Gianluigi Deiana

SARDARA CAPITALE: pranzo di barantena con fuga di Bacco – di Gian Luigi Deiana  

SARDARA CAPITALE

pranzo di barantena con fuga di Bacco

di Gian Luigi Deiana

Non sapendo alcunchè dell’arrosto, proviamo un poco a vedere qualcosa nel fumo.

Il quale col passare dei giorni, piuttosto che diradarsi, si fa curiosamente più denso.

Primo: i convitati erano tutti papaveri di rilievo, sia nella classifica regionale della politica che nella classifica regionale della burocrazia.

Secondo: l’oggetto della riunione non poteva essere semplicemente un incontro di cortesia conviviale poiché già solo il responsabile del ristorante non avrebbe corso un simile rischio per così poco.

Terzo: l’oggetto della riunione era quindi sub-politico, poichè se fosse stato politico avrebbe avuto luogo in sedi deputate.

Un oggetto sub-politico è un oggetto politico concertato di nascosto.

Quarto: dunque anche i convitati, venti o quaranta che fossero, erano con-vitati in ragione di questo comune denominatore sub-politico, cioè erano convenuti ad una concertazione di nascosto.

Quinto: riunioni conviviali di tal fatta, cioè con un elevato numero di alti referenti, in una condizione di segretezza ma in una struttura aperta al pubblico, e con la complicità del titolare della stessa, possono spiegarsi soltanto facendo riferimento al particolare legame associativo intercorrente tra i convitati stessi.

Sesto: di quale natura può essere questo legame associativo?

È stato un legame occasionale (per esempio pilotare un appalto o un concorso) oppure si tratta di un legame strutturato?

È un legame interno a un progetto politico, comune ad un’area politica pubblicamente conosciuta, o è un legame trasversale nascosto che impegna papaveri appartenenti ufficialmente a gruppi politici diversi?

Settimo: a fiuto, sembra molto probabile la fattispecie di un legame “trasversale”, “coperto” e “strutturato”, piuttosto che la fattispecie di una riunione occasionale, improvvisata e in allegria.

Quindi, i caratteri di trasversalità, segretezza, e strutturazione inducono a supporre una scena di carattere massonico, o paramassonico che sia.

Ottavo: obiezione: dei veri massoni non sarebbero così idioti da farsi beccare in un ristorante termale sulla superstrada in una domenica di vigilia della zona rossa.

Nono: contro-obiezione: in Sardegna i casi di massoneria degli idioti sono una specie di sport nazionale.

Però ci sono, sono onnipresenti e inquinano tutto: municipi, uffici, ospedali e servizi in genere.

Sono una specie di endemismo.

Decimo: pur solo per un giorno, la povera cittadina di Sardara ha conquistato il titolo di capitale regionale.

È da sperare che ne resti memoria: non per Sardara, che è un luogo degnissimo, ma per quello che siamo diventati.

LA  TOPPA: il copione non prevedeva un finale di nascondimenti in sgabuzzini e di fughe disordinate da porte secondarie.

I quali atti, a parte la goffa comicità, sarebbero reati individuali di interesse della Procura, o più semplicemente quaranta fughe da quaranta buchi.

Ma il buco vero in realtà è uno, ampio e di altra natura, e non vi è toppa che lo possa ricucire: è il discredito.

Esso riguarda le persone e da queste si espande sugli uffici loro assegnati e di qui dilaga sull’Istituzione.

Tutta la rete è in pezzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ESSERCI DELLA SEDIA CHE NON C’È: una goccia fucsia in un vaso di sangue – di Gian Luigi Deiana

L’ESSERCI DELLA SEDIA CHE NON C’È

una goccia fucsia in un vaso di sangue

di Gian Luigi Deiana

 

Trovo la vicenda della sedia, cioè dell’incidente diplomatico della U.E. in Turchia, assolutamente positiva e a suo modo provvidenziale: almeno per ora.

Trovo invece stucchevoli tutte le considerazioni di quelli che la sapevano lunga, secondo i quali quelli che invece la sanno corta avrebbero il torto di svegliarsi adesso per una frivolezza, e avanzerebbero l’ipocrisia di fare momentaneamente casino sulla sedia mancante mentre non hanno mai battuto ciglio su violenze sistematiche, guerre gratuite e morti ammazzati.

La questione della sedia mancante, in sè tragicomica, corrisponde in pieno invece alla comune figurazione della goccia che fa traboccare il vaso: ed in un ordine delle cose bloccato da almeno dieci anni e per almeno dieci anni assassino è proprio questo quello che conta, che una goccia, una sola, possa mandare tutto quell’ordine mortuario gambe all’aria.

Personalmente ritengo questo evento, la goccia, assolutamente provvidenziale.

Per la nostra comune modalità percettiva il concentrato della vicenda è propriamente surreale, come se lo avessimo memorizzato alla moviola analogamente allo sbarco sulla luna o al gol di Maradona all’Inghilterra: Ursula Von Der Leyen sta per un attimo in piedi, il presidente del consiglio europeo Michel si stira le gambe facendo finta di non vedere, mentre er carogna si siede tranquillo sulla sedia sultana esibendo il successo della sua regia di umiliazione.

Passiamo all’interpretazione: Erdogan si riteneva impegnato con Michel, in qualche modo suo omologo nel confronto diplomatico, ma non si riteneva impegnato con Ursula Von Der Leyen, in tal senso superflua e visibilmente sgradita.

Dal canto suo Ursula ha inteso come opportuna la propria partecipazione in quanto lui Erdogan, essendo un autocrate con poteri sia di presidente della repubblica che di primo ministro, è omologo almeno da ambedue questi lati e quindi anche rispetto a lei.

E anche solo alla vista, in realtà, il superfluo e tontolone è apparso a tutti il voluminoso e goffo Michel.

Alle spalle di questo evidentissimo qui pro quo sta sia la recentissima uscita della Turchia dalla Convenzione Internazionale sulla violenza contro le donne sia la preferenza turca per trattative coi singoli Stati europei piuttosto che con l’Unione.

Inoltre, egli Erdogan è uno che odia le donne e ci tiene a farlo vedere, e che ne tollera la vista solo attraverso il loro svilimento.

Quindi, in un tale contesto, viva Ursula e lode al suo contegno, a prescindere.

Ora, al prezzo di una donna esposta in mondovisione come un pezzo di arredo fuori posto, un poco di cristalleria è andata in pezzi: in sede di Parlamento Europeo molti deputati hanno chiesto le dimissioni di Michel, in Italia il presidente del consiglio Draghi, con spontaneità e senza retropensieri, ha definito Erdogan “dittatore”, dando titolo autorevole a una persuasione generale finora non detta.

La Turchia a sua volta esige scuse da parte italiana minacciando il ritiro dell’ambasciatore, e più estesamente spiattella in forma di ricatto il via libera a un milione di profughi contenuti entro i suoi confini.

La tecnica del ricatto sui migranti e della sua rinnovazione è semplice: la Turchia, paese membro della Nato, si spende come cliente fisso della nostra industria di armamenti.

Poi con un esercito di settecentomila uomini e un armamento delirante inventa guerre su fronti diversi.

Poi con le guerre crea centinaia di migliaia di profughi, e con i profughi lancia l’estorsione diplomatica dei grandi numeri. La Turchia, cioè questa Turchia di questo autocrate, è infame.

Ma: la Turchia è un cliente e un fornitore importante nel gioco del neoliberismo e delle delocalizzazioni.

Non solo è un cliente fondamentale per le grandi commesse di armamenti, è il partner industriale forse più importante per la produzione di componentistica delle grandi case industriali europee, eccetera.

Non solo: Erdogan flirta apertamente con Putin in Siria, a spese dei Kurdi; copre Putin sul Mar Nero, e quindi sul Dombass, come sul Caspio, e quindi sulla Cecenia.

Ha provocato la guerra Azera contro l’Armenia dilaniando ancora una volta il disgraziatissimo Nagorno Karabak.

Putin a sua volta ringrazia immettendo l’industria cantieristica turca nel mare artico, affidando la costruzione e gestione del più importante porto artico russo in previsione di uno spostamento planetario del commercio marittimo verso la rotta artica stessa.

Persino il cambio di scena costituito dalla brexit è stato preso cinicamente al balzo: l’ipotesi di una grande partnership britannica come opzione alternativa rispetto al mercato europeo è diventata per il dittatore una chance potente almeno quanto lo è la tentazione simmetrica per Boris Johnson.

E infine il petrolio, ivi compresa l’esportazione opaca verso reti paramafiose, e le avveniristiche rotte commerciali progettate dalla Cina verso l’Europa: le giugulari di tutta l’economia del continente, il traffico legale e quello illegale, gli accordi governativi e le mafie, tutti transitano più o meno per la Turchia. 

La partita è davvero tremenda.

Si è immobilizzata per un attimo, solo il tempo di un flash, davanti a un piccolo gilet fucsia per la provocazione di una sedia mancante. 

Cogliere l’attimo: questa è ora la necessità; l’attimo passa anche e necessariamente per il carcere di Imrali, per il prigioniero Ocalan, per le migliaia di detenuti politici in turchia, e per il riconoscimento della causa Kurda come problema internazionale.

Erdogan non cadrà per una generica ostilità internazionale, cadrà per l’onda di disonore che ha gettato sul Popolo che governa, cadrà per la resistenza di milioni di Kurdi, e cadrà per il sentimento della rivolta che anima i giovani e le donne in tutta la Turchia.

 

 

CRITICA DELLA RAGIONE IMPURA – Italia-Cuba: il servilismo e la moralità da un punto di vista trascendentale (!) – di Gian Luigi Deiana

CRITICA DELLA RAGIONE IMPURA

Italia-Cuba: il servilismo e la moralità da un punto di vista trascendentale (!)

di Gian Luigi Deiana

È passata ormai una settimana da  quell’indicibile scena di vergogna che ha visto la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite votare contro una dichiarazione di condanna delle sanzioni unilaterali.

La politica delle sanzioni, in modo particolare in un contesto mondiale di pandemia, non opera certo alla cieca: essa anzi ci vede benissimo, se è vero che colpisce paesi non ricchi e in pace, come Cuba e il Venezuela, mentre trascura visibilmente paesi in ascesa nella provocazione internazionale e attori di perenni guerre di aggressione, come l’Arabia Saudita e la Turchia.

È stata diffusa ieri la lettera con la quale la Sindaca della città di Crema, Stefania Bonaldi, scrive al Presidente del Consiglio Mario Draghi che con quel voto l’Italia ha violato principi fondamentali di lealtà e riconoscenza, in obbedienza ad un servilismo atlantico ottuso e sconsiderato.

La sindaca ricorda che proprio un anno fa, nel pieno della paura scatenata dalla prima espansione del Covid 19, il Governo italiano chiese aiuto ai paesi disponibili, rivolgendosi in particolare a Cuba,  e il Governo cubano inviò immediatamente in italia due missioni mediche, con 53 operatori immediatamente assegnati all’ ospedale di Crema e poi ancora 39 medici assegnati a torino.

Una missione che durò tre mesi e che ha lasciato un ricordo e una lezione morale indelebile in ospedali allora allo stremo e nelle comunità coinvolte.

Questa la cronaca.

Ma si tratta di uno di quei casi nei quali la cronaca diventa storia e lo diventa in modo talmente intenso che la storia necessita di filosofia, ovvero di un quadro adeguato per la comprensione dell’assurdo.

La celebre opera del grande filosofo Kant, edita in pieno illuminismo e nei fulgori della rivoluzione francese, si intitola “critica della ragione pura”.

Kant era mosso dal convincimento che la ragione umana, sia nella sua funzione conoscitiva, sia nella condotta morale, sia nella propensione estetica, è illuminata e guidata da una valenza “trascendentale”.

Ovvero, alla domanda su cosa sia l’uomo nella sua essenza, Kant risponderebbe che l’uomo è un animale trascendentale, vincolato cioè all’ autonomia a prescindere, nel giudizio e nella condotta, attraverso le forme della ragione. Altrimenti non vi è uomo.

L’accusa della Sindaca di Crema così come spiegata al Capo del Governo Mario Draghi, e cioè la trasgressione dei principi fondamentali di lealtà e riconoscenza, delinea questo venir meno e quindi questo auto- tradimento, laddove il soggetto che ne è responsabile assomiglia paurosamente, come scrisse un poeta, a un vestito senza uomo e a una scarpa senza piede.

Immaginiamo ora di portare questa vicenda in una scuola e di farne argomento di educazione civica, con in mano la Costituzione della repubblica e con l’opera di Kant sul carattere trascendentale della ragione e il carattere imperativo dell’autonomia morale.

Situiamo la scena in teatro di pandemia con in giro qualche milione di morti e con l’invocazione ancora ripetuta invano da Papa Bergoglio e dal Presidente delle Nazioni Unite Gutierrez di una moratoria generale sui conflitti in corso, e cerchiamo di spiegare ai nostri studenti per quale ragione siamo giustificati a chiedere aiuto alla disponibilità sanitaria di un paese straniero e contestualmente ribadire che quel paese deve restare al bando della comunità internazionale.

Come si spiega? Proviamo.

Il voto italiano sulle sanzioni è stato dettato da una disposizione “servile”.

Non è frutto di una autonoma valutazione, e nemmeno dell’ obbedienza a una costrizione superiore.

Risponde piuttosto alla più pigra rinuncia all’esercizio dell’autonomia razionale propria e della propria autonomia morale.

In termini letterali, si tratta della più profonda “infingardaggine”.

Il contrassegno più eclatante della condotta infingarda è il bullismo, cioè il carattere esibitorio e violento dell’appartenenza a una parte dominante e del ripudio violento di una parte sofferente ed esclusa.

Ciò che è avvenuto con quel voto è un atto di bullismo internazionale. Ma ciò che quel voto anche rivela, in termini di de-menza ovvero di atrofia della ragione, è la perdita della facoltà trascendentale, cioè l’annichilimento della soggettività.

