Gianluigi Deiana

SI CHIAMANO KURDI pensieri di un papa di Gian Luigi Deiana

SI CHIAMANO KURDI
pensieri di un papa

Quando un Papa esprime pensieri di domenica li esprime come preghiere, solo che invita tutti quelli che lo ascoltano a pregare con lui perchè così Dio magari ascolta di più.

Ma perdio papa Francesco, se usi circonlocuzioni diplomatiche e non spieghi alla folla per chi deve propriamente pregare e non dici chiaramente a Dio di chi è che stai parlando, come fa lui a starti a sentire?

Non si tratta genericamente delle genti dell’amata Siria come tu dici paternamente, e non di genti che genericamente se la passano male, si tratta di uno che uccide e di un popolo che viene ucciso.

Posso capire che Caino dicesse di non saperlo, quando Dio gli chiese di suo fratello, ma tu lo sai.

Il tuo Caino si chiama ERDOGAN, sì proprio quello che hai ricevuto a casa tua un paio di anni fa, con la tv davanti: Erdogan; il tuo Abele è grande, quando lo si uccide si chiama strage, sono molti e si chiamano KURDI: proprio così, KURDI, non vagamente l’amata Siria.

A fare il Papa così ad Ardauli lo sappiamo fare tutti, e a rispondere a Dio in modo così vago ci riuscì proprio anche lo svirgolato Caino.

Sì, chiamali col loro nome almeno quando devi pregare, si chiamano KURDI; il loro omicida si chiama ERDOGAN.

Caro Papa, almeno per una volta informati sull’unico quotidiano di sinistra oggi stampato in Italia.

Da tempo esso chiama Erdogan col suo nome e chiama i Kurdi col loro nome: è il quotidiano AVVENIRE, proprio quello dei vescovi.

Non so come, ma ti puoi fidare.

 

Gian Luigi Deiana

 

KOBANE KILLING di Gian Luigi Deiana

KOBANE KILLING

L’invasione turca sul nord della Siria è già un fatto compiuto: tuttavia il presidente turco Erdogan lancia minacce contro chi si permetta di chiamarla invasione, mentre il segretario di stato americano Pompeo mette in chiaro che gli Stati Uniti non hanno dato luce verde a tutta l’operazione.

Sia gli Stati Uniti che la Turchia sono membri della Nato, e la Nato è ufficialmente impegnata nella coalizione anti-isis in cui sia gli U.S.A. che la Turchia hanno giocato sporco; è quindi importante considerare come si stia orientando la nato in queste ore di fronte a una invasione che non deve essere chiamata invasione e di fronte a un via libera che non deve essere chiamato luce verde.

Bene, il segretario generale della Nato Stoltenberg afferma di confidare che l’azione militare turca sia “misurata”; le diplomazie europee canticchiano sommessamente il controcoro di fondo.

Questo tipo di diplomazia è noto nella terminologia politica come “appeasement”, accomodamento; il termine entrò in voga negli anni trenta del novecento quando il governo inglese giudicò ragionevole la politica di aggressioni hitleriana sull’est europa e diede “luce verde” all’invasione tedesca dei Sudeti e allo smembramento della Cecoslovacchia; l’analogia che abbiamo ora sotto mano, la somiglianza tra il tweet di Trump del 7 ottobre e il convegno di Monaco del 1938, è impressionante.

Ma tutto l’arco di tempo che corre da allora ad oggi è stato costellato da “ragionevoli” eccezioni al principio di inviolabilità delle frontiere: e la più eccezionale, durevole e indiscussa di queste ragionevoli eccezioni è costituita dalla politica espansiva dello stato di Israele: sotto il tallone militare israeliano la Palestina, e nella paranoia nazionalista israeliana la Siria; ecco perchè Trump twitta, Erdogan minaccia, e Netaniahu tace: è difficile rintracciare nelle pagine di storia un trio criminale più affiatato di questo.

I Curdi del Rojava, che la storia già oggi riconosce come l’argine vittorioso della guerra all’isis, chiedono agli Stati Uniti e alla coalizione l’imposizione di una no fly zone; il ricorso massiccio ai bombardieri da parte di Erdogan infatti, prima che facilitare l’ingresso delle truppe di terra, provocherebbe la catastrofe umanitaria rappresentata da qualche milione di civili in fuga; ma Erdogan non intende rinunciare ai bombardieri, e perché?

Oerché?

Perché il vero problema per l’esercito invasore non consiste nell’invasione, ma nel tenere il controllo del territorio di fronte alla RESISTENZA; quindi i bombardieri, il terrore dal cielo, servono a provocare consapevolmente il caos degli sfollati, come cuscino di massa contro l’organizzazione della lotta partigiana: questo è il nazismo.

La sensibilizzazione dell’opinione pubblica può essere molto importante per la causa Curda e per una giusta pace; dobbiamo con questo pressare costantemente la posizione dei governi europei, ma dobbiamo anche prendere atto del fatto che la resistenza ci sarà e che avrà bisogno di noi.

Dobbiamo diffondere e intensificare le istanze di solidarietà umanitaria e internazionalista nei confronti del popolo Curdo, strada per strada, avendo coscienza che probabilmente avremo un Vietnam qui vicino, e non potremo stare semplicemente a guardare.

Gian Luigi Deiana

IL MALE DELLA BANALITÀ di Gian Luigi Deiana

IL MALE DELLA BANALITÀ

Riporto in coda il link al testo integrale della risoluzione del Parlamento Europeo, datata 19 settembre 2019, riguardante la “memoria condivisa”.

