintonia in questi giorni reazionari dichiarati come Matteo Salvini e Vittorio Feltri, frange appassite di sinistra cosparse di dischi rotti, esibizionisti incurabili come Vittorio Sgarbi ecc..

Desta davvero meraviglia l’evoluzione spericolata delle argomentazioni dalle chiassate iniziali contro le prime misure di controllo alle ultime invocazioni alla chiusura totale.

Nel caso di scuola rappresentato da Matteo Salvini, passato in due settimane dal proclama della negazione generale (apriamo tutto) al proclama della proibizione totale (chiudiamo tutto), si muove tutto lo spettro dei fissati del complottismo.

L’uso sregolato dei mezzi di comunicazione social da parte di attori pubblici (leader politici, opinion makers, dischi rotti) instaura, a lato dello stato di emergenza, una propria prerogativa di sciacallaggio generalizzato.

Poichè nei fatti l’evoluzione della situazione è imprevedibile e l’osservazione scientifica è incerta, è nell’ordine delle cose che la rotta intrapresa dalla responsabilità dei governi sia ondivaga e costellata di errori: ma chi ne denuncia complotti contro la democrazia deve essere chiamato a rendere conto di quello che dice.

In tutte le situazioni di crisi la democrazia ha visto travestirsi da propri guardiani i suoi sciacalli.

Quindi è quanto mai necessario essere attivamente consapevoli del fatto che la salute fisica e la democrazia politica sono congiuntamente nelle mani dei cittadini e non devono cadere in ostaggio di opportunisti maniacali: l’alternativa è il caos.

Il caos non è così tanto improbabile quando si instaura uno stato di eccezione 

Vi sono molte maglie fragili nella tenuta dell’organizzazione sociale e due esempi fondamentali sono oggi sotto gli occhi: il sistema sanitario e il sistema carcerario.

Il sistema sanitario, con enormi sforzi, con molti pericolosi strafalcioni e con le prime vittime di trincea, per ora sta tenendo.

Vi traspare tuttavia in tutta la sua vergogna, come in una inclemente resa dei conti, il suo peccato originale, il costo sociale della privatizzazione.

Ma tuttavia sta tenendo poichè abbiamo coscienza che in definitiva è nelle nostre mani.

Il sistema carcerario invece è saltato, senza preavviso e solo per due apparenti ovvietà: la paura della malattia in celle sovraffollate e la sospensione della socialità parentale.

Si contano molti morti ed è di assoluta evidenza, nonostante la censura sulle immagini e sulle informazioni, la sorprendente simultaneità e la pulsione suicida presente nelle rivolte.

Anche qui si materializza, nonostante la triste retrocessione della vicenda a semplice notizia di cronaca, una inclemente resa dei conti: mentre per mesi si è dibattuto a vanvera sulla prescrizione la bomba carceraria, innescata da decine di anni,  era pronta per scoppiare, ed è scoppiata.

Ma a differenza del patrimonio ospedaliero, che la coscienza pubblica rivendica ancora come proprio, il patrimonio carcerario non è rivendicato da nessuno.

Forse è per questo che dalla sua attuale tragedia si leva un esile segnale di cosa può essere il caos quando, nella disabitudine alla responsabilità individuale si instaura, anche solo per la necessità delle cose, lo stato di eccezione.

chiusura temporanea sedi COBAS in Sardegna

chiusura temporanea delle

sedi COBAS in Sardegna

 

A seguito dell’emergenza sanitaria e delle disposizioni emanate dal Governo Italiano, in particolare i DPCM del 8 marzo 2020 e 9 marzo 2020, comunichiamo che le sedi dei COBAS Scuola Sardegna di Cagliari, Nuoro, Olbia, Oristano e Sassari da oggi 10 marzo 2020 saranno CHIUSE fino a nuova comunicazione.

Saremo comunque raggiungibili a mezzo mail, con gli indirizzi di posta elettronica delle diverse sedi COBAS, ed ai diversi numeri di telefono delle sedi territoriali nei normali orari di apertura (anche il numero di rete fissa della sede di Cagliari sarà attivo con deviazione di chiamata).

Alleghiamo di seguito il file dove potrete visualizzare tutti i numeri telefonici e gli orari dei COBAS Scuola Sardegna.

Un saluto a tutte/i

per i COBAS Scuola Sardegna – Nicola Giua

COBAS Scuola Sardegna – recapiti sedi e orari apertura                                                                                                                   

IL RITORNO DEL SANTO un amico d’infanzia in tempo di virus – di Gian Luigi Deiana

IL RITORNO DEL SANTO
un amico d’infanzia in tempo di virus

di Gian Luigi Deiana

 

Ai bei tempi le strade non erano fatte per le automobili e il gioco connaturato a tutti i bambini era andare in giro.

Mamme, Nonne e Zie recitavano la parte seriosa dicendoti di non allontanarti e di ricordarti di tornare, ma si capiva benissimo che auspicavano che te ne stessi fuori dai piedi almeno fino alle campane dell’Ave Maria.

Ooi quando alla sera tornavi, con nuovi lividi addosso fra graffi di rovi, crosticine di sangue secco e fanghiglia nelle scarpe sbucciate, tutte quante intercalavano il suono dell’Angelus con la litania domestica di ogni sera: “pon’ in mente a santu setzindomo” ((ubbidisci a santostàcasa)).