L’esempio storico offerto anche in questa vicenda di cronaca dalla nazione cubana, bullizzata da più di mezzo secolo dai bulli atlantici, presenta in modo palmare la condizione antitetica, che non è primariamente l’esaltazione retorica di una patria o di un sistema politico, ma è invece la tenuta strenua della soggettualità trascendentale, quindi dell’autonomia conoscitiva e morale.

La controprova di questo è l’esatto contrario del bullismo e della sanzione: è la disponibilità alla cura e all’aiuto medico, quando questo è necessario, a prescindere dalle convenienze contingenti.

Mi passano in mente fra queste righe le sembianze ed i nomi del Ministro italiano degli Esteri, del grigio Ministro della Difesa, e del grasso Presidente del partito dei Fratelli d’Italia, a sua volta primo referente politico dell’industria militare, che in una garbata intervista resa qualche settimana fa giustifica la necessità che l’industria italiana degli armamenti approfitti delle opportunità di questa epoca di guerre, di milioni di sfollati, di opportunità di nuovi contratti e di concertazione tra industria privata ed esercito nella spartizione militare dei recovery fund.

E suvvia, dedichiamo al sorridente Di Maio, al grigio Guerini e al corpulento Crosetto qualche verso di una vecchia canzone, scritta tanto tempo fa proprio negli anni in cui l’embargo su Cuba cominciava:

“come Giuda dei tempi antichi

voi mentite e ingannate

ma io vedo attraverso le vostre maschere

e vedo attraverso il vostro cervello

come vedo l’acqua che scorre giù nella fogna:

voi non valete il sangue

che scorre nelle vostre vene”

…..

Ma vi è “una” questione più propriamente filosofica che è fondamentale considerare: si tratta della condizione rigidamente antitetica fra “pensiero unico” e “io trascendentale”.

Se è l’essenza trascendentale umana che crea l’interpretazione del mondo, che determina la qualificazione dei bisogni della vita, la scala dei valori e la risolvibilità dei problemi, l’assuefazione ad un “pensiero unico” (precostituito ideologicamente, autoregolato militarmente e automatizzato dallo scambio monetario e dalla gabbia tecnologica) annichilisce l’essenza trascendentale e riduce l’uomo in una cosa che esegue altre cose.

La conseguenza bullistica ne è solo il riflesso condizionato, utile a conservare l’illusione di essere sè.

E cosa ne è di un soggetto umano simile, di una collettività simile, quando gli usuali parametri di sicurezza sono saltati, come è oggi in questa emergenza pandemica? Come può una società simile riconfigurare se stessa e il suo mondo se non ha più la capacità di pensare i principi fondamentali, come il riconoscimento e lealtà, e più propriamente non è più capace di autoriflessione e di visione?

Questa è la vera lezione di Cuba e del suo popolo: una nazione ripudiata dal novero delle nazioni non tanto per il peccato originale di comunismo, ma per il peccato originale di ragione trascendentale, di autonomia morale e di insopprimibile amore estetico per il mondo.

Cuba, espulsa da oltre mezzo secolo persino dalla tecnologia elementare della filettatura dei rubinetti e dagli elementari approvviggionamenti di elementi di ricambio negli utensili di ogni tipo, non si è persa in un disorientamento disperante: no affatto, ha invece reinventato la condizione materiale e spirituale della propria vita.

Cuba è il tesoro in terra della grande filosofia di Kant, e del grande sogno illuministico della pace, perpetua e senza guerre, tra i popoli della terra.

 

 

Lettera per CUBA della Sindaca di Crema, Stefania Bonaldi, al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
31 marzo 2021

Lett.-Sindaco-a-Presidente-Draghi-per-Cuba

 

TUTTE LE STRADE PORTANO A LOSA: quarantena sarda sul quarantesimo parallelo – di Gian Luigi Deiana

TUTTE LE STRADE PORTANO A LOSA
quarantena sarda sul quarantesimo parallelo
di Gian Luigi Deiana
 
In realtà non stiamo vivendo una quarantena, ma qualcosa di meglio, poichè non siamo ingabbiati, e qualcosa di peggio, perchè la pena dura ben più di quaranta giorni.
Andare da soli in giro è dunque un ragionevole compromesso con la situazione.
 
Purtroppo però chi di noi può farlo deve attenersi a un limite di trenta chilometri dal proprio luogo di residenza, e dunque trenta ad est e trenta ad ovest impongono comunque un limite definito, come in una colonia penale. 
 
Tuttavia a me è capitato di iniziare nell’ultimo giorno di zona bianca, che corrispondeva al primo giorno di primavera.
Nutrivo un forte proposito e avevo anche una bandiera con me: attraversare la Sardegna sul quarantesimo parallelo, da ovest ad est, onorando il Newroz del popolo kurdo oggi di nuovo sotto attacco nella Siria del nord, e trovare il modo di parlarne. 
Each small candle.
 
Così in quel primo giorno ho marciato di fretta, poco meno di quaranta chilometri, dalla riva del mare a S’Archittu fino alla cima della montagna, punteggiata di antenne, fino al crocevia nuragico di Losa, tra Paulilatino e Abbasanta.
E’ stata davvero una bella giornata, ma nel primo pomeriggio su al monte ho schivato di fortuna una breve ma bruttina bufera di neve.
 
In sardo Losa è due cose: in minuscolo è la tomba, mentre in maiuscolo è da sempre il luogo di crocevia più importante di tutta l’isola, oggi segnato dallo snodo delle superstrade, dalle stazioni di servizio e dal nuraghe imponente e taciturno da tremila anni: in ambedue i significati, che tutte le strade portino a Losa è una specie di verità, sia geografica che esistenziale.
 
E poi inizia il tempo della riserva, col vincolo chilometrico sul terreno; quasi altri trenta chilometri per Turrana, sulla gola tra Ardauli e Sorradile e un magnifico piccolo santuario, e altri trenta ancora fino a Teti, con il Gennargentu ormai proprio davanti. 
 
Di qui poi aspettiamo, aspettiamo che la quarantena velata e interminabile alla fine passi, perchè si deve continuare.
 
Tra Santa Vittoria e eti si erge il punto mediano del quarantesimo parallelo in Sardegna: si chiama Sa Crabarissa e si tratta di una formazione rocciosa in cui la morfologia del granito ha trovato la sua forma espressiva nella morfologia della fiaba.
La pietrificazione della figura femminile è un luogo ricorrente nelle saghe dei popoli: la punizione della moglie di Lot, solo per essersi voltata indietro nella fuga da Sodoma, ne è una specie di archetipo.
Si tratta di un retaggio psichico brutale e stupido: le donne hanno un’anima e nessuna anima sottostà ad alcuna pietrificazione.
E le rocce, a loro volta, assumono forme anche bizzarre e inquietanti ma assolutamente inerti e disanimate: è semplice.
 
E’ curiosa la traiettoria del quarantesimo parallelo.
In Sardegna di là da Sa Crabarissa la sua linea lambisce Monte Novo, che è la grande torre calcarea del Supramonte, e poi le Tombe dei Giganti sul Flumineddu a Fennau e la voragine del Golgo più in là, di nuovo sul mare.
 
Ma se per via immaginaria potessimo continuare oltre il Tirreno troveremmo Elea, sulla costa Lucana vicino a Capo Palinuro.
Elea fu l’acropoli di Parmenide e il tempio della grande metafisica greca.
E lì il timoniere Palinuro morì per incanto d’amore.
Ma se poi voli ancora più a est saluti Santa Maria di Leuca e oltre lo Jonio trovi l’Olimpo, il monte di tutti gli Dei.
E poi Ankara, e poi tutto il Kurdistan adagiato sui monti dell’alta Mesopotamia.
E poi Ararat, il monte alle cui falde approdò Noè dopo la furia del diluvio.
E poi Bukhara, Samarcanda e Pechino, e perfino Pyong Yang prima dell’oceano.
E di là ancora Sacramento, e i deserti dello Utah, del Nevada e del Colorado, Denver, Springfield e Philadelfia. E poi le Azzorre e Coimbra e Madrid.
E infine, infine, Losa di nuovo, dove torna ogni strada: e tutto senza confine.
Tutto senza confine.
 
((Devo aggiungere qui un piccolo ringraziamento ad una classe di liceo di Ghilarza, che mi ha invitato in questa occasione per parlare della situazione kurda oggi. E quindi della repressione in Turchia, della guerra ai confini, del coinvolgimento italiano nella fornitura di armamenti per una guerra contro i civili, dell’uso degli sfollati di guerra come ostaggi di massa nei confronti dell’unione europea, della prigionia di Ocalan e di migliaia di perseguitati politici, dello sciopero della fame come forma estrema di resistenza, e infine di Helin Bolek, voce della band Grup Yorum, morta proprio un anno fa, il tre aprile, all’epilogo di uno sciopero della fame di 288 giorni: venerdì santo, Helin)).

NEWROZ Sardegna, quarantesimo parallelo Gian Luigi Deiana

NEWROZ
Sardegna, quarantesimo parallelo

di Gian Luigi Deiana

 

Il primo giorno di primavera è qui, per quanto provvisoriamente, anche l’ultimo giorno di zona bianca e di libera circolazione.

Il cielo è velato e l’onda in fuga dell’inverno ha lasciato un vento molto freddo.

Da qualche anno tanti di noi hanno imparato a riconoscere questo giorno come il Newroz, il capodanno della Mesopotamia, delle sue montagne e dei suoi popoli, e cioè il capodanno della culla.

Per quanto posso inizio da qui, da questo piccolo arco sul mare occidentale della Sardegna, la mia marcia di Newroz, anche se da domani dovrò interrompere in attesa della rinascita, che cade curiosamente al compimento di Pasqua.

Farò tutta la strada (yol, la strada), con questa bandiera e il suo bastone, lungo il quarantesimo parallelo, per la durata di sei o sette giorni, fino al mare orientale.

Fra due ore sarò sulla prima montagna, e comincerò a vedere l’altra parte.

Non solo con questa bandiera, ma col suo senso: libertà per i prigionieri in Turchia, libertà per migranti ingabbiati in Bosnia, libertà per Abdullah Öcalan.

 

Ora vado.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MAGGIORDOMO: domenica delle salme. Isola in albis – di Gian Luigi Deiana

IL MAGGIORDOMO: domenica delle salme. Isola in albis.

di Gian Luigi Deiana – 17 marzo 2021

 

Cominciamo da Machiavelli, un presunto genio intellettuale che io ho sempre odiato. Machiavelli è l’inventore del ‘principe’, cioè il mago della politica enigmistica. 

Io odio Machiavelli, anche se era apprezzatissimo da Antonio Gramsci, proprio perchè la politica non deve ridursi mai a una cosa enigmistica, in quanto essa è invece nella sua essenza una cosa nella quale il pensare, il parlare e il capire devono essere sempre in definitiva “sì, sì; no, no”, come diceva Gesù riferendosi ai farisei.

La storia italiana degli ultimi cinquecento anni dimostra che il ‘principe’ più principale di tutti, in questo paese, è sempre e solo il maggiordomo: qui i principi in carne e ossa sono sempre delle tragiche barzellette, ultimo esempio Matteo Renzi.

Il maggiordomo però deve essere prima presunto e invocato come taumaturgo, come supertecnico e come il più accreditato nel mondo.

E’ in forza di questo cliché che oggi Mario Draghi è il più perfetto dei maggiordomi, con un presidente della Repubblica che stende il tappeto ai suoi piedi e tutti i telegiornali in vanteria petulante. 

L’ora del maggiordomo diventa più chiara ma anche più inquietante nel periodo pasquale, quando l’oscurità dell’inverno se la sono fatta quegli altri, ora rigettati senza riguardo dimenticati, e l’ora della primavera sembra sorridere ai nuovi entrati.

E’ comprensibile, salvo che il sorriso di Draghi assomiglia proprio davvero al sorriso della melagrana.

Il passaggio pasquale, o della primavera, corre liturgicamente dalla domenica della gioia illusoria, la domenica delle palme, alla domenica della pazienza dopo lo scampato pericolo, la domenica in albis; per la prima vale la traduzione di un poeta, la domenica delle salme. Per la seconda un comune dizionario di latino, la domenica bianca.

Io non ce l’ho col maggiordomo, ce l’ho con chi lo referenzia come tale: a-partitico, competente, instancabile, efficace, neutrale ecc.. E’ vero che è un virtuoso: la condizione apicale di un vero maggiordomo consiste nel saper essere contemporaneamente burattino e burattinaio: qui sta il capolavoro antropologico del maggiordomo italico, e Mario Draghi ne è la perfetta incarnazione.

Ora tagliamo le metafore e andiamo al nocciolo: Mario Draghi è il burattinaio di una scena politica, mediatica e sociale completamente priva di bussola, ed è insieme il burattino della lega e dei guastatori funzionali ad essa. Draghi è un vero maggiordomo di classe, intendendo sommariamente come “classe” quella compagine sociale che anche in una situazione di prostrazione generale non sa ripensare minimamente nemmeno alle ricadute collettive delle proprie frivolezze, e impone al proprio maggiordomo burattino di soddisfarle, queste frivolezze, come priorità generali.

Questo spiega molte cose, ma qui ne indico due.

Prima cosa: Draghi ha liquidato il comitato tecnico scientifico che ha governato un anno di pandemia, semplicemente per azzerare le tracce del governo Conte e imporre la conquista leghista della leadership sanitaria. Il fiore all’occhiello consiste nell’inclusione dei tecnici della regione Lombardia, (ripeto: della regione Lombardia), nella nuova compagine nazionale del CTS: che è come mettere il predatore a guardia del pollaio.

Seconda cosa: Draghi ha sancito, sulla regola pandemica pasquale di zone rosse e divieto di spostamenti, la grande eccezione sulle “seconde case”. Nessuno può muoversi eccetto che per la ragione di andare alla seconda casa. Bella cristiana priorità per un venerdì santo che affligge da un anno qualche milione di senza casa, gente sotto sfratto e migliaia di famiglie con rate di affitto arretrate. 