La risoluzione riporta in premessa una lunga sequenza di risoluzioni precedenti, generalmente passate sotto traccia, presumibilmente approvate nel contesto dell’ingresso di paesi dell’est nell’unione.

La risoluzione attuale segna quindi il coronamento di un processo lungo, paziente e oscuro che oggi si intende come “costitutivo” in senso totale (meglio, in senso totalitario) in quanto statuisce direttive istituzionali che comportano una conformazione ideologica generalizzata.

La composizione dell’articolato è assurda, in quanto pretende di appiattire l’interpretazione storica su una vulgata sciocca, e da questa allegra assimilazione passa al rinnegamento filosofico e intellettuale di figure e di opere irrinunciabili per la memoria comune del continente.

Questa procedura è nota nella terminologia storica recente come ‘maccartismo’ e in definitiva, assimilando il comunismo al nazismo, assimila le svariate vicende dei comunismi allo stalinismo e le innumerevoli eroiche figure di comunisti ai regimi inclusi nel blocco sovietico dopo la guerra.

Ciò significa sputare sulle resistenze partigiane contro i fascismi, rinnegare vicende storiche e figure fondative dell’Europa stessa.

Significa per molti oltraggiare il padre e la madre, e per tradurre in spiccioli, sputare anche sull’ “arco costituzionale” che ha edificato a suo tempo la Repubblica Italiana.

 

http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html

ISCUR’RENZI’ADURA la dissenteria politica e il caso matteo – di Gian Luigi Deiana

ISCUR’RENZI’ADURA
la dissenteria politica e il caso matteo

in realtà i casi matteo sono due, e sono talmente speculari da essere portati fatalmente a baciarsi; come tutti i semidei e le pornostar desiderano farlo in mondovisione, e quindi si annuncia sotto la regia del fattucchiere capo, bruno vespa, il più grande evento pornopolitico del secolo: il faccia a faccia di matteo renzi e matteo salvini;

s’iscurrenziadura è la denominazione sarda di una ricorrente e antipatica situazione della mungitura: riguarda il fatto che può capitare che una pecora debba far palline di cacca col rischio di prendere il secchio, o più modernamente di centrare lo share, e però la mano paziente del mungitore è sempre in grado di salvaguardare il candore del latte spumeggiante; ma s’iscurrenziadura propriamente detta non è costituita da ecologiche e innocenti palline di cacca: s’iscurrenziadura unisce nel suo concetto quattro bruttissime caratteristiche: è sciolta da ogni vincolo, e quindi, in senso dis-enterico, è letteralmente ‘sciolta’; colpisce sempre a sorpresa, spesso per l’incontinenza mentale del capo, ovino o carismatico che sia; è cronica, nel senso che sul capo ovino può funzionare come deterrenza (deter-renza) una normale cura veterinaria, mentre sul capo carismatico non vi è cura nemmeno veterinaria: come si è potuto constatare, nemneno uno storico no per referendum ha potuto costituire per uno come ‘renzi’ un segnale di deter-renza e così sarà per uno come salvini; ed infine, per un periodo non breve, s’iscurrenziadura é contagiosa: infatti potete rischiare di scurrenziare proprio come renzi o svalvinare proprio come salvini, in men che non si dica, se solo vi ripromettete di osservarli baciarsi o sputacchiarsi sotto la telecamera di bruno vespa;

come si può quindi salvaguardare se stessi e persino il gran secchio della politica dalla patologia contagiosa de s’iscurrenziadura?

non è difficile: chiunque si occupi di pecore sa che la gran sciolta prima o poi finisce e che anche i montoni prima o poi vanno a sbattere; quindi io pregherei i miei simili: persino le più stupide tra le pecore se ne infischiano totalmente di due montoni che si sfidano con la durezza del loro cranio addobbato di corna celtiche mentre la mollezza del loro ventre è notoriamente incapace di continenza; bene, infischiateve anche voi;

fatelo però con un poco di pietà: a voi questi quadrupedi carismatici si mostrano solo dal mezzo busto in su e sempre a pontificare su di voi come se quel momento di orgasmo della loro pontificazione fosse il momento del giudizio universale sul vostro essere nel mondo; ma se vi capita di osservarli quando fugacemente vengono ripresi da una telecamera da dietro mentre camminano, scoprirete che nonostante appaiano alti e prestanti camminano a passetti corti e forzatamente veloci, come se là sotto fossero spinti dalle emorroidi; questo, nel suo effetto visibile allo sguardo di un pastore di qui, dove non c’è strada in pianura, è il concetto di “poltrona”: l’incapacità di andare civilmente per strada, e questa incapacità è assolutamente esemplare proprio in questi due.

GARIBALDI, IL GENERALE IN PARTICOLARE – di Gian Luigi Deiana

GARIBALDI, IL GENERALE IN PARTICOLARE

Sabato 14 settembre 2019, un ragionamento antimitico a La Maddalena

 

La mattina di sabato 14 settembre si terrà a La Maddalena una manifestazione di denuncia del mito di Garibaldi; non si tratta propriamente di un convegno di studi, ma di una controprova inerente la creazione dei miti della “patria” italiana.

Tutte le patrie sono in generale edificate su mitologie, e la patria tricolore è solo una delle penultime; di per sè le mitologie, per quanto inventate, sono anche innocenti, ma è la loro funzione a non esserlo: esse servono generalmente a coprire delitti. Quindi, più grande è la mitologia, più grande è il delitto; poi è anche vero che il tempo passa e i delitti cadono in prescrizione, ma la loro memoria “non deve” cadere in prescrizione, mai.