Santusetzindomo è stato sempre un vero amico e un vero santo protettore, il più importante di tutti i santi: era la garanzia evangelica del fatto che il giorno dopo saresti potuto andare in giro di nuovo.

nessuna competizione tra diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio – estratto dalla autorevole rivista Evidence

Nessuna competizione tra diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio – estratto dalla autorevole rivista Evidence

 

Di seguito un estratto dalla autorevole rivista Evidence sul tema dell’efficacia della chiusura / sospensione delle attività didattiche nelle scuole nel contrasto delle epidemie influenzali.

La rivista esamina scientificamente i risultati di precedenti studi epidemiologici, mettendo in evidenza tutte le incertezze sul tema. 

Tuttavia tra i dubbi e le incertezze scientifiche di scienziati ed epidemiologici di livello internazionale su un fenomeno così nuovo nelle sue proporzioni globali e le certezze granitiche di chi nella vita ha sempre fatto altro ed ora si improvvisa “Infettivologo de noantri” noi preferiamo le riflessioni dei primi. 

Le scuole sono state chiuse o ne sono state interrotte le attività didattiche come in Italia, in altri 12 Paesi. 

A questi vanno aggiunti altri nove Paesi che hanno adottato restrizioni locali.

Crediamo, dunque in buona compagnia che, nella confusione generale che pervade il Paese, ogni misura volta a prevenire e ridurre i danni nefasti di questa calamità sanitaria, sia preferibile ad ogni spocchiosa analisi politico-economica che si preoccupa del calo dell’attività turistica in Italia. 

Rifiutiamo ogni tentativo di volere mettere in competizione diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio. 

Questi sacrosanti diritti costituzionali vanno tutti garantiti con misure appropriate e ponderate.

Se necessario esse andrebbero coerentemente estese ad altri settori del vivere sociale (vedi supermercati) e non certo ridotte in nome del Pil.

 

per i COBAS Scuola Sardegna

Giancarlo Della Corte   

 

Editoriale Evidence su Coronavirus e chiusura scuole – COBAS Scuola Sardegna 

 

 

nuova nota MIUR su servizio ATA n. 323 del 10 marzo 2020 – nota dei COBAS Scuola Sardegna ai DS Istituti Scolastici Sardegna su presenza in servizio personale ATA

Nuova nota su servizio ATA

Oggi, 10 marzo 2020, il MIUR ha emesso una nuova nota, prot. n. 323, con istruzioni operative sul servizio del personale ATA indirizzata ai Dirigenti Scolastici che non avessero ancora capito come andava interpretata (bastava leggerla) la precedente nota dell’8 marzo, prot. n. 279.

Viene confermata la possibilità del lavoro flessibile, agile o a distanza per amministrativi e tecnici e si dispone, per i collaboratori/trici scolastici, esclusivamente la presenza delle unità  quali CONTINGENTI MINIMI previsti come servizi essenziali.

Quindi dovranno prestare servizio solo pochissime unità (1, 2?) di collaboratrici/tori scolastici a turno e le/gli altre/i possono essere esentati dal servizio senza che debba essere recuperato alcunché (né ferie da prendere né recuperi).

Si prevede soltanto che vengano presi giorni di ferie da parte di coloro che avevano ancora ferie non godute da fruire entro il 30 aprile e relative all’anno scolastico 2018/2019.
Gli articoli citati del codice civile sono relativi all’impossibilità della prestazione e vengono normalmente utilizzati anche quando si prevede la chiusura delle scuole con ordinanza per neve o altro.

Speriamo che sia la volta buona.

 

per i COBAS Scuola Sardegna

Nicola Giua

 

Nota-prot.-323-del-10-03-2020

 

Al MIUR hanno finalmente compreso che il DIRITTO

alla SALUTE ricomprende anche il personale ATA

Alleghiamo una nota dei COBAS Scuola Sardegna, inviata ai Dirigenti Scolastici degli Istituti Scolastici della Sardegna, sui contingenti di presenza in servizio del personale ATA.

Si allega, altresì, la nota MIUR, prot. n. 279 dell’8 marzo 2020, il DPCM dell’8 marzo 2020 e la nota MIUR del 6 marzo 2020, prot. n. 278.

Cordiali saluti

per i COBAS Scuola Sardegna – Nicola Giua

 

nota dei COBAS Scuola Sardegna ai DS Istituti Scolastici Sardegna su presenza in servizio personale ATA – 09-03-2020

 

nota MIUR 8 marzo 2020 prot. n. 279

 

DPCM 8 marzo 2020

 

MIUR nota prot. 278 del 6 marzo 2020

VIRUS IN CATHEDRA LA SCUOLA: amici, nemici e fattucchieri del polmone della società – di Gian Luigi Deiana

VIRUS IN CATHEDRA
LA SCUOLA: amici, nemici e fattucchieri del polmone della società

di Gian Luigi Deiana

 

La scuola è proprio come il respiro.

Funziona senza che ci si pensi, ma ovviamente si è costretti a pensarci quando qualcosa non va: affanno, tosse convulsa o addirittura polmonite.