C’è un’intera isola in albis, infatti: in bianco, ed è la Sardegna, tempestata di seconde case ‘di classe’ e ancora piena di cicatrici, e di lapidi, per le devastazioni di agosto. Ripulire orti e cortili dalle erbe di primavera si può ben risolvere senza movimentare ancora una volta decine di migliaia di frivoli che non hanno scrupolo di conformare la funzione di governo ai propri capricci.

 

Questo è oggi, in senso puramente contabile, Mario Draghi: il maggiordomo, e questo è il suo entroterra umano.

 

 

 

IL GOVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO: sintomatici, asintomatici, autoimmuni e incurabili della patologia politica italiana – di Gian Luigi Deiana  

IL GOVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO
sintomatici, asintomatici, autoimmuni e incurabili della patologia politica italiana

di Gian Luigi Deiana

 

 

“L’inverno del nostro scontento” è un riferimento metaforico di Shakespeare, dedicato a quello che egli descrisse come il più vile e brutale dei Re d’Inghilterra, Riccardo terzo, un reuccio che però durò solo due anni davvero.

Qui di protagonisti vili e brutali ne abbiamo da vendere, persino in posti come l’Arabia Saudita, e tengono il prezzo anche dopo il fallimento.

In compenso gli italiani sono milioni di piccoli Shakespeare e quindi di vili e brutali ne inventano pure, così inevitabilmente non ci si capisce più niente.

Cito l’esempio di Fausto Bertinotti, che fu l’incarnazione e la disincarnazione di Rifondazione comunista, la cui vicenda vissuta anche da uomini generosi andò in fumo lasciando la sinistra italiana in cenere, e qualche mozzicone ancor oggi non spento, mentre Fausto ne usciva di suo con l’aureola di Presidente della Camera e un pò di ville lumière.

Bertinotti sposa di fatto come benefica l’attuale crisi di governo, secondo me la più vile e brutale delle sessantasei (numero mortale) della storia repubblicana: egli dice che il Governo uscente aveva sequestrato il Parlamento e che il Presidente del Consiglio, Conte, aveva sequestrato il Governo: cioè una specie di dittatura.

Uso questa citazione, il cui senso oltre a riflettere in pieno l’argomento di Renzi è evocato a sinistra da altri innumerevoli critici: per esempio Cacciari, noto estremista nume tutelare della Margherita, per esempio la trasmissione Report, ecc..

È possibile che ci sia del vero in questa diagnosi, anzi io credo che Conte si sia mosso come usa fare ogni sensato professore quando deve gestire una classe squinternata, quale che essa sia, giallorosa, gialloverde o grigioblu: si mette in cattedra, tiene per sè alcune bacchette e dispone il da farsi non potendo confidare su una comune autonomia degli scolari.

Ma la critica si getta allora sulle bacchette e sul da farsi: e ne viene che Conte si è tenuto il controllo dei Servizi e che per il resto non c’è programma di Governo.

È quello che dicono tutti i genitori degli alunni che invece di mettere il culo su una sedia a studiare e fare i compiti preferiscono andare in giro a fare i bulletti e i bellini.

Dunque invertiamo il punto di vista: che qualità politica c’è oggi nel Parlamento italiano?

Che qualità morale, intellettuale o semplicemente umana c’è nei leader dei gruppi politici?

Che genere di ministri ne possono venir fuori?

Di quale capacità progettuale e operativa sono stati capaci i singoli ministri?

Se sospendiamo per un momento il giudizio sui ministri al centro della tempesta pandemica, e cioè Speranza e Gualtieri, o anche Lamorgese e Patuanelli, che voto dare a ministri come Terranova e Azzolina, a Guerini e De Micheli, ad Amendola e Di Maio, cioè agricoltura, scuola, difesa, trasporti, affari europei e affari esteri?

Ma se torniamo al Governo ancora precedente, al di là del protagonismo vile e brutale dell’allora Ministro degli Interni Salvini e del protagonismo comico e pasticcione dell’allora Ministro dei Trasporti Toninelli, come poter tenere in piedi la baracca senza precipitare nel caos (beninteso, il caos con una sinistra territorialmente e politicamente inesistente)?

Dunque, alla resa dei conti, in carico a Conte, restano sui quaderni di storia due risultati incontestabili, uno ottimo e uno pessimo.

Risultato ottimo: Conte (e Gualtieri) hanno peefotato con la fiamma ossidrica le porte blindate del dogma economico europeo: il recovery fund non è solo una cassaforte piena di soldi, è soprattutto un precedente antidogmatico in materia macroeconomica.

Inoltre ne è derivata la marginalità pratica e persino ideologica del meccanismo debitorio noto come MES (il polpettone su cui puntava Renzi e quindi la ragione recondita del suo scatenamento isterico).

Risultato pessimo: Conte (e Di Maio) hanno continuato a coltivare rapporti di condiscendenza politica, militare e commerciale con regimi criminali: in particolare con la Turchia e col criminale che la domina, Erdogan, e con l’Egitto e il criminale che lo tiranneggia, Al Sisi.

È vero che a seguito di lotte popolari tenaci e dell’impegno di qualche deputato si è riusciti a bloccare la vendita di bombe RWM all’Arabia Saudita, ma la copertura governativa italiana a questi regimi resta gravissima poichè contraddice in pieno i pronunciamenti giudiziari cui è approdata la stessa magistratura italiana: sia a riguardo della repressione turca in Kurdistan sia a riguardo dei casi Regeni e Zaki in Egitto.

Se si insedia un Conte ter questo dovrà essere il banco di prova.

Immagino che Renzi si giocherà il tutto per tutto, in modo appunto vile e brutale, resuscitando le filosofie voraci e insaziabili dei decreti di quando era lui il Capo del Governo: il decreto sblocca italia e il decreto destinazione italia, cioè la grande abbuffata di tav, ponti sullo stretto, pale eoliche, metanodotti, alte velocità ecc..

In termini di onestà intellettuale e di coscienza pubblica, tuttavia, è necessario comprendere che non abbiamo a che fare con una normale classe politica, con normali pregi e difetti.

Siamo invece immersi in una politica patologica, con rischi di grave degenerazione.

Questa situazione malata comporta una scarsa tenuta dell’opinione pubblica e una selezione della rappresentanza piena di sintomatici, asintomatici, autoimmuni, spacciatori e gangster.

Conte, comunque lo si giudichi, è il sintomo più conclamato di questa situazione cronicamente parassitata.

È per questo che gli agenti patogeni e i vettori virali di che agiscono in essa necessitano di azzerare il sintomo e riprendere il pieno controllo dell’organismo.

E persino tutta la new entry costituita dal fenomeno Cinque Stelle, a ben vedere, resta più propriamente un sintomo, e non la malattia.

Renzi è una parte della malattia.

Salvini è una parte della malattia.

La polverizzazione della sinistra, come anche la sua sublimazione professorale o addirittura bertinottesca, sono la malattia.

La montante propensione fascista, è la malattia.

Il campo dei profughi di Bihac, la degenerazione umana e la degenerazione ambientale, sono la malattia.

RECOVERY PLANET

QUESTO NON È UN MONDO BELLISSIMO storia di Agitu e di capre

QUESTO NON È UN MONDO BELLISSIMO
storia di Agitu e di capre

di Gian Luigi Deiana

 

Fino a ieri mattina non avevo mai sentito parlare di Agitu Gudeta, una donna etiope capitata in Italia in ragione di una fuga obbligata dal suo paese in regime di guerra.

Capitando in Trentino un pò di frequente, finora associavo le capre di quelle montagne ad Heidi, la bambina cui sorridono i monti, perchè nella realtà è difficile ormai trovare capre lassù, come anche da ogni altra parte.

Invece Agitu è riuscita a metterne insieme un bel pò.

C’è riuscita la montagna, e c’è riuscita la capra.

Questo è il punto fondamentale: una donna in fuga, una montagna abbandonata, e un animale domestico in estinzione.

Tre antichi destini segnati, che legati insieme partoriscono un destino nuovo: letteralmente “un mondo bellissimo”.

Ora la creatrice di questo destino impensato è morta: ma prima di essere sgomentati da questa morte, e dopo averne pianto la sepoltura, è necessario conservare il significato.

Infinite scene di mondo possono essere ricreate e innumerevoli donne sono in grado di farlo.

Piante e animali possono esistere al di fuori di riduzioni seriali in macchine da carne e da latte, da frutta o da ortaggi.

Questa possibilità non deve più essere pensata nei termini delle vicende eccezionali o delle intraprese sovrumane, come ci si è presentata Agitu Gudeta, ma nei termini della normalità: altrimenti il prezzo non sta solo nel destino di marginalità perenne di migliaia di immigrati o di giovani, ma anche nel destino di desertificazione di migliaia di chilometri quadrati di territorio e nel destino di estinzione di tutte le famiglie animali e vegetali non corrispondenti ai ritmi della sovrapproduzione seriale.

La vicenda di Agitu non è quindi materia di un film di frontiera, e nemmeno di un corteo triste con le candeline: è invece un problema politico grande quanto l’incalcolabile spreco di montagna, di campagna, di bosco e di beni della terra.

Agitu non è il nome di una vicenda individuale finita tragicamente, è invece il nome di una assenza di mondo necessario.

Vi è poi il modo della tragedia.

A sangue ancora caldo i nostri stupidissimi social socializzavano frenetici il fatto che la donna in precedenza fosse stata molestata da un vicino, con l’usuale contrassegno razzistico.

Quindi la trama dei nostri reality mentali prefigurava di lì a poche ore una conclusione rispondente ai nostri bisogni di autoconferma, magari come è stato per il caso del giovane Willy Monteiro ad Artena o del bracciante Sacko Soumayla a Rosarno;

Ma non è andata così: Agitu è stata semplicemente uccisa da uno di quelli che lavoravano con lei, un giovane ghanese preso su dalla vita di strada.

Non conosciamo in dettaglio il movente, se denaro o delusione o rancore: conosciamo solo la regola dominante, sono gli uomini quelli che ammazzano le donne.

Sono i maschi quelli che affidano all’omicidio la risoluzione di un problema.

Plasticamente, quando sono le donne a partorire una trama di vita.

Millenni di storia sono testimoni di tutto questo.

Insomma, come cercò di indicare un poeta, qualche delitto senza pretese lo abbiamo anche noi, qui in paese.

Certamente saremmo forse più tacitamente soddisfatti, più autoconfermati in noi stessi se potessimo ora disporre di un colpevole corrispondente alle nostre buone attese e al nostro latente bisogno di vendetta.

Ma non è così, e se possiamo trarne una lezione essa sta nel confessare a noi stessi anche il carattere oscuro della nostra abitudine a giudicare, del tutto simile a quello di chi in materia di immigrazione la pensa all’opposto di noi.

Questo non è un mondo bellissimo, nemmeno coi buoni propositi: è un mondo di contraddizioni atroci che non risparmiano nemmeno la virtù.

Con tutto questo, da me che quanto posso ne piango, un augurio profondo quanto ne sono capace: alla montagna e agli animali che la abitano.

IO, TU, E LE COSE: trarre anche al Natale, un qualche senso – di Gian Luigi Deiana

IO, TU, E LE COSE
trarre anche al Natale, un qualche senso

di Gian Luigi Deiana

Un minuto fa ho scritto il titolo qui sopra e poi anche il sottotitolo, col proposito di riportare il cosiddetto Natale alla sua piccola dimensione e di immaginare che cosa ci si fa e cosa ci si può fare.

Però questa volta caro Gesù siamo in un vero pasticcio perchè un conto è ciò che sul Natale avrei potuto dire in genere e un altro conto è ciò che ci càpita addosso quest’anno.

Il Natale in genere è stato per tanti anni (per me) quel giorno in cui comunque tuo padre e tuo fratello più grande devono andare a mungere pecore, cui da pochi giorni è stata sottratta la figliatura, e tua madre e tuo fratello più piccolo devono mettere legna a un camino da prima mattina, per fare formaggio.

E io che non ho mai imparato a mungere e nemmeno a fare formaggio ho il privilegio di alzarmi più tardi, però quale che sia il tempaccio là fuori devo andate lassù a portare quelle bestie a pascolare, almeno fino al tepore del primo pomeriggio.

lo giuro, l’ho fatto tutte le volte che era necessario e quindi innumerevoli volte.

Quando c’era neve almeno qualche ora, quando era di tramontana bisognava farsi guidare dal gregge verso una china riparata, dove le bestie potessero stazionare in una specie di trinceramento coi loro corpi.

Però altre volte c’era anche il sole.

Io non ho mai imparato a mungere e nemmeno a fare il formaggio, è davvero un rammarico che porterò gelosamente alle verdi praterie, un giorno, ma quanto a portare un gregge bianco al pascolo ed entrare in sintonia con quel movimento di corpi, (di anime, per me), a casa non mi batteva nessuno: lì ero bravo, io credo.

Ora, cosa c’entra questo col cosiddetto Natale?

Non so, c’entra solo perchè mi sovviene.

Io e i miei fratelli andavamo alle scuole, e quindi è chiaro che nei giorni qualsiasi erano soltanto mio padre e mia madre a fare tutte quelle cose. Ma per tutto il periodo di Natale no, mamma non voleva.

Era bello, immensamente bello quel giorno vissuto respiro dopo respiro.

E candidamente triste, con quella specie di densità dell’aria che si crea respirando nel freddo, con tutta quella fragile vita accanto intristita dalla sottrazione della figliatura.

Insomma se il cosiddetto Natale ha un senso, esso sta nella possibilità di essere un “vero” giorno qualsiasi, denudato da eleganze, festaiolità, circostanza, spot, cortesie, auguri ecc..

Un “vero” giorno qualsiasi: dal punto di vista di chi dal suo tempo qualsiasi non può “mai” elevarsi al rango di festa: sia esso solo, o gregge, o in gabbia, o in fuga, o incerto a se stesso …

Il vero problema di questi tempi non è la festa, è la quotidianità.

Dietro tante scemenze sul “vero” significato del Natale sta la nuda ombra sul vero senso di ogni giorno, ogni giorno qualsiasi, quello in cui si cerca di provvedere alle cose, e cioè quelle cose che non si fanno quando è festa.