Quella di Garibaldi è la più grande mitologia del cosiddetto risorgimento italiano; e questo risorgimento, a dire il vero, è una sterminata proliferazione di delitti; tuttavia in sede di verifica storica è necessario evitare di riportare la dinamica materiale del processo “risorgimentale” alla dimensione personale di un qualunque Garibaldi.

Senza Garibaldi quel processo si sarebbe compiuto più o meno allo stesso modo; tuttavia a cotal Garibaldi è capitato in sorte di rivestirne i panni dell’icona esemplare, e dunque, in quanto persona e in quanto personaggio, l’esame della sua vicenda ci si sdoppia necessariamente: vi è una persona documentata storicamente e vi è una figura creata miticamente.
È qui che dobbiamo stare attenti, cioè nel rapporto tra l’analisi critica della persona storica, che non è esaltante, e la decostruzione antimitica dell’eroe epico, che ragionevolmente può anche essere trascinata dall’ira.

Tutti hanno diritto a farsi i loro miti, e quindi anche l’italianità ha diritto a inventarsi i suoi Garibaldi; tanto più questo è vero quando una malferma “nazione”, quale è quella italiana, continua ad aver bisogno di eroi senza badare troppo per il sottile.

Ma prima o poi viene il giorno in cui diventa necessario badare per il sottile: e ciò avviene in quanto la contraffazione mitica dei fatti storici, che esiste per alimentare l’immaginario collettivo, viene fatta quagliare troppo a lungo come presunta vicenda storica, per alimentare una coscienza storica falsa dai banchi di scuola ai valori fondativi delle istituzioni politiche.

Giuseppe Garibaldi fu senza dubbio una persona particolare: nato in una famiglia spregiudicata nel far tornare gli affari, formato nelle enclave extraterritoriali genovesi sul mar nero, uomo da far west in una pseudorepubblica di fazenderos in sudamerica, organizzatore di milizie illegali nel puzzle italico dopo gli anni trenta.

Concentriamoci sul fenomeno ricorrente delle “milizie”, cioè dei corpi militari illegali; interi capitoli di storia dovrebbero essere riscritti se partissimo da queste galassie oscure; ve ne sono state di eroiche e ve ne sono state di bestiali, ve ne sono state in nome di una causa, e ve ne sono state di mercenarie pure.

E dunque, cosa erano le milizie di Garibaldi?

A che gioco giocava quando dribblò ripetutamente Mazzini per vendersi a Cavour, e dribblò Cavour per vendersi al re, e fu eletto come deputato col fulgore dell’eroe dei poveri mentre ovunque passasse con le sue milizie riempiva il “risorgimento” di quei territori liberati con leggi eccezionali, processi sommari e personaggi nefasti quali Nino Bixio e Francesco Crispi?

E tuttavia, non è su un personaggio del genere che va tematizzata l’orditura del processo cosiddetto risorgimentale; il regno sardo-piemontese esisteva da quasi un secolo quando lui nacque, e già tra Metternich e il re sabaudo era condiviso il fatto che l’italia era solo una espressione geografica e non era affatto una entità nazionale.

Ora, su questa fuggevole nozione relativa alla storicità profonda di una “nazione” italiana si può discutere senza fine; nel frattempo, forse è il caso per tutti di non impiccarsi a questa sacralità a sua volta imbrattata per secoli di tanto sangue, la sacralità della nazione; le nazioni, come i soggetti individuali, non sono da sempre e per sempre: esse semplicemente “diventano”, e lo diventano con verità o con menzogna, con dignità o con disonore.

Il “risorgimento” italiano si è configurato entro un quadro di madrine in auge al momento dato, l’Inghilterra e la Francia; ha macinato illegalità internazionali, soprusi sociali e delitti di miliziani reclutati a centinaia nei bassifondi della società; la creazione di miti e di improbabili eroi dei due mondi ha semplicemente mascherato tutto questo.

Gian Luigi Deiana

SEDUTA SPIRITICA il tavolo a tre gambe del sistema politico italiano – di Gian Luigi Deiana  

SEDUTA SPIRITICA
il tavolo a tre gambe del sistema politico italiano

di Gian Luigi Deiana

 

Ritengo che per chiarirsi le cose siano necessari tre passaggi argomentativi:
primo, il tavolo politico ha tre gambe;
secondo, il paese è in preda a una sbornia;
terzo, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica è decisiva per mantenere l’attuale Costituzione.

1: il peggio che ti possa succedere se ti sposi è che qualcuno ti regali un tavolo a tre gambe, e questo è ciò che è stato regalato al popolo italiano quando si è gettato alle ortiche il sistema proporzionale per sostituirlo con la chimera del “bipolarismo”, quel perfido regalo in cui paghi due e ti appioppano tre; non solo, ma le tre gambe non sono affatto tutte e tre della stessa lunghezza e per di più la loro misura si altera di continuo a seconda degli umori instabili di quel popolo che vi sta intorno; anche solo per le consultazioni su una ipotesi di governo il presidente della repubblica si ritrova a fare il medium di una seduta spiritica, e giustamente avverte la tentazione di buttare il tavolo e i burattini; ma…