È quindi curioso che sia proprio una epidemia polmonare, capace di mettere in quarantena migliaia di persone, ad imporre la quarantena anche al grande polmone col quale l’intero corpo sociale respira ogni giorno.

A dire il vero la scuola non è mai pensata nella sua complessiva funzione respiratoria, attraverso la quale la società intera ed ogni sua singola cellula si ossigena e vive.

È pensata piuttosto per qualche sua funzione specifica, per esempio l’organizzazione didattica, o per qualche specifico intervento, per esempio un orientamento ministeriale, ma l’emergenza virus ne ha determinato appunto la quarantena, e con la quarantena della scuola è diventata palpabile la sospensione generale di tutta la tempistica e di tutta la logistica della vita quotidiana di tutti e di ciascuno.

Ancor più curiosamente questo evento così raro è stato anticipato solo di pochi giorni proprio da due interessamenti inattesi quanto rari, uno sul versante mediatico e uno sul versante governativo: il primo è stato offerto dall’inchiesta della trasmissione televisiva “Presa Diretta”, condotta da Riccardo Iacona, e riguarda appunto l’asserita necessità di una trasformazione radicale della didattica.

Il secondo è offerto invece dall’entrata in scena della nuova sottosegretaria al Ministero dell’Istruzione, Anna Ascani, e riguarda il rilancio a testa bassa delle politiche del PD in materia di “modernizzazione” del sistema scolastico.

Il virus covid 19 a sua volta è sopraggiunto senza preavviso, ed è stato quindi il terzo ospite in pochi giorni a bussare alle porte della scuola italiana e a sondarne il respiro: in modo peraltro originale in quanto, buttandola in quarantena, ha rivelato come alunni e insegnanti per primi non riescono a fare a meno della vita di scuola (la vita, non semplicemente la tecnica didattica o i protocolli modernizzatori), neppure in condizione di black out, cancelli sbarrati e sospensioni di calendario.

Questa formidabile successione, un’inchiesta autorevole per l’opinione pubblica, una rivendicazione governativa di partito e un’irruzione epidemica a tappeto, offre ancor più curiosamente una triangolarità di giudizio su chi siano davvero per il polmone della società gli amici, i nemici e i fattucchieri: nell’ordine il covid 19, la sottosegretaria Ascani, e il conduttore Iacona.

Cominciamo quindi dai fattucchieri, cioè i media di grande ascolto e nel caso specifico l’autrice dell’inchiesta intitolata “cambiamo la scuola”, Sabrina Giannini, e lo stesso conduttore della trasmissione.

Il conduttore in capo, cioè Riccardo Iacona, autorevole esploratore delle grandi contraddizioni sociali, aveva lanciato da giorni l’inchiesta sulla didattica con l’annuncio di una vera e propria rivoluzione copernicana: mettere al centro del lavoro pedagogico la motivazione soggettiva degli studenti, cioè il soggetto reale. Purtroppo però il contenuto della trasmissione si è materializzato in una apologetica del digitale come fonte della didattica e in una apologetica dei quiz come assise suprema della valutazione.

Ocse, Invalsi ed internet sono stati proposti tout court come la “centralità del soggetto”, con l’ausilio di comparazioni bislacche (quale il raffronto con il modello finlandese) e letture falsate dei dati statistici disponibili ( secondo cui gli studenti italiani sarebbero praticamente ultimi).

La riprova di queste tesi è affidata proprio al direttore dell’Invalsi da un lato e ai pilastri di cemento armato della burocrazia scolastica, i dirigenti, cioè proprio le figure feudali dell’intero sistema.

Sul banco degli accusati ci sono gli insegnanti, colpevoli di “lezione frontale”, ma a nessun insegnante è stata data la parola in merito a questa imputazione. La colpa della “lezione frontale” a sua volta è attribuita grossolanamente a una riforma scolastica di cento anni fa, la famigerata riforma Gentile, additata falsamente come l’ultima in ordine di tempo e con ciò omettendo volutamente importanti indirizzi propriamente riformatori quale in particolare quello del 1974.

Si additano i tempi gloriosi nei quali la scuola italiana produceva cervelli da primato nei campi della cultura, come se questi risultati fossero eccezioni e non frutto di una dignitosa tradizione anche di lezione frontale.

La conclusione è che la conclamata rivoluzione copernicana che incentrerebbe la scuola sul soggetto si rivela in realtà l’elogio piatto della lunga controriforma in atto in essa da oltre vent’anni, rigorosamente organica ai caratteri della seconda repubblica e propriamente reazionaria in quanto irrigidisce della stessa riforma Gentile gli aspetti più autoritari e più corporativi: l’invadenza asfissiante di orpelli burocratici nella pianificazione e nella pratica quotidiana, l’ introduzione costrittiva e ottusa di strumenti pseudoinnovativi quali oggi i test e i formalismi digitali, ed infine la vera centralità e la vera zavorra del sistema: il ruolo monocratico della dirigenza.

Knfortuni come questi non sono affatto rari nel giornalismo d’inchiesta: un precedente esemplare fu offerto alcuni anni fa da Milena Gabbanelli in una puntata di “Report”.