Bene belli miei, questa volta siete accontentati: augurandoci che tutto vada bene, i più tra tutti noi non potranno fare “cose”, quali che siano, per almeno una decina di giorni: niente di niente, Befana compresa; forse la scopa, speriamo.

Però abbiamo forse una estrema occasione di misurare cosa significhi la perdita delle cose, intese come le cose qualsiasi che anche i bambini facevano fino a una generazione fa, come con pecore o vacche o con un martello e del legno o con acqua o con fuoco.

Senza le cose, io a te non ti vedo.

Tu non vedi me.

Noi non vediamo, non vediamo, mio Dio, nessuno senza le cose vede nessun altro.

Questo è il senso.

 

 

I MISERABILI patrimonio e patrimoniale: il totem e il tabù della società attuale – di Gian Luigi Deiana

I MISERABILI
patrimonio e patrimoniale: il totem e il tabù della società attuale

di Gian Luigi Deiana

 

Il fatto è noto, è innocuo ed è semplicissimo: due deputati del parlamento italiano hanno presentato un emendamento ad un aggiustamento di bilancio necessitato dall’emergenza covid, in cui si propone una tassazione dello 0,2 per cento sui patrimoni superiori a cinquecentomila euro: si tratterebbe, per avere una misura, di mille euro su un imponibile di cinquecentomila.

Zero euro per patrimoni minori, da quattrocentonovantanovemila in giù: con quattrocentomila euro sei non ricco, magari quasi povero.

È evidente che per i pochi eventualmente obbligati sarebbe meno che un minuto di solletico, giusto il sacrificio di grattarsi per una manciata di secondi, eppure si è immediatamente scatenata una specie di guerra civile, con in scena un fronte rabbioso dei favorevoli e un fronte rabbioso dei contrari.

Fin qui è tutto un abbaiare che dà tanta soddisfazione ai contendenti, ma che non serve a niente per una risoluzione moralmente giusta ed economicamente avveduta dal punto di vista dell’interesse generale.

È infatti scontato che uno come me a reddito medio basso si schieri immediatamente nel fronte di chi esige che paghino i ricchi in quanto detentori di grandi patrimoni, poichè quelli come me a reddito medio basso le tasse le pagano già e “non dobbiamo essere sempre noi a pagare per tutti“.

Ma su un tale posizionamento, che ritengo giustissimo ma sterile con gli attuali rapporti di forza, io sono d’accordo solo a metà, e precisamente per due aspetti: primo, una tassazione che gravi solo sui redditi senza gravare sui patrimoni è una BARBARIE che ci riporta indietro di quattromila anni.

Secondo, l’arroccamento sulla franchigia fiscale dei gradi patrimoni qualifica la parte ricca di questa società come antropologicamente MISERABILE.

Fin qui d’accordo: tuttavia questo personale fondatissimo convincimento non serve a niente da un punto di vista pratico, quello di far soccombere lo schieramento avverso in questa silente interminabile guerra civile.

Come per ogni guerra civile infatti, per capirne l’arcano, è necessario darsi conto sia del conflitto materiale sia del trinceramento psichico con cui si armano le due parti.

Il punto di conflitto è l’opposizione redditi-patrimoni, o più genericamente lavoro-rendita.

Il trinceramento psichico è dato invece dalla primordiale e universale connessione fra il totem e il tabù, ovvero l’intoccabile, e la proibizione a toccarlo.

Il sacro che si erge come oggi intoccabile è, peggio che al tempo dei Faraoni, il grande patrimonio, e per riflesso illusorio e disarmato, il piccolo “reddito fisso”.

L’emendamento scandalo proposto dai due parlamentari corrisponde quindi alla distruzione degli idoli decisa da Abramo quattromila anni fa, è cioè nel suo piccolo a una dichiarazione che può trasformare la guerra silente in guerra dichiarata: pur minima, è un’ ottima cosa.

Tuttavia essa rischia di restare inconcludente o confusa, a causa del fatto che tutta la parte di società a reddito medio-basso annuncia la propria refrattarietà ad una eventuale tassazione straordinaria motivata dall’emergenza, e in nome di cosa?

In nome del ‘proprio’ sacro: piccolo, ma pur sempre il “mio” totem.

Per darci una misura, se io che ho sempre avuto un reddito “garantito” fossi assoggettato oggi a un contributo di solidarietà dello 0,2 per cento nei confronti di chi è “non garantito” (piccole partite iva, ristori ecc.) dovrei pagare al fisco circa sessanta euro: sessanta euro.

È più o meno come una multa per divieto di sosta o un pneumatico usato, eppure io no! e perchè?

Perchè il mio reddito che è di già tassato è sacro.

Essere garantito e non cedere di un millimetro è il mio titolo totemico ed è la mia trincea.

Ma davvero, la mia guerra per questo?

La confusione dei totem è sempre gravida di sventura, ed in genere sono i totem più piccoli ad essere stritolati per primi: infatti giocoforza i nuovi arrivati nella parte della società oggi in rotta, i declassati e non più garantiti, sono portati a individuare nei penultimi, cioè quelli come me garantiti a reddito fisso, il loro nemico, col risultato che i primi, i veri ricchi, trovano comodissima la strada politica di fare dei declassati il loro alleato nella guerra civile.

Dunque, che fare?

Secondo me un qualche partito politico o intellettuale deve costruire con forza e con la pazienza di un ragno una tela anche concettuale, in cui si assodino due distinti piani di intervento fiscale: primo, l’imposta patrimoniale deve entrare come elemento “strutturale e permanente” della tassazione e deve riguardare i grandi patrimoni.

Secondo, l’imposta di sosolidarietà Covid deve entrare come elemento “emergenziale e temporaneo” della tassazione e deve riguardare i redditi garantiti, quelli come il mio.

Distinguere tra “strutturale” ed “emergenziale”, e connettere i due capi come do ut des, è essenziale per puntare su un risultato concreto.

Altrimenti devo provvedere da me, ma questa non è civiltà, è carità della barbarie.

 

Io non voglio essere un miserabile.

 

 

FANGO E MARMELLATA: alluvioni in Sardegna – di Gian Luigi Deiana 

FANGO E MARMELLATA
alluvioni in Sardegna

di Gian Luigi Deiana

 

Scrivo queste righe consapevolmente contro corrente, perchè nello sgomento suscitato dal disastro idro-geologico di Bitti si è mossa un’onda idro-ideologica, sommariamente giusta, che tuttavia non aiuta affatto nella confusione sul terreno.

La corrente di indignazione tanto impetuosa corre vertiginosamente dal monte alla foce: a monte un paese è stato sfracellato e alla foce si prevede di ampliare la fascia edificabile interna ai trecento metri dal mare.

Ora è vero che vi è una filosofia edilizia dentro la quale stanno queste due cose, tuttavia esse sono due cose distanti e geologicamente distinte.

La corrente impetuosa lascia intendere poi che tutti i disastri idrogeologici interni ai centri abitati sono da ascrivere alla sfera di governo regionale e in specie a questa attuale giunta, che per di più proprio in questo tempo tiene le mani nella marmellata dell’edificazione balneare.

Questo legame è fondato in parte, in quanto norme urbanistiche a maglie larghe consentono alle amministrazioni locali, “le amministrazioni locali”, soluzioni particolari molto rischiose.

Come tutti sanno il problema più evidente e più acuto nell’emergenza sono i canali tombati, questione di temporalità storica in quanto la gran parte dei nostri paesi è sorta proprio in stretta prossimità di alvei torrentizi a forte discontinuità di regime idrico.

Per di più questi alvei naturali corrispondono in genere al centro dei centri urbani e ciò evidentemente non dipende da questa giunta regionale e nemmeno da quelle immediatamente precedenti: è Storia.

Non è storia invece la determinazione delle amministrazioni locali, e la superficialità dei governi regionali, nel perseguire le tombature, che risalgono tutte o quasi tutte all’ultimo secolo o agli ultimi decenni, anche se non proprio a ieri.

Ora è da chiedersi: chi redige ed approva i piani urbanistici comunali?

L’amministrazione comunale.

E chi sollecita le amministrazioni comunali a redigere piani urbanistici che consentano la saturazione edilizia proprio nella giugulare dei centri urbani?

Certo non la Regione, spesso i palazzinari, ma ciò non vale per paesi piccoli come il mio e nemmeno per paesi come Bitti, o Terralba, o Villagrande: in genere sono i cittadini residenti a sollecitare questo, finchè si consente loro di far valere queste pressioni anche negli equilibri politici locali.

È tempo di una riflessione e di un pentimento generale; se è vero che ci sono cricche impiastrate mafiosamente di marmellata, ciascuno di noi ha addosso il suo fango.

MANO VELLA il poker del comitato tecnico scientifico della Sardegna: Vella, Sotgiu, Cucca e Cappuccinelli – di Gian Luigi Deiana

MANO VELLA
il poker del comitato tecnico scientifico della Sardegna: Vella, Sotgiu, Cucca e Cappuccinelli.

di Gian Luigi Deiana

 

 

Ora disponiamo di un utile aggiornamento sull’oscura vicenda dell’apertura delle discoteche in sardegna; questo aggiornamento è costituito dalla effettività del parere del comitato tecnico scientifico, evocato dal governatore solinas, e dalle bizzarre modalità con cui questo parere è stato espresso;

l’assurdità di questo documento spiega la penosa reticenza del disgraziato presidente della regione in tutti questi giorni: egli infatti necessita di una cortina fumogena, che gli fornisca temporaneamente un minimo di alibi, e gli consenta così di uscire dai riflettori e prendere tempo; ma l’unico elemento fumogeno cui si è potuto appellare, appunto il parere del comitato tecnico scientifico, lo inchioda ancora di più a soffriggere nell’ inclemente graticola che si è andato a cercare;

tuttavia egli adesso non è solo: nella graticola è ora attorniato dal comitato tecnico scientifico medesimo, e cioè da altri quattro autorevoli salsiccioni che sono gli scienziati stefano vella (mater olbia, direzione sanitaria), giovanni sotgiu (statistica medica, università di sassari), francesco cucca (genetica medica, università di sassari), pietro cappuccinelli (microbiologia clinica, università di sassari); è possibile che il grado di responsabilità di questi diversi personaggi sia diverso o anche minimo o inesistente, tuttavia è giusto che essi in un frangente simile vengano indicati con nome e cognome in quanto in tutti questi giorni hanno preferito nicchiare anzichè chiarire ed eventualmente dissociarsi: gli onori, come le responsabilità in sede giudiziaria e in sede politica, sono in prima istanza sempre personali;

la cortina fumogena di cui si avvale solinas si riduce dunque a questo: una mail dello scienziato stefano vella del tardo pomeriggio del giorno 11 agosto, poco prima delle 20 (ore 19.53) informa la presidenza della giunta del proprio ok all’ordinanza di riapertura delle discoteche; asserisce anche di aver sentito a sua volta il collega scienziato giovanni sotgiu, che sarebbe stato d’accordo; – alle ore 21 il presidente solinas emana l’ordinanza, giovandosi di un tale “parere” scientifico e dell’ordine del giorno approvato in consiglio regionale anche coi voti di parte dell’opposizione; – BUGIA: il consiglio in realtà vota l’ordine del giorno soltanto dopo e cioè alle ore 22, e per di più rimandandone l’efficacia a una valutazione da parte del comitato tecnico scientifico che a ragion veduta si sarebbe dovuta acquisire “dopo”, mentre però secondo solinas il comitato si era espresso “prima” attraverso la bizzarra mail dello scienziato vella;

se non fosse che viene da pensare alla tristezza, cioè al fatto che facendo così si può anche mandare della gente a morire, verrebbe quasi da ridere: infatti questo orientamento non nasce proprio all’istante il giorno 11 agosto, ma matura a partire da cinque giorni prima, quando il 6 agosto il medesimo comitato tecnico scientifico si pronuncia invece per la chiusura; si trattava quindi di aggirare questo pronunciamento in tempo utile per il grande condensamento sociale fruibile per il ferragosto di porto cervo, un possibile “evento” assolutamente memorabile;

memorabile;

ecco quindi il 10 agosto quando il tempo stringe, nell’ultima notte utile prima del nodo di gordio, la notte di san lorenzo delle stelle cadenti;

come tutti i miti, anche quello di san lorenzo ha due scene: una di dolore e una di consolazione; la prima scena lo vede a bruciare in terra sullo scintillio di carboni ardenti; la seconda scena ne vede l’esaltazione in cielo con scintillii di stelle cadenti;

qui il mito manifesta il suo inverso: prima l’ubriacatura briatoresca delle luci stroboscopiche, ora la graticola di chi aveva vi giocato il suo massimo azzardo, coronato poi per di più con le spedizioni di pretoriani contro l’attracco della nave alan kurdi e lo sbarco dei suoi profughi additati come infestatori di covid;

è una storia allucinata, meritevole almeno di una traduzione di teatro: metti, che il sequestro dei locali di svago e di crimine fiscale di questo inferno, là intorno a porto cervo, e una loro ragionevolissima riconversione a stabili di accoglienza e di primo soccorso per migranti e per bisognosi, possa finalmente acquietare i demoni che vi si sono scatenati.

 

 

DIARIO DI UNA BICICLETTA: il giro della Sardegna in milleduecento chilometri – di Gian Luigi Deiana

DIARIO DI UNA BICICLETTA: il giro della Sardegna in milleduecento chilometri

di Gian Luigi Deiana

Perché una bicicletta possa scrivere un proprio diario è necessario che sia vecchia: le bici nuove infatti non hanno mai visto alcuna strada e non hanno niente da narrare, e quindi non sanno scrivere.

Un racconto di bicicletta presuppone invece una biografia della bici: non necessariamente la si deve raccontare, tuttavia una presentazione è sempre un atto di cortesia: a suo modo, si tratta della tua compagna di giorni che non vorrai dimenticare.

Quando mi sono convinto di fare per intero il giro perimetrale della Sardegna, il più litoraneo possibile stando alle strade segnate sulle carte o da me conosciute, ero già al secondo giorno dell’esperimento e a circa duecento chilometri da casa.

Era lei che mi portava, my bike, radicando la tentazione prima che io avessi modo di rifletterci un poco.