2: ma se il tavolo viene buttato all’aria esso con nuove elezioni tornerebbe di nuovo sulle sue tre gambe, ed esse sarebbero ancor meno uguali di quanto siano oggi: se infatti si andasse subito al voto il blocco di destra potrebbe ragionevolmente prendere il 45%, il blocco di pseudosinistra il 30% e l’oca giuliva il 25%, con una significativa alterazione ortopedica del tavolo intero e il governo sarebbe un governo di destra fiancheggiato dal solito partito fantasma dei responsabili; tuttavia questo risultato non deriverebbe da un ragionato soppesamento delle scelte di voto, ma dal fatto che oggi il popolo sovrano voterebbe in preda a una sbornia catastrofica: dal che deduco che il dovere di un garante, il presidente della repubblica, è prima di tutto quello di impedire che si costituiscano governi comprendenti ministri che somministrano droga, alcool adulterato, rabbia da cani; se non ha avuto il coraggio di impedirlo finora, ora abbia pazienza e faccia in modo che il popolo elettore smaltisca la sbronza, poichè questa sbronza è anche colpa sua, cioè faccia in modo che nasca un governo di smaltimento, o di decantazione come diciamo ad ardauli quando ci capita di alzare il gomito;

3: naturalmente questa situazione non si è verificata per caso, infatti i maghi spiritici del bipolarismo e dell’etilismo politico generale sono ben noti, almeno da Berlusconi in poi, passando anche per Veltroni, Renzi e Salvini, e non si è verificata a caso in quanto essa è diretta a un obiettivo fondamentale, seppellire la COSTITUZIONE senza doverla uccidere ufficialmente, cioè “seppellirla viva”; ora l’occasione cruciale sopravverrebbe fra tre anni, nel 2022, e precisamente per l’elezione del nuovo presidente della repubblica (pensate a Calderoli, o a Taormina, o a Nordio, o a Giuliano Ferrara ecc.); ma se questo parlamento durasse fino alla sua fine naturale, il 2023, la destra non riuscirebbe in questo che è il suo vero fondamentale progetto, a meno che la lega non riacchiappi l’oca gialla in extremis: questo spiega il comportamento apparentemente incongruo di Salvini in questi giorni.

CONCLUSIONE: non è vero che il voto è il senso della democrazia, lo è a condizione che l’elettore non sia ubriaco e che i partiti che si candidano non siano partiti eversivi; dato che oggi il partito che muove le carte è un partito eversivo, e che il titolare del voto deve smaltire la sbornia da esso alimentata, è oggi necessario che si faccia un legittimo governo anti-destra, che esso possa procedere fino all’elezione di un presidente costituzionale e che nel frattempo, se esiste anche una sinistra, essa si risollevi umilmente, realisticamente e coraggiosamente in piedi.

GLI SQUALI DEL PIANETA di Gian Luigi Deiana  

GLI SQUALI DEL PIANETA

di Gian Luigi Deiana

 

Prendi due paghi uno: la Groenlandia e l’Amazzonia sotto assedio.

In pieno allarme sui margini dell’emergenza climatica si sta scatenando l’attacco al vero cuore immacolato di Maria o a ciò che ne resta per tutti noi poveri mortali; perchè la sciocca presunzione di immortalità è quella del capitalismo e delle sue pantomime politiche.

Le pantomime più agitate, votate de nazioni poste in stato di ubriachezza totale, sono oggi quelle del brasiliano di origine italiana Bolsonaro e dello statunitense di origine tedesca Trump.

Bolsonaro sta azzerando il polmone planetario dell’Amazzonia e Trump sta ricattando la Danimarca per comprare la Groenlandia; la Groenlandia, una nazione indipendente, federata allo stato danese, in fase di disperata perdita dei ghiacciai che equilibrano l’intero clima terrestre e che comincia a mostrare il suo suolo denudato alla tentazione mortale delle trivellazioni.

Ma nella realtà non vi è del marcio nel regno di Danimarca: questa piccola nazione dice no a Trump, e le ammirevoli nazioni scandinave che la accompagnano acquistano pezzi di Amazzonia per salvare la foresta.

Cosa è il cuore immacolato di Maria?

LA MISURA E LA PERVERSIONE a cosa serve un Parlamento – di Gian Luigi Deiana

LA MISURA E LA PERVERSIONE
a cosa serve un Parlamento

Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, ha ospitato ieri una seduta teatrale, benefica e provvidenziale; la comune espressione spregiativa ‘fare teatro’ non rende merito alla necessità politica del “teatro”, inteso come il luogo nel quale davanti al pubblico dei cittadini l’azione politica prende forma e tra gli attori politici interviene una comparabilità e scaturisce una misura.

Nel corso degli anni l’azione e gli attori, la comparazione degli argomenti e la possibilità della misura sono sgusciati via dal loro luogo deputato e sono stati trapiantati in sedi artificiose e false, prima gli studi televisivi o poi i cosiddetti social; Berlusconi è stato il campione dello scippo della politica sulla tv come Salvini è stato il campione del sequestro della politica sugli account; non sono i soli, per esempio anche Renzi ha usato questa scorciatoia.

Questo trapianto non è grave, è mortale: significa sottrarre il mio bambino, il bambino di noi tutti, rinchiuderlo al servizio della propria sconcezza e abusare di lui: può essere ammissibile che questo lo si conceda a un comune parlamentare, ma non può essere concesso a un capo di governo, o a un ministro, o anche solo a un sindaco, i quali hanno un solo campo obbligato in cui parlare e “rendere conto”, quello in cui possono essere misurati pubblicamente senza trucchi e senza truccatori.