Supponendo che questi professionisti, che godono di ampia e meritata stima, siano comunque frutto loro stessi delle antiquate lezioni frontali e degli anacronismi della scuola italiana, viene da chiedersi se ascrivono solo a se stessi i lati meritevoli della propria biografia e se ciò li autorizza a ripudiare il piatto che li ha nutriti: oppure, il che è più probabile, che siano anch’essi finiti comodamente nel coro.

Il coro è quello che ha il monopolio della canzone. La voce solista cambia di volta in volta ma per lunghi periodi è la canzone quella che non cambia: se dunque dobbiamo individuare “i nemici” del polmone sociale dobbiamo andare oltre le esibizioni dei singoli fattucchieri nei cori e nei controcori e mettere in fila i singoli compositori e direttori d’orchestra. Dobbiamo cioè circoscrivere cronologicamente e politicamente una stagione di governo, poichè lì è il nemico e si tratta specificamente di tutto l’arco temporale della cosiddetta seconda repubblica.

Oggi la voce solista, nonostante la titolarità del ministero dell’istruzione sia un’altra, si chiama per la cronaca Anna Ascani; questa new entry ha ritenuto opportuno dedicare la sua prima uscita pubblica, solo una decina di giorni fa, alla riproposizione dell’ippodromo scolastico del governo Renzi, in cui i cavalli di battaglia sono ancora una volta l’invalsi, la didattica dei test, la piattaforma digitale ecc.: in sintesi, uccidere la didattica frontale in favore della mitologia piattaformesca.

Ma attenzione: si tratta di una canzone, e cioè di una “ideologia” nel senso scolasticamente più deteriore, vecchia di più di vent’anni.

In realtà, nonostante alternanze di governo e capitomboli politici, questa canzone è rimasta assolutamente invariata da Luigi Berlinguer a Letizia Moratti, da Mariastella Gelmini a Stefania Giannini, e in ultimo negli sguaiati solismi sottosegretariali di Davide Faraone ed Anna Ascani.

Il fatto che in questo ambito di potere, di amministrazione e di pulsione al controllo ideologico non vi sia variazione alcuna, in anni in cui persino la bimillenaria chiesa cattolica qualche ripensamento lo ha avuto, significa solamente che in questo campo il cane non molla l’osso, o che il preteso padrone necessita di controllare il respiro della sua bestia.

Ma anche la scuola reale non molla, respira a suo modo tutti i giorni quando nessuno ne parla, lo fa nella sua dispersione molecolare scuola per scuola e casa per casa.

Lo fa nella vita frontale, rispetto alla quale la traduzione burocratica o la trasfigurazione televisiva inducono sconcerto e pena: e tutto questo è stato reso chiaro, inaspettatamente, proprio dalla furia del demonietto noto come covid 19 e dalla istintiva e solidale contromisura di tutte le cellule reali del polmone della società.

Se non si ingessa l’emergenza con nuove e aggiuntive formalizzazioni paranoiche, la lezione continuerà in tutti i modi possibili, fino a quando non potrà tornare alla sua naturale frontalità ancora di nuovo.

The school must go on

I COBAS Scuola SARDEGNA condividono la decisione di sospendere le attività didattiche negli Istituti Scolastici

I COBAS Scuola SARDEGNA condividono la decisione di sospendere le attività didattiche negli Istituti Scolastici.

Su la Tecnica della Scuola ieri, 6 marzo, è stata data notizia di un comunicato dei COBAS con il quale si afferma che la sospensione delle attività didattiche di questi giorni sarebbe un attacco al diritto all’istruzione.

Ricordiamo, anche alla testata giornalistica, che il comunicato di cui si discute è dei Cobas Scuola (Cobas comitati di base della scuola) e non dei COBAS tout court.

Infatti, i COBAS Scuola Sardegna (organizzazione indipendente che organizza la stragrande maggioranza di Docenti e Ata COBAS nelle scuole della Sardegna) sono favorevoli alla sospensione delle attività didattiche disposta dal Governo in relazione al pericolo epidemiologico in atto ed in ragione di un opportuno principio di precauzione.

Inoltriamo di seguito il link all’articolo di ieri pubblicato su La Tecnica della Scuola.

per i COBAS Scuola Sardegna
Nicola Giua

https://www.facebook.com/187465577947087/posts/3453248011368811/

COBAS Scuola Sardegna a DS su DPCM 4 marzo 2020. Sospensione delle Attività Didattiche e obblighi del personale Docente e Ata.  Assolvimento delle raccomandazioni di misure igienico sanitarie. 

Sospensione delle Attività Didattiche e obblighi del personale Docente e Ata. Assolvimento delle raccomandazioni di misure igienico sanitarie.

La scrivente Organizzazione Sindacale COBAS Scuola Sardegna, ha preso atto che il Decreto del Consiglio dei Ministri (DPCM del 4 marzo 2020), per le Istituzioni Scolastiche, prevede la SOSPENSIONE delle ATTIVITA’ DIDATTICHE da oggi 5 marzo 2020 fino al giorno 15 marzo 2020.

In particolare, l’art. 1, comma 1, lettera d) del DPCM del 4 marzo 2020 prevede espressamente quanto segue:

“…limitatamente al periodo intercorrente dal giorno successivo a quello di efficacia del presente decreto e fino al 15 marzo 2020, sono sospesi i servizi educativi per l’infanzia di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65 e le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè la frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica, di corsi professionali, master e università per anziano, ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza;…”.