Lei: in realtà in casa ospito due bici gemelle, e nel giro dell’Isola a un certo punto ho dovuto chiedere aiuto anche all’altra per via dello sfracassamento dei raggi di una ruota della prima.

Quindi vi è persino una biografia gemellare: la gemellatura si compì una quindicina di anni fa, quando babbo e figlio fecero insieme un biglietto ferroviario internazionale e puntarono sulla Scozia, presi da una bomba d’acqua a lione dopo una vertiginosa discesa da Modane verso il Rodano, sfrecciando di notte sotto Notre Dame e la Torre Eiffel, soggiornando a Canterbury e a Swansea con colazioni di lardo e fagioli, girando Londra da Brixton a Notting Hill, e Glasgow e Carlisle, Belfast, Dublino, e la Costa dei Giganti su nell’Ulster, in cinquanta chilometri di pioggia con in mente la quinta copertina dei Led Zeppelin, e su un traghetto per il Galles beffando una vigilissima operatrice marittima di sua maestà mentre sgraffignavamo una bellissima scodellina coi manici.

E facendo come matti tratte come Calais-Boulogne in Normandia e Annecy-Albertville alle falde del Monte Bianco, in solo due settimane.

Le due magnifiche sorelline sono bici adottive, cioè erano di seconda mano.

La prima esordì nei pascoli del gregge durante pomeriggi di scuola e la seconda facendo bella figura in passeggiate di primavera.

Poi le strade cambiano: ed insieme finirono per farsi tanta silenziosa compagnia per anni e anni, trenta o quaranta ormai e in strada sempre più raramente.

Qualche tempo fa provai a togliere polvere e ruggine dalla sorellina più laboriosa e attempata, quella dei pascoli di tanto tempo fa.

Era pallida e stinta e la verniciai di giallo, poi la misi in strada per una decina di chilometri, più per una specie di gratitudine per lei che per me stesso.

Scendemmo dalla porta di casa fino alla foce del Tirso, il fiume che vanta la maggiore lunghezza della Sardegna.

Una volta lì dovetti constatare con sconcerto che la foce non c’era: era sovrastata da un banco di sabbia e il fiume sembrava essersi arreso.

Piantai la bici là sopra su quella foce temporaneamente morta, feci una fotografia a lei e al fiume ed attraversai il banco a piedi.

Sentii una specie di premura per come ci eravamo ritrovati noi tre, la bici nel suo nuovo fulgore, il Tirso estenuato dalla pianura ed io nella mia incertezza, e fu allora che mi balenò in mente l’idea di fare il giro dell’Isola, da una foce all’altra dei nostri piccoli fiumi.

A parte i fiumi propriamente detti, la Sardegna è segnata da numerosissimi corsi minori, anche piccolissimi ma denominati immancabilmente dagli abitanti locali ‘riu mannu’, rio grande.

Ce ne sono a decine ed è una curiosa consuetudine toponomastica, considerando che in realtà non sono nemmeno fiumi.

Però una mezza dozzina di corsi d’acqua propriamente detti cerca di fare il proprio dovere, qua e là.

Ma le foci, tra banchi di sabbia, movimenti di dune, golene sterminate quasi perennemente in secca, lagune e labirinti di canali e stagni, le foci invisibili sono il problema: a parte il Temo, che finisce la sua corsa a Bosa, in genere abbiamo fiumi ingoiati malinconicamente prima del mare.

Al Tirso feci una specie di prova, pedalando dalla fanghiglia dei tratturi sul lungofiume verso la linea di costa volta a sud, fino allo stagno di Marceddì; una volta fuori dai campi di pesarìa per un poco le ruote schizzarono ancora tracce di fango, ma in capo a un’ora o due mi ritrovai davanti alla chiesetta bianca del villaggio.

Mi misi a osservare le installazioni di Capo Frasca di fronte, con quella palla bianca di radar e le reti dell’interdizione militare tutto intorno, e decine di barche a cullare la loro nenia.

Poi tornai a casa.

Mentre pedalavo pensavo a dove sarei potuto arrivare entro sera se avessi invece continuato lungo la costa: Porto Palma, Funtanazza, o Piscinas, o addirittura Ingurtosu… Buggerru magari.

Oh no, troppo troppo lontano Buggerru: non sono così scemo.

Il venti giugno, cioè due mesi fa, sarebbe tornato il mio compleanno, esattamente come il solstizio.

Dovevo compiere sessantasette anni di lì a qualche giorno e mi sovvenne la tentazione di concedermi il mio solstizio fuori da tutto: ignorare i miei compleanni è sempre stato un imperativo per me, ma come stavolta?

My bike!

Diedi uno sguardo alla carta stradale, puntando l’esame direttamente su Capo Frasca, dove ero arrivato appena prima.

Contai sessantasette chilometri da lì e vidi con sorpresa e con gioia che si arrivava esattamente a Buggerru.

Marceddì-Buggerru, sessantasette chilometri per sessantasette anni, da uno storico villaggio di pescatori a uno storico villaggio di minatori, più i trenta e passa chilometri appena compiuti quel pomeriggio dalla foce del vecchio Tirso fino a Marceddì: cento chilometri in tutto.

Recepii la cosa come una scrittura del destino e pensai che dovevo ubbidire.

La mattina del diciannove ero in macchina verso Marceddì con la bici nel cofano.

La tirai giù davanti alla chiesa e mi misi in sella verso le nove, con l’immagine di Capo Frasca che si specchiava nella luminosità tra le barche.

Si chiama ‘Costa Verde’: delinea un territorio che, se si prescinde da insediamenti balneari recenti, è praticamente deserto.

Luogo di approdi e fughe ai tempi dei Mori e delle piraterie, disseminato di cicatrici minerarie con il piccolo fiume di Piscinas rosso di bauxite, con di là e di qua Montevecchio e Ingurtosu e lo scenario maestoso delle grandi sabbie davanti.

E le dune, che interrompono la percorribilità della costa e impongono una lunga risalita verso la strada statale di Arbus, dalla gola di Ingurtosu segnata da laverie e vecchi macchinari pieni di antichi sudori e di ruggine alla storica cantoniera di Bidderdi, desolatamente muta prima della grande discesa verso Buggerru.

È davvero difficile cogliere con la mente lo spirito di questo luogo, sorvolandone l’immobilità e il mutamento per come questi si sono rincorsi nei secoli.

Ingurtosu deve il suo nome allo spettro dell’ingoiamento, aperto dalla montagna fin giù verso le sabbie ed il nulla.

La memoria recente presenta per strada cippi di memoria per i minatori caduti nel lavoro, e in cima al borgo ormai disabitato una stele eretta per la gloria di un imprenditore minerario venuto quaggiù dall’inghilterra, Thomas Allnutt Brassey.

Si dice che questo signore, titolare del bacino minerario fin dal 1899 e venerato quaggiù, sia poi morto a Westminster investito da una delle prime automobili sulla scena della modernità: anche questo conferma il suo destino di pioniere.

Nei primi chilometri della mattina mi ero fermato a fotografare le carcasse di un paio di vecchi scarponi, abbandonati al lato della strada.

Era la mia prima fotografia di soggetto umano quel giorno: dedicai alla stele di lord Brassey la seconda, e tirai verso Bidderdi nel silenzio del mezzogiorno.

Ero a Buggerru alle quattro del pomeriggio e tra il prologo della foce del Tirso e il molo di questo vecchio porto minerario, teatro di tante cose tra le quali un eccidio di minatori in sciopero nel 1904, avevo fatto i miei primi cento chilometri.

Passai su due bar tra gente con la mascherina sulle ventitrè e con la mia sete che non passava, ma poi fui attratto dalla scena del tramonto e andai al molo.

È davvero incredibile la luce del tramonto sul piccolo fiordo calcareo in cui è rifugiato il paese, e per di più quello era il lungo tramonto del solstizio, come una specie di immensa celebrazione sul mare silenzioso.

Cercai da dormire, e il gioco del sonno si rivelò alla mattina col suo rovescio: l’imperativo di continuare, almeno per un altro giorno.

Il proposito di tornare a casa si era invertito da solo: ero inebriato, più dalla tentazione della strada che dalla stanchezza.

l venti giugno era davvero il mio compleanno; feci come volando il lungo rettilineo dal belvedere della galleria Henry fino a Cala Domestica, nel tepore della mattina luminosa e deserta.

Poi la strada saliva per ridiscendere in tornanti secchi nella vertigine di Masua.

C’era una squadra di operatori a decespugliare il più splendido chilometro di strada della Sardegna: quando mi fermai per fare una fotografia mi comparve davanti alle ruote il corpicino di un uccellino straziato dai decespugliatori.

Feci due foto, una alla vita e una alla morte, e arrivai a Nebida per le dieci.

Nebida è un luogo spettacolare, con le laverie e le rocce rosse e il panorama di Porto Flavia e dei grandi faraglioni nel mare azzurro.

La discesa a sud spalanca la visione di una sabbia sterminata fino al promontorio di Portoscuso: era il punto dove contavo di arrivare, ma mi sembrava troppo presto per fermarmi lì.

Feci la litoranea, che terminava a lato del cimitero interrompendosi sullo scenario folle del complesso industriale di Portovesme.

Vecchi bunker di guerra convivevano con grandi impianti di pale eoliche, labirinti di tubi, polvere e ciminiere, e un acre odore di cloro pervadeva l’aria.

Attraversai questa specie di inferno senza vedere nessuno, nel gracidio sempre più forte delle cicale.

Recuperai la linea di costa, passai Matzaccara tra vigneti di carignano e coltivazioni di ortaggi e puntai su Sant’Antioco;

Feci l’istmo per l’isola verso le tre, sulla pista ciclabile di bitume bruno che è stata stesa sopra l’antica ferrovia, e mi rifugiai nella veranda di un bar sul lungomare.

Chiesi birra e le ragazze al banco mi fecero l’elenco delle marche.

Da quel momento decisi di tagliare corto: Ichnusa, la musa della mia sete di bicicletta.

Non avevo tempo di fare l’intenditore di etichette di birra.

Mi frullavano in mente invece due malinconie nuove: la cantoniera abbandonata di Bidderdi e la ferrovia sepolta di Sant’Antioco; le malinconie arrivano come semi d’erba: a volte mettono radici.

Le ragazze piuttosto: non ero preso dalle solleticazioni del vecchio Aqualung, seduto sulla panchina di un parco a guardare le ragazze con cattiva intenzione.

Ma c’erano molte ragazze a Sant’Antioco sul lungomare, e un poco mi meravigliò la composizione di pantaloncini cortissimi e mascherine e la necessità di una visibile reazione corporea al cosiddetto lockdown, la primavera del nostro scontento.

Del resto anche la mia attrazione per la strada era una reazione ai mesi della quarantena, e l’Ichnusa era la mia musa vociante dopo i mesi del silenziamento generale.

Al contrario di quello che avevo supposto fino allora, quando si pedala per molte ore a temperature sui trenta gradi non si percepisce più di tanto lo stimolo della fame.

Prevale la sete e la birra viene desiderata più di ogni altra cosa.

Ma con un tale dispendio di energia la birra, oltre che dissetare nutre senza ubriacare, e si può arrivare a sera quasi senza cibo.

La birra è stata la prima forma di salario nell’organizzazione complessa del lavoro umano.

Due erogazioni al giorno, nello schiavismo dell’antica Mesopotamia, come salario di nutrimento più che come bevanda voluttuaria: due erogazioni al giorno per trenta giorni: così nacquero insieme, nelle mani dei sacerdoti babilonesi, il salario, il calendario e la matematica sessagesimale.

Era presto sul lungomare di Sant’Antioco, solo le quattro del pomeriggio.

Ma puntare subito su Giba o su Sant’Anna Arresi mi parve un gioco arrischiato con quel caldo privo di vento.

Essendo indeciso sul che fare mi misi a consultare il sito dell’Arst, l’azienda regionale degli autobus.

Scoprii con piacere e con vivo interesse che garantisce il trasporto delle biciclette, che dispone di una rete efficiente e capillare e che trovi gli orari di ogni fermata sul sito con tempestività e precisione.

Scoprii così che se avessi continuato per litoranee con la bici non avrei avuto necessariamente bisogno della macchina per gli eventuali trasferimenti da casa, e che avrei potuto fare scrupolosamente il giro dell’Isola, anche con tutte le intermittenze temporali determinate dalle incombenze domestiche, anche solo servendomi dei pullman di linea: così cercai da dormire a Carbonia, verso la vecchia miniera di Serbariu ora circondata da grandi negozi, e la mattina dopo ripiegai in treno su Cagliari, poi presi il treno fino a Marrubiu e mi buttai in bici fino a Marceddì per recuperare l’auto.

Ero a centoottanta chilometri di pedali e non mi restava che continuare: ormai ero in missione.

Nel rollio del treno mi passavano in mente alla rinfusa le immagini di quelle ore, come nel flusso di un film pasticciato.

Su un rettilineo verso Torre dei Corsari mi ero fermato per osservare il tracciato antico della strada, che dall’alto mi appariva travagliato e innocente.

Ma lì, sul tratto del nuovo tracciato in cui ero, c’era un bel muraglione di cemento armato su cui una mano devota aveva scritto in vernice che Satana ha i giorni contati.

Cercai di pormi la domanda, ma mi venne da fare pipì così verso il mare.

Qualche ora dopo trovai la stessa grafia di quello spray su un muraglione in piena discesa dopo Bidderdi, verso il bivio della colonia penale, ma questa volta la scritta diceva che Satana è in Vaticano.

Feci pipì un’altra volta, alla faccia dei mentecatti.

Da Sant’Antioco avevo mandato un aggiornamento a mia moglie.

Era stupìta che fossi addirittura arrivato lì e mi rispose che sono un pazzo: lo interpretai come l’augurio di compleanno e come un invito a continuare.

Molti miei amici quel giorno mi scrissero messaggi su quell’allegra follia: ‘tue ses maccu’ è infatti un magnifico complimento.