Trucchi e truccatori, e cioè lo “staff”: il capitolo dello “staff” è platealmente una variante da pervertiti, molto più del celebre giglio magico e delle cene di Arcore; ripeto: un capo politico che miscela questa sua funzione con quella di ministro e svolge questa miscela attraverso uno “staff” è un pervertito, e nel caso attuale si tratta del ministro dell’interno; che ne diremmo di un giudice che su una sua causa in corso espone il suo giudizio di colpevolezza e il dispositivo della sua sentenza su facebook? e se lo fa come prassi usuale un generale in missione, o un maresciallo dei carabinieri, un chirurgo?

Quale è lo standard di accreditamento pubblico di uno staff privato? A quali dati riservati e a quali contratti di stato può avere accesso un Salvini? O a quali emissioni di giudizio nei confronti di altri corpi dello stato, per esempio giudici comunisti di merda o finanzieri di lampedusa disobbedienti?

Eccetera: dunque ieri si è potuto finalmente assistere a una seduta parlamentare; tutti quelli che l’hanno seguita hanno potuto “misurare” la sensatezza o l’ipocrisia, la dirittura o la perversione del capo del governo e dei senatori che sono intervenuti.

Dal mio punto di vista la cosa più plateale è la vuotezza di argomento del pervertito ministro dell’interno, la sua letterale incapacità di reggere un qualunque discorso se gli si tolgono le frasi fatte e di qui la risoluzione spudorata nel “cuore immacolato di Maria”, afferrato goffamente come farebbe con una ciambella di plastica un bambino che non sa nuotare; salvo che questa cooptazione forzata e declamata in pubblico di una immagine sacra è un fenomeno speculare a quello delle evocazioni demoniache dello splatter, cioè è roba da mama Ebe.

E la cosa più intrigante è invece, sempre per me, l’atteggiamento di Giorgetti, che di un fissato come Salvini sembra averne le palle piene.

Quanto a un giocatore ormai decisivo, il capo del pd Zingaretti, non è un senatore e quindi ieri fisicamente non c’era; tuttavia ci sarebbe dovuto essere politicamente e invece ha dato ancora una volta l’impressione di un giocatore che non riesce a toccare palla; questo ha fatto fare bella figura sia a Conte che a Renzi, e le belle e le brutte figure, se rese nel teatro parlamentare come luogo pubblico specificamente deputato, sono sempre molto istruttive.

L’ALTARE dell’ARCOBALENO la bandiera del gay pride nel duomo di Reykjavik – dall’Islanda Gian Luigi Deiana

L’ALTARE dell’ARCOBALENO

la bandiera del gay pride nel duomo di Reykjavik

 

Reykjavik ospita i due terzi della piccola popolazione dell’islanda, e il centro di Reykjavik è dominato dal grande piazzale di una collina in cui sono situati, di fronte alla baia, il duomo, la statua di Eric il rosso e la bandiera nazionale: si tratta dei simboli identitari ritenuti irrinunciabili, cioè la sacralità, la storia e l’indipendenza.

Io credo di nutrire un misurato rispetto per questo genere di valori collettivi e pur privo di devozione non esito a cercare, in particolare nei luoghi di preghiera, lo spirito del luogo e la sua speranza, quello che Carlo Marx chiamava “il sospiro della creatura oppressa”.

È per questa ragione che siamo passati lassù, nei luoghi della devozione, per un augurio di tornare di nuovo; finalmente il sole splendeva senza nubi, il mare davanti brillava nello splendore della mattina , e la piazza ospitava l’andirivieni della solennità e dei curiosi.

Siamo entrati in chiesa come si fa, dandoci il contegno consueto alle cose serie, ma questa volta ce ne siamo trovati improvvisamente spogliati: l’ingresso era presidiato da un banco dal quale alcune sorridenti ragazze del gay pride davano il benvenuto ai fedeli e là davanti l’ampia scalinata dell’altare era coperta dal grande drappo dell’arcobaleno.

Allora ci siamo spiegati il perchè di quella nuova bandiera là fuori, innalzata tra la statua di Eric e la bandiera della nazione con tutti i colori al vento.

Il gay pride di Reyjavik, che prevedeva la sua conclusione appunto questo grande sabato di agosto con un grande corteo verso la chiesa e il concerto d’organo serale della fuga di Bach, ha avuto la durata di un’intera settimana, rivestendo le vie, i negozi e i luoghi pubblici in genere; non si è trattato di una concessione di una maggioranza nei confronti di una minoranza, ma di una festa generale della liberazione: qui sta la serietà di cui non siamo ancora capaci quaggiù in questa europa illuminata e stupida: LA FINE DELL’ APARTHEID.

Se si ritiene desiderabile che Dio, o la morale, o il diritto, siano uguali per tutti, deve almeno essere desiderabile che ciascuno sia uguale anche di fronte a Dio, al costume generale, ai luoghi educativi e di vita comune, oltre che di fronte alla nazione e al grande oceano di Eric il navigatore.

 

 

NULLA PIENO DI NOMI – Islanda: il banditismo come istituzione madre di Gian Luigi Deiana

UN NULLA PIENO DI NOMI
Islanda: il banditismo come istituzione madre

Per quanto la storia islandese sia recente, essendo iniziata solo undici secoli fa, essa non è facile da capire per uno che viene da fuori, anzi non viene quasi considerata, essendo priva di eventi eclatanti e memorie monumentali; ma soprattutto è surclassata dalla geografia dei paesaggi: questa si presenta non sotto la parvenza della bellezza, che si apprezza e si racconta, ma sotto la condizione della sublimità, che ipnotizza e non si cattura (la distinzione tra bello e sublime è qui ripresa dal filosofo Kant), in una sequenza che colpisce continuamente a sorpresa, che affascina fino all’angoscia e che non ha fine.