La sospensione delle attività didattiche prevede che siano sospese le lezioni e tutte le altre attività, già programmate o meno e quindi anche riunioni di organi collegiali, se non possono essere garantite le prescrizioni previste nello stesso decreto. Le/gli insegnanti non hanno alcun obbligo di presenza a scuola e potranno essere chiamati a partecipare a riunioni programmate nel piano delle attività (Collegi Docenti, Consigli di Classe, etc., …) solo se potranno essere garantite le misure igienico sanitarie previste ed allegate allo stesso DPCM del 4 marzo 2020.

Tali misure dovranno espressamente essere garantite dalle/dai Dirigenti Scolastici poiché in difetto riteniamo che anche tutte le riunioni dovranno essere rinviate.

Per il personale Ata è previsto il normale servizio perchè il Consiglio dei Ministri non ha deciso la CHIUSURA delle scuole ma solo la Sospensione delle Attività Didattiche come, invece, ha fatto nei giorni scorsi in tutti gli Istituti Scolastici italiani della cosiddetta zona rossa di infezione del coronavirus COVID – 19. 

Auspichiamo e pretenderemo che per tutto il personale che dovrà recarsi nei posti di lavoro siano garantite le misure igienico sanitarie previste dallo stesso decreto (sotto la personale responsabilità dei Dirigenti Scolastici), e non si comprende, comunque, per quale ragione il personale Ata debba recarsi al lavoro (e rischiare, quindi, il contagio anche se in maniera più limitata), e non sia stata, invece, prevista la chiusura delle scuole ma la mera sospensione delle attività didattiche.

Il DPCM del 4 marzo 2020 conferma, inoltre, la sospensione delle visite e uscite didattiche e dei viaggi di istruzione e prevede che “i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità“.

L’applicazione di questo decreto già da oggi sta provocando svariati problemi anche per le fantasiose interpretazioni di taluni.

Già ieri sera ha provocato sconcerto l’affermazione del segretario generale della CGIL Landini che, all’uscita dall’incontro con il Governo ha dichiarato testualmente che “insegnanti e amministrativi in questi giorni devono andare a scuola, non è che debbono stare a casa“.

La dichiarazione è priva di alcun senso perchè è, invece, notorio che nei periodi di sospensione delle attività didattiche le/gli insegnanti non sono tenute/i a svolgere alcun servizio se non attività collegiali già programmate che, vista la particolarità della situazione, come già affermato, potrebbero / dovrebbero essere rinviate.

Inoltre, alcune testate on line che si occupano di scuola (come la Tecnica della Scuola e Orizzonte Scuola), hanno pubblicato alcuni interventi che non sono condivisibili ed aumentano a dismisura l’incertezza di cosa si debba o si possa fare in questo momento particolare.

Infatti, su Tecnica della Scuola (in un articolo che parla delle improvvide dichiarazioni di Landini, si afferma, tra l’altro, quanto segue:

se in una giornata di interruzione è prevista una seduta del collegio dei docenti o di un altro organo collegiale, la riunione si svolge regolarmente. Ma è anche possibile che i docenti vengano convocati per un incontro urgente, magari legato proprio alla gestione dell’emergenza o del rientro a scuola degli alunni. Anche in questo caso esiste un obbligo di partecipazione“.

La testata Orizzonte Scuola, invece, pubblica un pezzo titolato “Coronavirus, didattica a distanza obbligatoria e senza parere organi collegiali. Docenti al lavoro” e afferma quanto segue: “Coronavirus: con la sospensione delle attività didattiche in tutte le scuole d’Italia, l’attivazione della didattica a distanza diventa obbligatoria”.

E aggiunge anche che nel testo definitivo del DPCM è stata cambiata la precedente formulazione che prevedeva per l’attivazione della didattica a distanza il parere del Collegio Docenti e che quindi:

“La nuova misura dunque:

  • non prevede più il coinvolgimento degli organi collegiali;

  • non prevede più la facoltà ma l’obbligo per i dirigenti di attivare la didattica a distanza.

In definitiva, i dirigenti attivano modalità di didattica a distanza, avendo riguardo alle esigenze degli studenti con disabilità, e non hanno l’obbligo di sentire gli organi collegiali”.

Secondo la normativa vigente entrambe le affermazioni devono essere contestualizzate e contestate.

Premettiamo, come già richiamato, che le/gli insegnanti NON hanno alcun obbligo di essere presenti a scuola nei giorni di sospensione delle attività didattiche.

E’ chiaro, altresì, che le attività collegiali previste nel Piano delle Attività possono essere confermate (Collegi Docenti, Consigli di Classe, etc.), ma soltanto ed esclusivamente se i Dirigenti Scolastici si assumono la responsabilità di garantire le prescrizioni delle misure igienico sanitarie previste e allegate allo stesso DPCM (per esempio: distanza interpersonale di almeno un metro tra le diverse persone, garantire la pulizia di tutte le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol, etc.).

Per quanto concerne, invece, l’apodittico obbligo di formazione a distanza, e che tale obbligo investa il personale docente, ci pare che si tratti di un vero e proprio abbaglio.