Un amico di Orotelli mi agganciò con un messaggio di compleanno e mi chiese un qualche titolo di canzone o poesia; gli dissi a bruciapelo Lee Marvin, ‘I was born under a wandering star’, e lui la mandò in giro quella notte.

Sono nato al solstizio, sotto una stella vagabonda, verso un luogo senza nome.

Così dopo un giorno di disbrighi domestici a casa tornai di nuovo a Carbonia e alla strada, come alla casa del sole nascente.

Dall’incrocio dell’istmo di Sant’Antioco presi la litoranea verso Porto Pino, risalii a Sant’Anna e di lì a poco fui alle reti di interdizione militare di Teulada.

Non si poteva accedere al Capo, quindi dovetti prendere la litoranea verso il piccolo porto di pesca, e di qui verso Capo Malfatano, Bithia e Chia.

La costa è davvero meravigliosa, ma osservavo già con apprensione l’altro capo del grande golfo, con Villasimius nella foschia a cento chilometri di distanza verso est, il sole nascente.

Mi fermai su un belvedere per qualche fotografia, ed apparve sotto di me un terribile albergo a più piani impiantato come uno stupro sulla roccia; si fermarono anche due giovani con un’auto di targa svizzera, sorrisero e mi offrirono una bottiglia di acqua fresca.

Non ne avevo bisogno e ringraziai, e fummo consolati per un po’ dalla nostra fortuita consonanza mentre osservavamo il mostro sconcertati.

Poi ci salutammo con un cenno e partimmo di nuovo.

In una lunga discesa dal promontorio di Malfatano la catena della bici venne via dalla guida dentata e finì per svellere dalla ruota due raggi.

Ormai dovevo procedere a piedi, ma ero pressochè arrivato a Chia e per di più in un ristorante circondato di gazebo e colorato di bianco e di azzurro.

Era presto e con la bici a posto sarei potuto arrivare a Pula, ma feci tesoro del contrattempo.

Entrai nella sala e constatai con stupore che non c’era quasi nessuno.

Era affidato a una signora bionda e gentile, che dall’accento e dai modi supposi fosse rumena o ucraina o comunque dell’est del sole nascente.

Era il covid ad avere dettato le nuove condizioni della ricettività sulle spiagge semideserte e mi venne tristezza a considerare la gentilezza di chi mi serviva.

Poi andai al bar sull’incrocio, dove passai almeno un’ ora in attesa dell’autobus a bere birra e a chiacchierare coi perdigiorno.

Mentre sopraggiungeva il pullman prenotai per il dopodomani un cappuccino, ma la cosa fu presa come uno scherzo.

Caricai in autobus la mia povera bici ferita, e qualche ora dopo ero a casa: avevo superato Chia, e a breve sarei entrato nella convulsione della statale.

Era giunta l’ora della bici di primavera, la sorellina elegante.

La strada era diventata una visione continua, e l’inebriamento era molto più forte della stanchezza.

In casa mi dissero dell’adrenalina e delle endorfine, come responsabili chimiche di questi giochi psichici, ma a me importava poco di queste sofisticate spiegazioni.

Anche la faccenda della birra che nutre senza ubriacare me la spiegarono con le malto-destrine, che a me sono ignote.

Quando mio figlio mi raccomandò di provvedermi dei ‘dispositivi’ necessari a chi va in bici chiesi dei chiarimenti, perché per me una bici consiste essenzialmente nelle ruote: mi disse che dovevo dotarmi almeno di un casco e io caddi dalle nuvole: non avevo mai pensato ai dispositivi anche per andare in bicicletta.

Ad ogni buon conto decisi di portarmi dietro un po’ di cambio e un leggerissimo sacco a pelo, come ai bei tempi.

L’indomani presi di prima mattina un treno e un autobus, e alle dieci ero di nuovo a Chia al bar dell’incrocio davanti al mio cappuccino.

Corsi di volata fino a Pula e arrivai a Sarroch dalla strada di campagna di Villa San Pietro.

Così potei ammirare tutta l’architettura di tubazioni e ciminiere della raffineria, fino alla sirena di mezzogiorno.

Vidi un alone nefasto in quell’immenso giocattolo, ma ormai ero in vista della città, frastornato dal traffico delle aree industriali e delle spiagge.

Quando arrivai in via Roma era appena l’una del pomeriggio, presi spaghetti lì al Porto e proseguii senza riflettere verso est.

Superai una a una le spiagge dal Poetto in avanti e mi fermai qualche ora dopo soltanto davanti a un cartello che spiegava: ‘Solanas, hamlet of Sinnai’: Solanas, frazione di Sinnai.

Scoprii così che hamlet vuol dire frazione, parte di qualcos’altro: un modo di essere e di non essere, esattamente.

Fotografai le cantoniere abbandonate ai rovi, e dappresso alla cantoniera di Solanas mi fermai a una rivendita di vini.

Chiesi una birra, e constatai che ce l’avrei fatta: erano poco più che le tre del pomeriggio, e Villasimius distava solo una dozzina di chilometri.

Feci a piedi la salita di Capo Boi, e rimasi incredulo a vedere la costa di Chia laggiù nell’ ovest, cento chilometri indietro percorsi in così poche ore.

Di qua invece, appena prima della discesa, un grande cartello indicava ‘Crabonaxa’, il vero nome di Villasimius.

Volai fino alla fermata degli autobus con un’ora di birra davanti.

Qui il bar ristorante era affidato a un giovane tunisino, e questa constatazione confermò quella che ne avevo ricavato al ristorante deserto di Chia il giorno prima: il Covid aveva imposto le sue condizioni alla stagione balneare.

Prenotai anche qui un cappuccino per il dopodomani, salutai e salii sul mio autobus per la città.

Due ore dopo ero di nuovo a casa.

Due giorni dopo alle dieci ero di nuovo laggiù, col compito preliminare di doppiare la punta di sud-est, Capo Carbonara.

La bici di primavera si era comportata meravigliosamente nel suo primo giorno di strada, coprendo in sole sette ore quei centoventi chilometri della costa sud, il largo arco azzurro affidato a una Madonna di Bonaria e intitolato agli Angeli.

Mi diedi tempo fino a mezzogiorno per fare in andata e ritorno la bretella che congiunge Simius a Capo Carbonara, cinque o sei chilometri in bici e un’ora a piedi sulle rocce davanti alla pacifica Isola dei Cavoli e al suo faro: provveduto a questo adempimento avrei potuto finalmente puntare a nord e iniziare la costa orientale.

Sarei potuto arrivare in giornata fino al Flumendosa, il secondo dei nostri fiumi, e cercarne la foce a più di quattrocento chilometri da quella del Tirso.

La storia dei quattro capi angolari della Sardegna non è meno complicata della loro geografia.

Capo Teulada, all’angolo di sud-ovest oggi sotto potestà militare, è stato per secoli il punto terminale di un feudo periferico e desolato, cui era riconosciuto il diritto di asilo per ricercati e condannati in fuga.

Ma anche Capo Carbonara, nell’angolo di sud-est, era il terminale geografico di una destinazione analoga.

Pur essendo adibito a rudimentali funzioni portuali relative all’imbarco di carbone, contrassegnava un entroterra altrettanto ostile rispetto a quello simmetrico di Teulada: il vasto e deserto triangolo di granito a valle dei Sette Fratelli aveva ospitato dal diciassettesimo secolo una colonia penale e si guadagnò probabilmente così il nome del castigo: ‘Castiadas’ appunto.

La colonia fu disabilitata negli anni cinquanta del novecento, quando fu pianificata una riforma agraria capace di ospitare i Pied Noir italiani espulsi dalla Libia: famiglie di Pantelleria, della costa sicula e di altri luoghi disparati.

Impiantarono a Castiadas vigne e serre di ortaggi e di fiori, trapiantarono zibibbo e vitigni di Salaparuta, impararono a convivere con pastori sardi sopravvenuti per necessità di pastura.

Sulla sagoma inquietante del vecchio carcere fecero un mondo nuovo.

Partii da Capo Carbonara che era ormai mezzogiorno.

Presi la litoranea che fronteggia in una lunga salita l’isolotto di Serpentara e infine mi buttai verso i territori penali di un tempo.

Ma dopo Cala Sinzias, brutalmente invasa da residences inospitali e inospitati, decisi di lasciare temporaneamente la strada di costa: non mi importava di Costa Rei e dei suoi exploit balneari, mentre nel crocevia di San Pietro vi era la minuscola scuola rurale dove avevo fatto il maestro da giovane, e poco più su il palazzo minaccioso della colonia penale dove avevo allora abitato per due estati e due inverni.

Avevo un debito con quei luoghi, con il ricordo di quei bambini di allora e con quelle desolazioni; un autobus che si fermava nella polvere ogni giorno alle due, e il rumore incessante del vento quando si alzava il maestrale;

Un’ala del vecchio carcere è stata ristrutturata per farne attività culturali, ma l’ala principale, con le celle nei sotterranei e le capriate del tetto abbandonate al marciume e alle intemperie, annuncia sconsolata una rapida macerazione.

L’accesso è precluso da un cancello sbarrato da tempo, e questo è tutto: per il carcere, per le anime dei derelitti che vi sono passati in contenzione, e per quei miei giovani anni di maestro di scuola.

Filai via senza controllare l’orologio, con uno zaino invisibile pieno di malinconie, e tornai sulla litoranea verso Capo Ferrato.

Da là sopra si spalancava la scena degli stagni, dai meandri terminali del perfido rio dei Sette Fratelli su fino alla golena del Flumendosa.

A Muravera entrai con la bici al cimitero per la tomba di un mio giovane amico di quel tempo, si chiamava Vittorio.

Poi passai il Flumendosa, o più precisamente il letto di ghiaia di un fiume completamente in secca sotto il vecchio ponte di ferro.

A Porto Corallo mi fu davvero difficile individuare quella che poteva dirsi la foce.

Risalii a Villaputzu, aspettai l’autobus delle cinque nella veranda di un bar con una birra grande davanti.

Avevo al fianco una sagoma di pecora in granito bianco e fui lieto di questa compagnia: ero ormai sulla soglia dei conquecento chilometri.

Ripresi la corsa da villaputzu la mattina del quattro luglio, dopo aver salutato la mia pecora di granito davanti al bar.

La sera avrei dovuto partecipare a un seminario sindacale nel magnifico borgo ogliastrino di Ulassai, e così poi per due pomeriggi successivi: prevedevo quindi di poter approfittare delle lunghe mattine per raggiungere il simbolico giro di boa del mio percorso, i mille metri di quota del valico di Genna Silana.

Lasciai Villaputzu verso le otto col proposito di fare un salto agli ingressi della concentrazione militare di capo San Lorenzo, nei pressi di Quirra.

Nel piccolo piazzale su cui si ergono i cancelli della Vitrociset, l’azienda di servizi militari del gruppo Leonardo stabilizzata laggiù da più di mezzo secolo, si erge proprio di fronte il più modesto cancello di un’azienda pastorale che propone invece formaggi e ricotta di produzione propria.

Anche dirimpetto alla grande palla bianca del radar si erge sulla collina conica di fronte l’antico castello dei Carroz, vecchio di ottocento anni.

La Vitrociset non durerà così tanto, e nemmeno le paranoie militari di cui è al servizio.

Ma i carichi di veleno, in terra, in cielo ed in mare, quelli sono destinati a durare davvero.

Portai queste tristezze fino al chilometro cento della vecchia Statale Orientale, appena prima di Tertenia.

Arrivai in paese verso le undici e presi un caffè in compagnia di una zingara che cercava di vendere collanine.

Era molto paziente e molto gentile e mi sembrò che da tanto tempo non incontravo una signora così mite.

Mi sentii come consolato nel salutarla, sebbene non ci fossimo scambiati propriamente alcuna parola salvo per il timido invito al banco del bar.

Così presi la salita verso la cantoniera di Genna ‘e Crexia, mentre si faceva quasi mezzogiorno.

La statale 125 è ricca di magnifiche case cantoniere, gravide di storia e ormai tutte tristemente in rovina.

Davanti a ciascuna mi fermavo come fossero delle specie di santuari e le ho fotografate una a una con un rispetto religioso per le storie passate che vi erano transitate davanti: sentivo un dovere di devozione, per tutta le gente e le bestie che vi avevano trovato rifugio nelle incertezze del clima e della strada, tanto tempo fa.

Mentre pedalavo mi sovvenivano nell’immaginazione le vicende, tutte diverse ed uguali, come fossero state quelle di mio padre e mia madre.

Le case cantoniere, chi è quel demente che abbandona ai rovi costruzioni e storie come queste?

Verso l’una ero quasi ad Arbatax: quasi, perché mi fermai davanti alla casa di Rosaria, una cara amica e compagna, sul grande viale che costeggia la ferrovia.

Qualche ora dopo ero a Ulassai per il convegno, all’ora convenuta e con una lunga doccia addosso.

Mentre gli argomenti seminariali si levavano io pensavo a Genna Silana per l’indomani: mille metri di quota da fare in poche ore, con cinquanta chilometri di salita e un ritorno di cinquanta chilometri di discesa: ne ero completamente inebriato.

Alle nove del mattino ero di nuovo a Tortolì alla stazione degli autobus.

Tirai fuori la bici dalla pancia del pullman e me la presi comoda fino a Lotzorai.

Poi iniziai la salita e dopo pochi tornanti scesi dalla bici.

Feci una foto alla muta cantoniera del km 148 e continuai a piedi: fare sui pedali un dislivello di cinquecento metri in cinque chilometri è contro i miei princìpi morali, ed è stato con questa certezza che sono arrivato pimpante a Baunei.

Poco tempo fa vi transitò il Giro d’Italia, a giudicare da una grande pittura murale alla periferia del paese: mi sentii uno del ramo, e dovetti fotografare la mia bici di primavera nella silhouette del disegno, contro la muraglia tutta tinta di rosa.

Da Baunei a Silana c’è un ulteriore salto di quota di cinquecento metri, ma è distribuito in ventisette chilometri: quindi la pendenza media è certamente tranquillizzante, ma si tratta pur sempre di ventisette chilometri su cui si rende necessaria una raccomandazione: uno dei problemi in genere trascurati da chi va in giro in modo sconsiderato consiste nel fatto che in Sardegna sono ormai molto rare le sorgenti e le fonti lungo strada, e in lunghe salite nel sole del mezzogiorno questa trascuratezza è imperdonabile, se non vi sono almeno chioschi o case per strada.