Lo scenario smisurato di questa apparente geografia senza storia è il vuoto, e tuttavia questo immenso vuoto è pieno di nomi; ma i nomi sono cicatrici umane e dunque la terra di nessuno è stata una volta, almeno per un giorno, la terra di qualcuno: quel qualcuno è il bandito.

La storia umana di questa terra estrema nasce da due migrazioni, la prima di un clan vichingo cacciato come fuorilegge dalla norvegia e la seconda di eremiti irlandesi seguiti da monaci benedettini; con la prima banda vennero pecore e capre, con la seconda galline e maiali; vennero anche monache e icone religiose, e qui comincia il bello.

La banda di Eric il rosso venerava gli Dei del Walhalla, mentre i monaci passavano dagli eremi ai chiostri; gli atti di conversione hanno dato luogo a narrazioni epiche, con riti di distruzione di icone gettate nelle cascate e imputazioni di stregoneria e sesso diabolico su malcapitate novizie; nella realtà delle cose e dei nomi non si trova tuttavia una dominanza delle chiese o una toponomastica riferita ai santi; sembra quindi che il rapporto tra le due componenti si sia risolto con una ufficialità cristiana che veste una psicologia pagana.

La psicologia pagana è un universale, nel senso che è quella deputata a intraprendere la trasformazione di una terra di nessuno in un pagus, un luogo con un nome ed un muro, compatibile tuttavia col nomadismo del bestiame, necessitato dal furore degli inverni; il chiostro monastico instaura invece una stabilità rafforzata dall’istituzione dei cimiteri; è curioso, si imparerebbero un mucchio di cose dalla storia dei costumi funerari.

Il compromesso sopravviene per necessità allorquando il pagus o il chiostro danno luogo al villaggio e quindi a una legge e un giudice per il villaggio.

Ci troviamo qui di fronte a un sorprendente paradosso: una dispersione di clan marinari furilegge e di confraternite monastiche migranti inventa la legge e la inventa talmente bene da istituire come organismo supremo “il parlamento”: ciò avviene mille anni fa, con secoli di anticipo sul parlamentarismo continentale europeo.

La legge stabilisce il limite condiviso e prefigura quindi la condizione giuridica del fuorilegge; la soluzione clanica affermatasi in Islanda consisteva in questo: se un soggetto veniva considerato colpevole da un giudice la parte offesa acquisiva il diritto alla vendetta privata, e tuttavia l’imputato acquisiva a sua volta il diritto alla latitanza nelle terre di nessuno e cioè nei deserti interni.

Una tale necessità del dover decidere soggettivamente la misura del torto e della pena ha plasmato nel tempo un particolarissimo rapporto tra la giustizia giuridica ufficiale e il senso morale soggettivo, un rapporto di desiderabile consustanzialità: assumere cioè come valore sociale primario non la garanzia giudiziaria della pena erogata da un tribunale , ma la prevenzione morale del torto comandata dalla dirittura personale: il convincimento condiviso e pressochè scontato che la regola non sarà infranta, e che tale solidarietà nella condotta è essenziale per evitare che la vita di tutti e di ciascuno diventi ancora più difficile; si tratta anche di una prassi educativa del tutto evidente nella modalità di un comportamento sociale spartano e del tutto privo di smancerie; in questo senso l’efferatezza di cui sono intrise le saghe e i racconti è da intendere come una sublimazione narrativa della sfera oscura della condotta, da neutralizzare per principio in quanto mortale.

Torniamo quindi alla geografia: se amputiamo l’Islanda dai luoghi assolutamente inabitabili o allora inabitati, cioè il grande ghiacciaio a sud est e la grande penisola a nord ovest, ne rimane una specie di frittella di forma ellittica che possiamo immaginare quasi circolare; questo cerchio ha poco meno di quattrocento chilometri di diametro, ma solo una striscia perimetrale di circa venti chilometri è approssimativamente abitabile: questo significa che la terra di nessuno è un grande cerchio freddo e desertico, senza erba e senza vita, il cui diametro misura trecentocinquanta chilometri; cioè, se ti trovi al centro e sopravvivi in stretta prossimità di una sorgente termale nutrendoti di angelica e carne secca, per razziare qualche pecora dalle terre abitate hai sempre davanti almeno centocinquanta chilometri di pietra e sabbia, o di neve e ghiaccio.

Dunque, chi ha dato i nomi a quei luoghi?

Chi li ha popolati di elfi, troll, streghe e fantasmi, così ancora onnipresenti nelle ballate e nelle nenie per i bambini?

Chi ha tracciato i segni delle uniche piste percorribili per gli incontri clanici, le combinazioni matrimoniali, i processi per le imputazioni di furto o omicidio e l’annuale convocazione del parlamento?

Chi ha segnato per primo le cicatrici umane del grande vuoto?

La risposta è una sola, documentata da racconti, saghe e leggende spaventose: loro, i banditi.

La domanda su come possano essere riusciti in questo compito da pionieri in territorio così assurdo, ed esservi riusciti con precisione quasi scientifica, può trovare risposta nella espansione orografica degli altopiani; i monti non sono tanto alti da essere dominanti sugli altopiani e quindi la portata visiva può contare nelle giornate di sereno su campi di visuale estremamente lunghi; le sagome montuose sono estremamente profilate e si stagliano sull’orizzonte consentendone la riconoscibilità una per una anche da immense distanze.