Infatti, il DPCM afferma che i dirigenti scolastici attivano le modalità di didattica a distanza ma questo non vuol dire che le/gli insegnanti siano obbligate/i a svolgere tali attività nè a scuola e men che meno nelle proprie abitazioni.

La norma prevede esclusivamente che i dirigenti scolastici facciano quanto è in loro potere per attivare queste modalità ma ciò non vuol dire che le/gli insegnanti siano obbligate/i a prestare servizio in tal senso perchè queste attività non sono contrattualmente previste.

Le lezioni organizzate con tali modalità potranno quindi essere organizzate ma, come afferma anche il presidente dell’ANP del Lazio Rusconi in un’intervista a Tecnica della Scuola, le/i docenti non possono essere obbligate/i a svolgerle perchè questo tipo di impegno potrà essere attivato solo volontariamente.

E’ altresì chiaro che sono totalmente prive di alcuna base normativa le fantasiose indicazioni di taluni dirigenti scolastici che in queste ore stanno chiedendo alle/ai docenti di recarsi a scuola per organizzare attività di didattica a distanza o, addirittura, che chiedono alle/agli insegnanti di svolgerle dal proprio domicilio e, quindi, con propri mezzi informatici ed a proprie spese. 

In conclusione, quindi, si chiede a tutte/i le/i Dirigenti Scolastici di attenersi scrupolosamente alla normativa vigente la quale non prevede la mera presenza delle/degli insegnanti a scuola quando le attività didattiche sono sospese, né prevede che possano essere confermate riunioni di organi collegiali senza la garanzia dell’assolvimento delle misure igienico sanitarie (assolvimento che dovrà essere dichiarato sotto la propria personale responsabilità dai singoli Dirigenti Scolastici anche per il personale Ata in servizio), così come non prevede alcun OBBLIGO da parte delle/degli insegnanti di svolgere attività di didattica a distanza né a scuola e men che mai dalle proprie abitazioni.

 

Si porgono cordiali saluti.

per i COBAS Scuola Sardegna – Nicola Giua

 

nota dei COBAS Scuola Sardegna ai DS Istituti Scolastici Sardegna su DPCM 4 marzo 2020 e obblighi del personale nota dei COBAS Scuola Sardegna ai DS Istituti Scolastici Sardegna su DPCM 4 marzo 2020 e obblighi del personale

 

DPCM 4 MARZO 2020 – sospensione attività didattiche e altro

TARGET: sociologia di un virus – di Gian Luigi Deiana

TARGET: sociologia di un virus

di Gian Luigi Deiana

 

Poichè il demonietto è in giro da due mesi siamo ormai quasi in grado di azzardare riscontri significativi sulle sue preferenze ambientali e sulle sue frequentazioni sociali.

Un virus presenta sempre una sociologia, che è definita in genere dal suo campo di caccia e che corrisponde solitamente alle classi povere, abitanti in ambienti ad alta densità, caratterizzate da bassa difesa igienica e sanitaria e da promiscuità o prossimità con vettori animali.

E invece, sorpresa.

Il cosiddetto Corona Virus ama viaggiare in aereo e in crociera, allertare le superpolizie, invadere i tam tam mediatici in un modo propriamente “virale” come mai si era visto finora, mobilitare protezioni civili e persino grandi accigliati filosofi e incasinare ospedali, farmacie e scaffali dei market: un vero furbacchione.

Esso si avvantaggia inoltre di una sua insospettabile perfidia: induce tutti quanti a parlare, me compreso, e soprattutto a straparlare con l’erratissima convinzione di dire cose intelligenti.

Con questa subdola tecnica di corrosione mentale è riuscito in men che non si dica a dividere gli intelligenti in due fronti conttapposti: gli apocalittici, che sono portati a sfogarsi svuotando i market e a proteggersi picchiando cinesi inermi o immigrati purchessìa, e i negazionisti, che si sfogano denunciando piani securitari generalizzati e che asseriscono di avere per certo che vi sia alla base un progetto di militarizzazione della società.

Insomma il virus coronato si diverte a far venire a galla sedimenti mentali mille volte più ammorbanti di quanto lo siano i danni reali che provoca nei polmoni.

Esordisce in Cina in un grande bacino idrografico che è anche un grande bacino industriale, laddove viene fronteggiato con una opzione di protezione totale, o più brutalmente di quarantena totalitaria.

Insorge qui il primo problema teorico e pratico, quello sulle opzioni raccomandabili nel caso di una emergenza di massa: ai due estremi, l’opzione totalitaria, rispondente al costume comunitario cinese, e l’opzione fai da te, rispondente all’individualismo borghese italiano.

Si può certamente supporre che in definitiva l’imputato attuale non è poi così pericoloso, tuttavia la sua scorreria planetaria è rivelatrice di cosa si sarebbe capaci e di cosa incapaci nel caso di una reale emergenza totale: quanto capaci di irresponsabilità e sciacallaggio, e quanto incapaci di reponsabilità sociale e cura reciproca.

L’anteprima cinese evidenzia da un lato l’incubo di una epidemia di portata ignota in un ambiente metropolitano sovrappopolato, e dall’altro la sperimentazione dell’autoquarantena generalizzata.

Penso che tutti i negazionisti, gli scettici e i complottisti dovrebbero semplicemente argomentare se vi era o non vi era necessità di procedere così.