Fortunatamente verso Silana vi è una casa forestale e poi una fonte ben visibile poco prima degli incroci di Teletotes e Urzulei.

Sono quelle situazioni in cui, se ti sei avventurato senza precauzione e alla bisogna trovi queste condizioni di salvezza, ti viene anche voglia di credere in Dio: ma Dio si aspetta che tu impari a provvedere da solo, prima di metterti nei guai.

Vi è un’altra ragione più sublime per credere in Dio, lassù nell’altopiano: è la fascinazione del paesaggio, la mitezza delle mandrie e dei cavalli, e il profumo della ginestra in fiore.

Ma essendo questa una materia da lasciare ai poeti, e troppo lieve per chi ha da fare coi pedali, eccoci direttamente sul valico più leggendario dell’Isola, dominato da una cantoniera rigorosamente ristrutturata ma sprangata anch’essa in ogni sua porta.

Tuttavia il volgere delle cose, che sa offrire sempre un rimedio o una consolazione o una gioia, ha provveduto a far invadere la strada da un disordinato e numerosissimo gregge di capre, di becchi e caprette proprio mentre sopraggiungevo sul culmine.

È bello quando una capra ti osserva con fare interrogativo, per qualche istante, e torna poi ai fatti suoi: ti fa venire l’ininvid.aE

ntrai felice al chiosco, presi una birra grande e un grande panino, e dopo un poco feci dietro front per il ritorno giù a valle, nel brivido della lunga discesa.

Ero verso i seicento chilometri ed avevo superato la mia cima e il mio giro di boa.

Erano solo le due, e due ore dopo ero a Santa Maria Navarrese a vedere la gente in spiaggia.

All’ora convenuta ero di nuovo ad Ulassai per la riunione sindacale del pomeriggio, pronto a fare anche un po’ di baccano la notte con i miei compagni.

Tornai a Genna Silana in auto, puntuale per la brezza della mattina.

Quando mi misi in sella la strada era deserta e mi involai nelle giravolte della discesa verso Dorgali affidandomi allo stridore dei piccoli freni.

Ero preso contemporaneamente dalla fascinazione, dall’inebriamento e dalla visione del vuoto.

Mi scorreva davanti come al cinema il caos primordiale di Gorroppu, il vestito di ginestra della roccia bianca, l’intensità dei fiori gialli e del loro profumo, le sagome ammonitrici dei monoliti e il grande vuoto sotto le muraglie.

Superai il cippo del chilometro 200 dell’orientale e non mi fermai in paese, anche se di lì a poco mi sarei dovuto rassegnare di nuovo alla pianura.

Ero già sui marmi di Orosei e avevo un altro piccolo fiume e un’altra foce davanti.

L’ingresso all’abitato di Orosei è segnato per l’eternità dalle cave.

La polvere di marmo è dappertutto, ma è la dismisura degli sventramenti quella che desta un necessario spavento.

Sul lato opposto del paese si apre invece un’ampia valle prosperosa segnata dal fiume.

I nomi che i sardi danno ai luoghi non si concedono mai una minima tenerezza.

Ma iliCedrino, il fiume didOrosei, è una evidente eccezione: solo nel nome però, perché il Cedrino non è affatto un fiume tenero: esso raccoglie tutte le acque dei labirinti carsici del Supramonte interno, degli inghiottitoi, delle doline e degli immensi sifoni del sottoterra.

Così come raccoglie le storie delle latitanze, delle fratture esistenziali e degli stati di eccezione ricorrenti nelle vicende di Orgosolo, di Dorgali e di tutti quelli necessitati per qualche ragione al nascondimento e alla fuga.

Seguire il moto del Cedrino, dalle pendici di Fumai e di Monte Novo fino a Cologone e poi a Orosei, comporta una disposizione al compromesso e una sincera umiltà: la natura ha il diritto di celarti ciò che è intimo in lei.

Arrivai a Posada in tempo per riprendere un autobus che mi riportasse a Dorgali.

Dovevo però risalire a Silana a recuperare la macchina, e non me la sentivo a quel punto e a quell’ora di fare in bici venti chilometri di salita.

Bussai alla vetrina di una guida escursionistica e mi disse di potermi portare lui su al valico.

Mi disse il prezzo, mi chiese di dove fossi e quindi mi portò in cantina per la cortesia di un invito.

Si chiama Fancello, come molti a Dorgali, e così tra assaggi di vino ho trovato un amico.

Il Cedrino è un fiume carsico: la sua verità non è nella foce.

A Posada ero ormai sui settecento chilometri: mi rendevo conto che giorno dopo giorno stavo accelerando, e che la mia media saliva dagli ottanta chilometri di media delle prime giornate ai centoventi di media che ormai mi si svolgevano da soli sull’asfalto.

La mente di chi va in bici, come quella di ogni fatica, probabilmente è stratificata come l’organizzazione di una nave: chi è alla reception o ai servizi di sala o al ponte di comando non conosce propriamente la condizione di potenza dei motori e le risorse dello stato di necessità.

Perfezionai la dotazione del piccolo zaino, assicurandomi la disponibilità di cose come sapone, dentifricio e liquido per lenti a contatto: con quel ritmo potevo permettermi di non tornare a casa così frequentemente, e portare a termine la missione in un massimo di altri quattro giorni.

Anche da Posada seguii scrupolosamente le litoranee, ad eccezione del ramo di Porto Cervo.

Sùbito sotto la torre incrociai un altro enigmatico fiume, placido e terribile come sa essere il rio Posada che viene giù da Torpè.

Ma in quell’ora della prima mattina anche l’effervescenza dell’estate sembrava ancora dormire, almeno fino al lungo vecchio ponte e alla cantoniera.

È appena dopo che la scena cambia radicalmente, quando entri a Budoni.

L’abitato di Budoni si presentava molto animato già in quelle prime ore, soprattutto alle vetrine del panificio.

Il panificio principale di Budoni reca l’insegna ‘fratelli Mesina’ e ovviamente a me venne in mente la fibrillazione di quelle ore e quei giorni, per l’ennesima latitanza del fratello più celebre di incerto mestiere, ma mi parve un pensiero irriguardoso e gratuito, e continuai a pedalare.

Di qui a San Teodoro trovi una successione di artifici balneari che io ritengo assolutamente antipatici e brutti.

Tuttavia ho preso a cuore la borgata di Tanaunella, poiché esisteva da prima delle colate, perché ha un simpaticissimo nome, e soprattutto perché la toponomastica delle vie non si rivolge ai sepolcri dei personaggi illustri o delle icone nazionali, ma alle figure immaginarie della mitologia greca.

Entrare fra le prime case con davanti il cartello ‘Tanaunella’ e subito dopo ‘via Caronte’ e ‘via Ercole’ ti riconsegna un minimo di fiducia sulla creatività umana.

Alle quattro del pomeriggio ero a Santa Teresa, proprio Santa Teresa di Gallura.

Avevo superato nelle ore San Teodoro, Olbia, Cannigione, Capo d’Orso e Palau quasi senza pensare, come in uno stato di ipnosi.

‘Quasi’, senza pensare: a Palau incrociai la vecchia ferrovia che viene giù da tempio: nei giorni precedenti avevo dovuto trascurare quella sepolta di Sant’Antioco, avevo attraversato senza grande attenzione quella di Arbatax, ma non potevo permettermi di fare lo stesso con quella di Palau e con lo scenario della vecchia stazione.

Ho provato a immaginare il paese senza le costruzioni di data recente tutto intorno, e mi sono fermato con una nenia che mi frullava in testa in quei giorni.

All’origine si intitolava “I pascoli dell’abbondanza” e il suo autore era Woody Guthrie, ma entrò poi nelle nostre menti come la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”; dedicai ad Ennio Morricone, volato nei pascoli del cielo in quei giorni, la mia visione della vecchia stazione di Palau, anch’essa da tempo in rovina.

Mentre facevo qualche fotografia contai i dollari del mio rapido pranzo, e tornai sulla bici.

Appena giunto a Santa Teresa mi rifugiai subito giù al porto, dove la prassi per me ormai rituale di saziarmi di birra tra le combriccole di perdigiorno trovò la sua perla: si trattava di un’ epica discussione sul carattere squisitamente maschile o squisitamente femminile del nome ‘Andrea’; fu la signora del bar a trovare un ragionevole compromesso tra le due tesi in contraddittorio, mentre stappava la mia bottiglia.

I bar frequentati dalle combriccole dei perdigiorno non sono semplicemente suggestivi in ragione di queste discussioni dotte, oziose e assolutamente inconcludenti, ma sono socialmente importanti soprattutto perché ti si garantisce già solo alla vista che il banco tiene in vendita bottiglie di birra da sessantasei centilitri.

Se non vedi questa specifica frequentazione umana puoi stare certo che il banco ti sciorinerà l’elenco di tutte le etichette, Becks, Stella Artois e altre corbellerie, ma solo in miserabili mezze bottiglie da trentatré.

In tali frangenti devi dire al banco con cortese decisione: ichnusa sessantasei.

Ti risponderanno con l’elenco canonico, con ‘mi dispiace’ con le risapute sciocchezze, e tu andrai felice da un’altra parte, tra i perdigiorno della gente seria.

Santa Teresa merita ben più che un passaggio in bicicletta, ma è bene che ognuno stia alla sua missione.

La mia consisteva di nuovo nel doppiare il capo angolare, laddove la geografia ti impone di piegare la direzione da nord ad ovest; il capo angolare oggetto di questa operazione consiste in realtà di tre capi: Punta dei Falconi, sul promontorio della Marmorata, poi Santa Teresa intesa come la rupe su cui si leva l’abitato, e infine Capo Testa che è a sua volta una specifica meraviglia.

Per di più c’è il Faro, e i fari a loro volta costituiscono un capitolo sterminato di geografie e di storie.
Proseguì per una ventina di chilometri nella brezza della sera, fino a Vignola.

Con un sacco a pelo appresso non potevo negarmi il desiderio di buttarmi in spiaggia nella notte e vedere il faro sardo di Capo Testa e il faro corsicano di Pertusato incrociare le loro intermittenze di luce baciandosi per tutta la notte.

A Vignola ci sono due villaggi con camping e servizi, circondati da ristoranti e bar; nella pineta adiacente c’è il market, con un altro complesso dotato di ristorante, rosticceria, asporto e bar.

Tutto era aperto ma praticamente vuoto.

Ovviamente la birra poteva essere solo in trentatré, ma questo in uno stabilimento balneare fa parte del gioco.

Quello che non dovrebbe far parte del gioco è la penosa condizione in cui si sono venuti a trovare gli operatori in questa difficile estate.

Con la birra ho chiesto alla ragazza del bar il favore di consentirmi l’allaccio a una presa elettrica per ricaricare il telefono: mi ha detto che ha avuto la disposizione di non acconsentire a questo genere di richieste, ma di sentirsi di trasgredire per quanto riguardava me; mi ha detto con gentilezza: “non è solo perché lei è in bicicletta, è anche perché lei è solo il secondo cliente in tutto il pomeriggio e la sera”.

Mi è venuto il desiderio di abbracciarla, e in un certo senso lo abbiamo fatto: il semplice incrocio dello sguardo, per un unico istante, è in grado di comunicare l’intimità della comprensione: non muove di nulla l’introito della giornata e men che meno il PIL di una nazione, ma la spiritualità, quale che sia, non soggiace a tali parametri.

Nessun pernottamento a tre o quattro o cinque stelle vale la visione dell’alba quando scema l’idillio dei fari, come tra Capo Testa e Pertusato.

Piegai il mio paio di cose, mi avvicinai al beccuccio di un irrigatore provvidenzialmente in funzione, e così ben bagnato tornai allo stradone mentre il sole appena si alzava.
Al chilometro venticinque della statale settentrionale, nei pressi di Trinità, fui colpito dalla forma di un monolito di granito bianco al bordo della strada: era la sagoma di una maternità.

Era bello, e per quanto fossi in marcia in salita mi fermai.

Fare una foto è solo una soddisfazione sostitutiva, mentre la mente cerca ciò che è suo: mi tornò in mente la ragazza del bar, l’incertezza delle giovinezze dei nostri figli e la maternità di granito.

Feci a piedi il resto della salita, fino a trovare un caffè e una illusione di normalità.

A Valledoria mollai per un poco lo stradone, in cerca della foce del Coghinas.

Anche questa si mimetizza in uno stagno, ma in qualche modo assolve al suo dovere scolastico di essere la vera foce di un vero fiume.

Ne fui contento e questo agevolò la constatazione della lunga salita davanti: non potevo permettermi di imbrogliare Castelsardo, e quindi imboccai diligentemente la strada vecchia.
L’ingresso a questo straordinario borgo mi si apriva fortunosamente nella mattina del mercato.

Il mercato di Castelsardo vincerebbe senza dubbio il primo premio in una specifica classifica di bellezza: esso è posizionato in linea sulla lunga terrazza del belvedere, con tutto il golfo spianato davanti, da Bonifacio fino all’Asinara, tra pile di formaggi, giocattoli, giapponesine e aggeggi da mare.

E la curiosità di chi non è del luogo, e i pensieri di chi è dietro il banco, in attesa di qualcuno; per molta gente è sempre lunis santi, anche se non lo dice e non ci sono riti di preghiera.

Al castello ti prendono la temperatura e poi ti indicano i punti di interesse.

Io gironzolavo con la bici tra le scalette dei vicoli, fino alla piccola chiesa delle Grazie, in cima alla rupe, con dentro i legni del calvario.

Il rispetto del calvario, che si protende dalle piazzeforti genovesi delle due isole, e particolarmente da Castelsardo a Sartene, è intriso nelle pietre e nei muri.

Devo tornare quassù, per l’alba di un lunedi santo, e per un giorno di mercato in inverno.