Salvo che poi c’è la nebbia, le nuvole di sabbia, il vento incessante e crudele, il freddo senza rimedio.

La canzone tradizionale più cara a tutte le famiglie è una ballata per bambini: racconta di una mamma che getta il figlioletto in una cascata, per risparmiargli la morte per fame; ninna nanna, bambino mio.

Gian Luigi Deiana

BEATA VERGINE DI HIROSHIMA nella blasfemia il porco non è il bestemmiato, ma è il bestemmiatore di Gian Luigi Deiana

BEATA VERGINE DI HIROSHIMA
nella blasfemia il porco non è il bestemmiato, ma è il bestemmiatore

Quando ero piccolo alla porta del tabacchino del mio paese dominava un avvertimento severo, non bestemmiare; in Sardegna si imprecava tanto, ma non bestemmiava quasi mai nessuno; poi da ragazzino sono finito in italia centrale e ho scoperto le differenze dei linguaggi; ma soprattutto ne ho scoperto le doppiezze senza fondo e ho capito ben presto che la malvagità rispetto al sacro non sta nella bestemmia, ma sta nella blandizie: blandire il sacro, esibirsi come paladino di esso, usarlo come sponsor del proprio potere, questa è la malvagità radicale del discorso pubblico.

In questi giorni io sono lontano da casa; molti anni fa ero a Reykjavik un sei di agosto, e di prima mattina incrociai un signore anziano a un semaforo con un cartello addosso; sul cartello era scritto “Hiroshima, remember”.

Io ero lì a zonzo in vacanza con tutti i problemi di chi non conosce il posto e nemmeno le direzioni stradali, ma quel cartello mi ricondusse alle priorità e mi impose una specie di preghiera.

Tre anni dopo fui di nuovo a Reykjavik negli stessi giorni, come capita per la fissazione delle vacanze; Reykjavik era piccola allora e i semafori erano sempre quelli, ma ebbi un sobbalzo quando trovai di nuovo quell’uomo con la stessa scrittura nel cartello che portava davanti: “Hiroshima, remember”; era di nuovo il sei agosto e questa volta mi venne quasi da piangere.

Ora sono di nuovo qui, nei deserti interni di quest’isola tremenda, ma rispetto ad allora è più facile decidere le direzioni e ricevere notizie quali che siano, e apparentemente tutto questo conforta; ma ieri mentre guidavo in questo grande vuoto il mio equipaggio leggeva con stupore il ringraziamento del ministro dell’interno e capo del razzismo italiano Matteo Salvini alla “beata vergine” per l’approvazione del decreto sicurezza bis, quello che crocifigge in partenza chi salva migranti in mare, e tale ringraziamento così speciale sarebbe riferito all’anniversario della prima apparizione della Madonna a Medjugorie, assunta in tal modo a tutrice della politica del respingimento totale, dato che una soluzione finale è da tempo dimostrata impossibile.

Ieri era di nuovo il sei agosto: Hiroshima, remember? Medjugorie, beata vergine?

Vi è una relazione volgare fra la retorica delle apparizioni e l’uomo solo al comando: Napoleone terzo fece di Lourdes il suo spot preferito, mentre Fatima accadde nel contesto di una guerra mondiale troppo piena di sangue per ricavare un format politico dal racconto di un’apparizione; Medjugorie a sua volta presenta risvolti torbidi, tanto da aver convinto la stessa gerarchia cattolica a una sostanziale sconfessione, ma non è questo il problema.

Il problema è che questa cosiddetta Madonna di Medjugorie, che per le vicende connesse non è stata rivendicata più da nessuno salvo che da qualche tour operator dei circuiti di pellegrinaggio, è stata adottata senza competitori e con enfasi pontificale da un uomo politico di estrema destra; l’ha chiamata “la beata vergine” ed io questo non lo sopporto.

Se questa Maria che mia madre pregava nelle settimane in cui le pecore figliavano ha un qualche luogo dove vedersi come madre, è laggiù oggi: Madonna del Golfo della Sirte.

ESTREME DIMORE case e tombe in Islanda di Gian Luigi Deiana

ESTREME DIMORE
case e tombe in Islanda

Non so perchè mai Giacomo Leopardi si sia intestardito a immedesimarsi con un islandese al fine di poter avere un dialogo con la natura; dubito che potesse avere un’idea di questo posto, se si pensa che tal giovane favoloso considerava ermo colle persino la collinetta dietro casa.

Insomma un’Islanda fai da te uno se la può inventare dovunque, se si desidera smuovere uno stato d’animo; ma l’Islanda reale non è uno stato d’animo e anche chi la abita non sembra primariamente dedito alle poesie.

Come che sia, ciò che sconcerta maggiormente qui è il rapporto tra l’uomo e lo spazio e quindi, in concreto, la psicologia profonda dell’ “abitare”; mentre noi di giù usiamo considerarci consuetamente “abitanti” e quindi abitanti di un luogo, la spazialità islandese è costituita visivamente da assenza di confine, insignificanza della linea dell’orizzonte e vuoto continuo; in realtà un abitante di tali non luoghi è inesorabilmente un disabitante, dalla culla alla tomba.