Ho anche il sospetto che molti tra questi, per esempio i sostenitori patologici della tesi della speculazione farmaceutica, plaudiscano alla linea emergenziale in Cina tanto quanto aborrono la linea emergenziale in Italia; è difficile da capire, ma siamo fatti così.

Spalancata la scena cinese, ovviamente gli apocalittici davano per certa una mondializzazione dell’infezione attraverso l’Asia, i paesi Arabi, l’Africa e l’America latina, con ovvia preferenza per le sconce periferie metropolitane e per le sterminate popolazioni contadine, e con ciò l’occasione data dalla provvidenza alla parte sana del genere umano, urbana, bianca e occidentale, per blindare tutto una volta per tutte.

Invece la provvidenza questa volta ha dato di testa: si è messa d’accordo col corona virus e ne ha miniaturizzato il terreno di caccia tra Lombardia e Veneto.

La Brianza è diventata per qualche settimana la nostra piccola Cina e un po’ il nostro piccolo Yang Tze, e luogo accertato di incubazione, contagio ed export aereo e di alta velocità sulle grandi capitali europee.

Ci sono intere redazioni alla caccia disperata di prove di presenza del virus in Congo o in Algeria, ma non c’è niente da fare, al demonietto piace più di tutto la Lombardia.

Sarebbe stato logico se un maestro di Palermo  in servizio a Cremona fosse stato imputabile come paziente zero nell’epidemia lombarda, meglio ancora se fosse stato un pizzaiolo napoletano, o un carpentiere romano o uno studente barese, e invece è avvenuto esattamente il contrario: il virus viaggia in aereo e in crociera e ama un abbigliamento consono al turismo e agli affari.

La controprova asiatica non è a Bangkok o a Bangalore o Calcutta, ma in seno alle mirabolanti classi medie della Corea del Sud e del Giappone: una specie di quarantena del sol levante e di umiliazione del toyotismo, cioè un ossimoro astronomico.

Resta da fare l’identikit di chi svuota gli scaffali dei market o di chi triplica i prezzi delle mascherine: chi è abituato a non farsi la cena e non sa come fare una frittata qualsiasi, come può mai reagire se entra nella paranoia di dover evitare bar e ristoranti e deve provvedere da sè per un tempo imprecisato?

Anche da questo punto di vista la sociologia è implacabile: uno studente di Bari o una madre di famiglia originaria di Crotone o di Marrakesh non hanno bisogno di garantirsi dispense di commestibili per affrontare la situazione, anche perchè non dispongono dei soldi per poterlo fare.

Tanto meno gli scaffali rappresentano una necessità irrimediabile nei paesi e nelle cittadine di matrice contadina.

Dal punto di vista del costume, il corona virus ha messo in mutande la borghesia reale, tanto quanto ne ha messo in mascherina il pregiudizio razziale scatenato per anni fino ad oggi.

Salvo per le prerogative storiche della legge del contrappasso: è contro i blindatori che oggi si evoca da ogni parte l’opportunità della blindatura.

Fa un certo effetto venire a sapere che le autorità bulgare o quelle elvetiche o francesi o addirittura cinesi innalzano il cordone sanitario contro il lombardo-veneto, per di più facendone pagare il prezzo all’economia turistica del resto del paese.  

Che virus birbante.

Come disciplinare una società dopo averla “influenzata” – di Marco Bersani

#Coronavirus o lezione di pedagogia 
disciplinare di massa?

Come disciplinare una società
dopo averla “influenzata”.
di Marco Bersani

 

L’incredibile sproporzione tra il problema che si sta affrontando – la scoperta e la diffusione del Coronavirus – e le misure intraprese – lo stato d’eccezione applicato in alcune regioni e tendenzialmente all’intero Paese – rivela qualcosa di molto profondo sulle dinamiche sociali e di potere che stanno attraversando una società come quella italiana, sfinita da tre decenni di cultura politica neoliberale, che, oltre a peggiorarne pesantemente le condizioni di vita, ne ha polverizzato ogni legame sociale.

E, sebbene questa situazione presenti anche paradossi disvelanti – il virus è arrivato via aereo con la cravatta dell’uomo d’affari, non via mare con gli abiti sdruciti del migrante – e qualche volta persino divertenti – a quando il primo barcone di industriali del nordest che cercherà di entrare in Romania e, respinto, verrà soccorso dalla prima ong leghista con Salvini al timone? – ciò su cui occorre porre l’attenzione sono almeno due aspetti inquietanti.

Il primo riguarda il potere e le vette di disciplinamento sociale che sta sperimentando. Foucault diceva che le misure a suo tempo prese per contrastare la lebbra e la peste costruivano due forme di potere differenti e complementari con un unico scopo: quello di controllare la società.

E se le misure prese per contrastare la lebbra si basavano sul rigetto, l’esclusione sociale e l’abbandono degli ammalati al loro destino, con l’obiettivo di salvaguardare la società dagli stessi e di perseguire il sogno della comunità pura, le misure prese per contrastare la peste si basavano sul rigidissimo controllo e sulla ripartizione ossessiva degli individui, che venivano differenziati, incasellati e normati, con l’obiettivo di governare meticolosamente la società e di perseguire il sogno della comunità disciplinata.