Il segmento costiero per Porto Torres è probabilmente gradevole per i locali, per l’estensione delle pinete e per l’apparente razionalità degli accessi alle lunghe spiagge.

Ma non posso negare che si è trattato del tratto di strada per me più noioso.

A un certo punto sfiorai con la ruota un telefono cellulare perduto da qualcuno e nell’incertezza mi fermai a raccoglierlo.

Era funzionante e quindi decisi di prenderlo per consegnarlo ai vigili.

Poi digitai e mi comparve sullo schermo l’immagine di un ragazzo di pelle nera.

Allora stabilii di non consegnarlo agli agenti, far girare su facebook la ricerca del proprietario e aspettare.

Feci bene, anche se il proprietario non era un immigrato senza permesso di soggiorno ma si rivelò essere semplicemente un ragazzetto di Porto Torres.

E lì, a Porto Torres, arrivai appunto verso mezzogiorno.

Presi una birra, presi un autobus, e qualche ora dopo ero di nuovo a Posada a recuperare la macchina.

Ormai mi mancavano meno di trecento chilometri alla foce del Tirso, e la macchina non mi sarebbe servita più.

La mattina dopo ero di nuovo a Porto Torres, dopo due ore di autobus da casa.

Erano le dieci in punto e mi aspettava sotto la pensilina del porto la mammina del giovane di cui il giorno prima avevo trovato il cellulare per strada.

La felice conclusione di un simile contrattempo dovrebbe segnarsi con una gioviale cortesia, ma nei paesi anche con “gradisce una birra, o un caffè?”.

Ma forse non tutto il mondo è paese.

Come che sia, il cellulare è tornato al distratto proprietario, e io mi sono arrangiato da me al bar del porto prima di tuffarmi nella strada.

Per arrivare al capo di nord-ovest, cioè quel promontorio di Capo Falcone da cui Stintino e la Torre della Pelosa guardano da vicino l’Asinara, partendo da Porto Torres devi lambire un’altra successione infernale: Enichem, Enel, Fiumesanto e fabbriche consunte.

Poi raggiungi l’amena borgata di San Nicola e procedi sulla lunga bretella fino al Capo: venti chilometri ad andare e altrettanti a tornare, fra la gentilezza degli stintinesi, la cortesia dei crucchi e la sguaiatezza provocatoria di ospiti italici e sardi possibilmente in suv.

Ma è l’antropologia delle spiagge, talvolta non la puoi evitare; e in realtà anche io concessi poca cortesia a una giovane coppia in auto che mi chiedeva informazioni sul senso unico per la spiaggia: ma ero sui pedali, e ne sapevo meno di loro.

All’una ero di nuovo a San Nicola, a fare una birra nel bar della piazzetta.

Alle due ero a Palmadula, e di qui incrociai una traversa tabellata come strada di Puddighinu: essa taglia di netto un belvedere nel paesaggio, e ne aprì di colpo un altro nella mia mente.

Avevo davanti la visione di Capo Caccia e della costa di Alghero fino a Marrargiu.

Ormai ero sull’orizzonte di casa.

Ma quella tabella sul belvedere della collina, ‘strada comunale Puddighinu’, mosse nella mia memoria una figura da tempo scomparsa. ‘Puddighinu’ era il soprannome di un ‘trubadore’ di bestiame, un uomo che io conobbi da bambino quando lui era ormai quasi vecchio. Trasportava bestiame a piedi su commissione, per tutta l’Isola, generalmente dai luoghi di fiera. Probabilmente era il massimo conoscitore di sentieri, dai tempi in cui di fatto non esistevano se non pochissime strade. Ed era uno dei pochissimi sardi del centro a frequentare i deserti periferici dell’Isola e la Nurra allora disabitata, dall’Alguer fino alla costa mineraria dell’Argentiera. Chissà l’origine di quella denominazione, Puddighinu, sulla tabella stradale di Palmadula.

Un’ora dopo ero al bar istriano di Fertilia: agli antipodi di Castiadas dei piedi neri, Fertilia è stata una terra promessa per piedi bianchi. Lo stagno di Calic e il vecchio ponte di pietra ne conservano un’aura antica, che sembra aver resistito finora a pesanti trasformazioni.

Alle quattro aggiravo le mura di Alghero dalla parte del mare.

Se mi fossi buttato su Bosa, quarantacinque chilometri di asfalto a grana grossa per me impraticabili in caso di salita o di vento contrario, non sarei potuto arrivare prima di quattro o cinque ore ancora. Ero in strada da sei ore e avevo già alle spalle almeno ottanta chilometri di ore del mezzogiorno e svariate soste di birra. Mentre fotografavo una catapulta di Carlo Quinto sugli spalti della città vecchia guardai la bici per chiedere consiglio, e Marrargiu davanti per ponderarne la sfida: ricordai Giulio Cesare ai tempi del Rubicone, e uscimmo da Alghero.

Per grazia di Dio all’altezza di Pòglina non c’è solo la torbida vicenda della Gladio, che aveva avuto nell’area militare di quel lembo di mare il suo covo, ma anche un’amena piccola spiaggia con un piccolo ristorante.

Da lì in poi però iniziava davvero la prova: non mi restava altro da fare scendere dai pedali e tirare avanti di buon passo in salita animato dalla prospettiva della discesa, comunque lontana.

Al limite di provincia scoprii che la tabellazione chilometrica del tratto di competenza di Sassari era sbagliato di due chilometri, e che quindi avrei avuto due chilometri in meno di salita rimanente da fare.

Ringraziai i Santi di quel deserto, perché tale è la costa di Marrargiu tra Pòglina e Bosa, e di lì a poco volai giù per la lunga discesa, mentre il mare cominciava a riflettere la luce del tramonto.

Ora a Bosa si trattava di trovare da dormire. Mentre gironzolavo in centro con la bici per mano, diretto alla ‘Casa del Popolo’ dove sono di casa, mi arrivò sul cellulare un messaggio col numero di telefono di Francesca, anche lei un’amica di Orotelli che però abita proprio a Bosa. Così potevo considerare risolto il problema della notte, e decisi perciò di dedicare l’ultima mezz’ora di luce a una birra grande in onore ai Santi del deserto: Marrargiu, appunto.
Mentre andavo al Bar Campus, sul selciato del vecchio corso, mi vennero segni di saluto da una giovane coppia per me sconosciuta che stava cenando a un tavolino. Mi chiesero se di mattina ero a Stintino e ovviamente risposi di sì. Erano quelli che mi avevano chiesto informazioni sulla spiaggia della Pelosa. Non ci perdemmo in frasette di circostanza: eravamo soltanto felici di esserci ritrovati, anche se non ci conoscevamo nemmeno. Il giovane disse di aver riconosciuto la bici, prima che me, e ne fui quasi meravigliato. Disse che ha un negozio di biciclette, a Cagliari all’incrocio di Genneruxi, e che la mia è una vera bicicletta. “Infatti – aggiunse la compagna – lei è arrivato qui da Stintino più in forma di noi”. Avevo trovato due nuovi amici, omaggio evidente dei Santi di Marrargiu: ci ripromettemmo di vederci a Genneruxi per una birra insieme, quando la buriana dell’estate e più ancora del Covid sarà finita. Poi andai al Bar Campus e di qui da Francesca, a pescare racconti di questo viaggio strampalato e a dormire: ero a millecento chilometri, e me ne aspettavano ormai meno di cento fino alla foce del Tirso in cui si sarebbe richiuso il mio cerchio.

La mattina dopo uscii presto per assolvere a un imperativo rituale cui sono tenuto tutte le volte che càpito a Bosa di prima mattina: andare a Bosa Marina a prendere una tazza grande di caffè, e guardare il fiume. Quando ero proprio piccolo, prima che andassi a scuola, una volta soggiornai a Bosa Marina per una decina di giorni con una indimenticabile zia di nome zia Fortunata. Già allora la magia di quel fiume mi affascinava, perché in verità ad eccezione del Temo non esistono in Sardegna veri e propri fiumi, almeno per come i fiumi sono pensati dai bambini. Era la mia ultima tappa, pensai, quindi potevo ben permettermi un’ora di scrittura dedicata a quel fiume, seduto all’ombra fuori dal bar.

Quando penso alla vecchia zia di quel tempo mi tornano in mente due visioni, come nei film: la prima riguarda il temo. Allora non c’era il ciclopico sbarramento a mare, necessitato per impedire che il maestrale levi le onde come muraglie contro il fiume stesso, sulla foce, col rischio ricorrente di allagamento della città. Allora c’era la foce e basta, con un turbinare di correnti e gorghi per me spaventoso. E un giorno di quella mia infanzia, con la zia che mi teneva per mano sul molo, vidi con terrore un gruppetto di ragazzi discendere la corrente giù dal paese, infilati uno a uno nel cerchio di camere d’aria per ruote di camion. Scendevano sempre più forte fino a quando, nei turbinii della foce, non venivano inghiottiti e risputati dall’incontro delle acque, innumerevoli volte prima che fosse loro possibile raggiungere il mare aperto e dirigersi a terra più in là, coi loro enormi salvagente neri. Tutte le volte che incrocio il nome di Edgar Allan Poe mi sovviene l’immagine della discesa nel Maelstrom, e la nitida visione di quel giorno.

La seconda visione che associo alla vecchia zia è quella della stazione ferroviaria della borgata, uno dei terminal più importanti e suggestivi della strabiliante storia dello scartamento ridotto nelle ferrovie sarde. Ora ci sono solo i vecchi edifici abbandonati all’incuria, la ruggine degli scambi, un antico vagone merci tutto di legno, e grandi e piccoli accessori sparsi qua e là per la ghiaia. Essendomi casualmente imbattuto in un grande chiodo di fissaggio, l’ho soppesato un poco tra le mani e poi l’ho preso con me; è il chiodo di una promessa: Serbarìu, Arbatax, Palau, Bosa… trovare un modo per rendere omaggio alle antiche ferrovie che ho incrociato in questi giorni per strada.

Se per risalire da Bosa sull’altopiano passi da Sa Lumenera devi mettere in conto la ripidità della salita: infatti io a Magomadas sono arrivato a piedi. Ma da lì in poi vai tranquillo come un bambino, salvo le tappe a Sennariolo, Santa Caterina, Putzu Idu, San Salvatore e Turremanna per garantirti un arrivo felice al tuo ultimo chilometro. Devi solo fare lunghissimi rettilinei sotto il sole implacabile, non farti tentare dall’ombra dei lecci, non temere la luce abbacinante delle sterminate distese di sale, e prima o poi arrivi. Così mi sono trattenuto anche a leggere il giornale al bar di Sennariolo, a prendere gelato al bar dello spiaggione a Putzu Idu, e mangiare frittura di mare a San Salvatore…. Per l’ultimo chilometro avevo tempo fino all’Ave Maria.

Invece ci arrivai verso le cinque.

Mi fece un poco penare poiché dal pontile, ovvero dall’antica sede marinara della dogana di Torre Grande, oggi ancora utilizzata per altre funzioni e adeguatamente curata, le piste corrono tutte sulla sabbia.

Quindi alla foce si arriva praticamente a piedi: ma questo mi ha consentito di portare la mia magnifica bicicletta di primavera tutta per mano, così come si porta una fidanzata all’altare.

C’era solo un pescatore in prossimità della foce, con due canne issate sul rivolo che fluiva nel mare. L’acqua alla foce era profonda solo fino alla cintola e il caldo mi tentava davvero.

Ma questa volta non giocai ad attraversare: non sta bene burlarsi delle cose del Creato.

Avevo chiuso il mio cerchio, e questo era tutto sia per me che per quello che mi è stato concesso di vivere e di vedere dalla strada in tutti quei giorni.

E per loro due, le mie vecchie compagne con le ruote.

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Come si può vedere, l’andare in giro semina nella mente e nell’animo innumerevoli attenzioni, ricordi, evocazioni, visioni e desideri, e li miscela e li incrocia senza fine.

Ma a me interessa ora fissare in due sole postille due segnalazioni che mi stanno a cuore: la prima postilla riguarda ‘i conti in sospeso’ e cioè gli elementi di storia o di paesaggio con cui siamo tutti in debito di attenzione, e a cui cercherò di dedicarmi per le prossime volte: ferrovie, cantoniere, e fiumi.

E colonie penali, riforme agrarie, e fari….

La seconda postilla riguarda invece un più razionale scaglionamento della tappe in un virtuale giro perimetrale della Sardegna simile al mio:

 

POSTILLA 1:

1: ferrovie a scartamento ridotto in Sardegna: mappatura, storia, stazioni, caselli, ponti, gallerie, tornanti, e soprattutto percorribilità a piedi;

2: case cantoniere: statali, provinciali, utilizzate, ristrutturate, abbandonate, inagibili ecc.: storia, descrizione, fruibilità, recuperabilità;

3: fiumi della sardegna: geografie e storie

POSTILLA 2: giro litoraneo della Sardegna in 1.000-1.200 chilometri:

1: foce Tirso – Buggerru (via Piscinas): km 100;
2: Buggerru – Sant’Anna Arresi (via Portoscuso): km 100;
3: Sant’Anna Arresi – Cagliari (via Chia): km 110;
4: Cagliari – Muravera (via Capo Carbonara): km 120;
5: Muravera – Arbatax (via Cardedu): km 80;
6: Arbatax – Orosei (via Genna Sìlana): km 100;
7: Orosei –  Olbia (via Posada): km 100;
8: Olbia – Vignola (via Santa Teresa): km 90;
9: Vignola – Capo Falcone (via Castelsardo): km 110;
10: Capo Falcone – Bosa (via Palmadula): km 120;
11: Bosa –  Foce Tirso (via putzu idu): km 110;

TOTALE KM : 1.140 (il chilometraggio totale può ridursi di alcune decine di chilometri se si tagliano le bretelle per i capi (carbonara e stintino) e percorrenze litoranee troppo marginali (sinis, capo ferrato ecc.).

 

 

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Grazie Gian Luigi per questo diario di viaggio di grande poesia.
E grazie per la cultura, il coraggio, le storie di vita e l’amore per la nostra terra.

Nicola Giua
COBAS Sardegna

 

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