Tuttavia questa sconcertante condizione di non luogo ha indotto nei secoli i suoi disabitanti a dare nomi a tutte le sembianze percettibili di questo niente apparente e ad abitarlo di personaggi fantastici e mitici fuorilegge, e quindi gli immensi deserti interni sono costellati di cartelli di toponomastica e leggende; e così se devi fermarti per farti un panino o semplicemente fare pipì sulla pista sconfinata, senza timore che alcuno ti veda, non vi è niente di meglio che accostare l’auto vicino al palo e realizzare il proprio momentaneo desiderio: è strano, è solo un piccolo palo nel niente con un nome assurdo in vichingo antico, ma sembra quasi di essere a casa.

A casa: per capire il concetto di casa qui è necessario capire tre diverse spazialità: la prima è Reykjavik, la capitale, la seconda è la campagna coltivata, e la terza sono i villaggi di pescatori.

In realtà, per successione storica, si dovrebbe iniziare dai villaggi di pescatori: essendo essi edificati intorno a un approdo, prendono per necessità propria la fisionomia del villaggio, con le casette fianco a fianco e la piccola chiesa col cimitero sulla collinetta centrale; bene, questa è l’unica situazione abitativa propriamente sociale che qui sia dato vedere: c’è la scuola, l’emporio, le staccionate di stoccafisso, reti da pesca, il municipio con la bandiera ecc..

La campagna coltivata, che occupa le valli alluvionali costiere, invece è totalmente priva di soluzioni di villaggio: le fattorie, tutte bianche coi tetti rossi come quella del mulino bianco, distano anche chilometri l’una dall’altra; esse sono isole umane e animali nel niente, laboriose e ordinate con perfezione geometrica assoluta, con i trattori in linea come alla parata e i balloni di fieno in piena simmetria: solo le mucche si illudono di ignorare queste disposizioni, ma per il resto è impossibile per i mariti incontrarsi giù all’osteria o per le mogli stare a spettegolare mentre si stendono i panni: niente di tutto ciò, un contadino islandese può soddisfare queste esigenze sociali soltanto tra sè e sè.

Reykjavik, per chi ha potuto vederla anche solo vent’anni fa, è invece un esempio insuperabile di sacco edilizio: è incomprensibile una tale febbre palazzinara per una città che ha sacrificato in pochi anni tutta la sua identità abitativa piccina e onorata dai secoli e dal mare per tramutarsi in una proliferazione di architetture d’avanguardia disperatamente cubiche e vuote, sparse su uno spazio immenso rispetto alla dimensione demografica.

E allora, quale può essere una cartolina rappresentativa di tali situazioni, se si considera che l’Islanda è grande più di quattro volte la Sardegna ma contiene un quarto del numero di abitanti di questa?

Ecco la cartolina: in una landa del nord disseminata di fattorie sparse vi è a un certo punto del niente una minuscola chiesa con un minuscolo cimitero; il luogo, o non luogo, si chiama Akuela e il cimitero ospita una trentina di lapidi; raramente i defunti hanno superato in vita i sessant’anni, salvo quelli nati nel 1800 che evidentemente erano più longevi; le lapidi del 1800 sono almeno il doppio di quelle del 1900, il che indica una intuibile difficoltà per le nuove generazioni rispetto a un disegno di vita ubicato così.

Ebbene, la tomba più bella ospita due coniugi, nati rispettivamente nel 1832 e nel 1837 e poi felicemente convolati in cielo; il recinto della loro tomba è costituito dal loro inossidato letto di ferro, quello che presumibilmente ne aveva ospitato le notti durante la vita: bella, bella davvero l’estrema dimora.

Gian Luigi Deiana

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SETTE BANDIERE (pensieri prima della pioggia) di Gian Luigi Deiana

SETTE BANDIERE
pensieri prima della pioggia

Dice che stanotte pioverà, ma non so come; abbiamo piazzato una tenda sulla riva di un lago, nel territorio di Trasaghis in Friuli; dobbiamo prendere un aereo a Vienna per tornare in Islanda, una delle mie madrine, ma abbiamo ancora un giorno e passare qui fra le montagne calcaree della carnia in memoria di Carnera e di Bottecchia è una specie di dovere.

In questo territorio di Trasaghis c’è anche un piccolo lago, ed è uno di quei posti in cui è dato capire visivamente che cosa è il colore chiamato ‘indaco’; solo che è un indaco trasparente come gli occhi di ragazze come cenerentola e sta lì per testimoniare che una pace sincera sa lavare ogni guerra.

Ci sono due camping qui in riva al lago; il primo è pieno ma il secondo ha ancora dei posti; succede che uno entra, dà il nome e paga la riservazione e poi confidenzialmente il titolare ti dice che è vietato parlare male dei cani e dei negri; il senso di questo torbido umorismo è che bisogna finirla con questa italia che vieta di prendere a calci i negri come una volta si prendevano a calci e a pietrate i cani, e lo insegnava ai bambini.

Poi uno va al villaggio a vedere la gente per strada; ci sono quattro bar in una piazza per un giro di poche decine di case, uno si chiama moiko, uno baralla posta (così, baralla posta), uno poi bar di sara e l’ altro non so; ma la cosa importante è che la piazza, che onora i caduti, è ornata da sette bandiere in rigoroso ordine militare; la prima credo sia del Marocco e l’ultima boh, la seconda dell’Italia e la penultima della Francia, la terza di Gibilterra e la terzultima della Germania… ma quella di mezzo, capite, è la bandiera SARDA coi quattro mori al vento.

Al bar c’è un vaso di vetro in cui si raccolgono spiccioli per il cambio periodico delle bandiere; è bello questo, io vorrei poter mettere soldi per vedere al vento le bandiere dei negri e dei cani, insieme alle altre.

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