Scriveva Foucault al proposito “Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito fra i vivi, gli ammalati, i morti, tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare”.

L’analogia con quanto sta accadendo in questi giorni è impressionante, ma diventa inquietante se lo si paragona con la “minaccia” che incombe: non siamo in presenza della lebbra, né della peste, bensì di un virus del raffreddore, ovviamente da non sottovalutare in quanto nuovo e per il quale nessuno ha di conseguenza sviluppato gli anticorpi, ma che per virulenza e mortalità, ha una pericolosità estremamente limitata.

Sembra evidente come le misure intraprese per contrastarlo non rispondano ad un’esigenza di salute pubblica, ma ad una lezione di pedagogia disciplinare di massa.
Da diversi punti di vista.

Il primo dei quali riguarda i soggetti: mentre è chiaro come la categoria veramente a rischio sia quella degli anziani con patologie pregresse, tutte le misure sono principalmente rivolte ai bambini, ai giovani e agli adulti.

Il secondo riguarda gli spazi: nelle zone prive di focolai sono salvaguardati i luoghi della produttività di bambini e adulti, che devono andare in classe e sul luogo di lavoro, ma non possono fare nient’altro, essendo vietati tutti gli spazi della curiosità, dell’incontro, dell’arricchimento culturale e spirituale, della socialità.

Il terzo riguarda i tempi: la chiusura alle 18 dei locali a Milano, a meno di immaginare ascendenze vampiresche del Coronavirus, sembra un plateale invito all’autoisolamento nel panico individuale, dopo aver comunque dato il proprio contributo al Pil della nazione.

L’apogeo è stato raggiunto dalla Regione Marche che, pur in assenza di qualsiasi focolaio, nonché di qualsiasi persona ammalata, ha chiuso tutte le scuole e proibito tutte le attività di incontro, fino a farsi impugnare il provvedimento dal governo, che ora dovrà spiegare al solerte governatore come, affinché la pedagogia disciplinare funzioni, serve almeno una parvenza di shock (che so, un malato), altrimenti il re viene visto nudo da tutti.

Questo ci porta al secondo aspetto inquietante di tutta questa vicenda.
E riguarda la società e la sua passività.
Com’è infatti possibile che tutto questo avvenga senza alcun sussulto sociale, che non siano le battute ironiche che viaggiano via social?
Come mai, da un lato all’altro della penisola, si fa incetta di amuchina indipendentemente dal rischio reale?
Perché abbiamo accettato di trasformare le maschere di carnevale, allegre, variopinte e reciprocamente comunicanti, con mascherine tristi e monocolore con le quali transitiamo su autobus e metropolitane, comunicando tensione ed ostilità?

C’è qualcosa di molto profondo che sta emergendo in questi giorni, al punto da aver quasi ammutolito personaggi come Salvini di fronte allo stupore di un sogno, per quanto a sua insaputa, realizzato: un popolo che vive di paura e che si fa disciplinare. Addirittura grato al potere di aver finalmente identificato un nemico reale e di aver dato un nome ad un’angoscia da insicurezza che era divenuta insopportabile.

Non si tratta di proporre eccentriche violazioni ai divieti imposti o velleitarie chiamate all’esodo da questa situazione paradossale: si tratta di iniziare a interrogarci tutte e tutti assieme se e per quanto tempo continueremo a consegnare le nostre esistenze e la loro dignità a chi, una volta utilizzando la trappola del debito per respingere ogni rivendicazione di diritti e l’altra utilizzando un’epidemia per disciplinare l’intera società, ci chiede di interiorizzare la solitudine competitiva come unico orizzonte esistenziale.

COBAS Scuola Sardegna indizione SCIOPERO Scuola in Sardegna 6-7 maggio 2020

SCIOPERO di due giorni delle Scuole
in Sardegna il 6 e 7 maggio 2020

 

Comunichiamo che i COBAS Scuola Sardegna hanno indetto due giorni di SCIOPERO delle SCUOLE della SARDEGNA per il 6 e 7 maggio 2020, nei primi giorni dei quiz Invalsi nelle scuole elementari (giornate di quiz anche per le classi seconde delle superiori), per tutto il personale Docente, Educativo, Ata e Dirigente degli Istituti di ogni ordine e grado.

 

per i COBAS Scuola Sardegna
Nicola Giua

 

Formale indizione nel link seguente

indizione SCIOPERO Scuola Regione Sardegna 6-7 maggio 2020 COBAS Scuola Sardegna

Lo SCHIANTO di AIR ITALY – le ragioni dell’esperto aeronautico Gaetano Intrieri

L’esperto del settore aeronautico, Gaetano Intrieri, spiega le ragioni dello “schianto” di Air Italy.

Viene da chiedersi: dove stavano i Governanti della Regione Sarda mentre avveniva questo disastro?

Erano impegnati a distruggere la sanità Sarda con i Qatarioti nell’altra geniale operazione del Mater Olbia?

Nicola Giua – COBAS Scuola Sardegna

 

“La liquidazione di Air Italy e il ruolo di Qatar Airways. L’intervento di Gaetano Intrieri, esperto del settore aeronautico”

https://www.startmag.it/smartcity/vi-spiego-lo-schianto-annunciato-di-air-italy-lanalisi-di-intrieri/

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