Gianluigi Deiana

TEMO, PER UN NON SO: periplo della Sardegna, ultimi cento chilometri – di Gian Luigi Deiana

TEMO, PER UN NON SO
periplo della Sardegna, ultimi cento chilometri

di Gian Luigi Deiana

 

 

Se un fiume si deve giudicare dalla foce, il Temo è praticamente l’unico vero fiume della Sardegna e Bosa l’unica città sarda propriamente fluviale: per difendere le case dalle inondazioni, quando in giornate di maestrale il mare stesso fa da diga al flusso d’acqua del fiume respingendolo verso la golena e la valle, sono stati escogitati nei secoli imponenti tentativi di contrasto, fino alla grande muraglia dislocata di recente, con il traffico di decine di migliaia di cassoni di camion carichi di macigni.

Se un giro si deve giudicare dal traguardo, questa volta anche io ci sono vicino: sono le otto di mattina e da qui davanti al fiume inizio ora l’ultima tappa del mio periplo della Sardegna.

Gli ultimi cento chilometri, dalla maestosa foce del Temo alla piccinissima foce del Tirso, seguendo la linea di costa nel capriccio dei capi e delle scogliere: gli ultimi cento di milleduecento chilometri duri, muti e inebrianti, da una golena all’altra di foci di fiume segnate sulle carte e di fatto inesistenti, mimetizzate in stagni e lagune o inghiottite da dune e labirinti di sabbia.

Da Piscinas al Mannu, dal Flumendosa al Cedrino, dal Coghinas al Calic di Alghero.

E al Temo: un giro insensato e futile, desiderato e compiuto per un non so, in una dozzina di tappe piene di attesa e di stordimento.

La Sardegna non sembra così tanto grande.

Ma se prendete i milleduecento chilometri del suo giro e li stendete in linea sulla costa italiana del tirreno essi misurano esattamente la distanza da Ventimiglia a Lamezia Terme, o da Genova a Reggio Calabria, e anche la mia mente stenta a crederci.

Ieri mentre rollavo sull’asfalto granuloso del mezzogiorno, da Palmadula verso Capo Caccia, ho incrociato una strada secondaria segnata come “strada Puddighinu”, strada del pollastro.

Stavo facendo il conto di dove potesse essere il mio millesimo chilometro e poichè è capitata quella strana coincidenza di incrocio, con la maestà del capo più strepitoso della grande isola aperto lì davanti, ho deciso che il mio millesimo chilometro fosse quello, quello di Puddighinu;

Puddighinu per il mio paese non è solo il nome sardo del pollastro: Puddighinu è stato invece un paesano particolare.

Si chiamava in realtà Salvatore Piras, ma il nome veniva usualmente storpiato in Trabadore o Trubadore e il cognome veniva invece sostituito dal soprannome.

Ma con questa virtuale carta di identità, Trabadore Puddighinu, è stato forse per decenni il compaesano più noto in tutta la Sardegna.

Era certamente una persona povera e votata all’assoluta precarietà: era un uomo a noleggio, un “trubadore” appunto, reclutato alle fiere di bestiame per trasferire mandrie o greggi o sparute truppe di vitelli da un capo all’altro dell’isola, su sentieri sconosciuti ai più, mai segnati sulle carte e per quanto possibile distanti dalle complicazioni delle strade carrozzabili, in una successione interminabile di giornate torride e di notti all’addiaccio, di gracidare di cicale e di suoni notturni, in una frugalità oggi forse impensabile che è durata dall’infanzia alla vecchiaia.

“Trubare”, da noi, vuol dire transumare bestie.

E vuol dire vivere i paesaggi e modi del clima, lo spazio e il tempo, in un compromesso perpetuo tra l’uomo e la bestia: laddove talvolta non si sa chi propriamente sia la bestia, e chi l’l’uomo.

Per quanta gente l’infanzia non è mai stata la tenera infanzia, e la vecchiaia non è mai stata la serena vecchiaia.

È stato solo il fluire del tempo, verso una foce.

 

CENTO ORE MILLE CHILOMETRI: Giro della Sardegna in bicicletta – di Gian Luigi Deiana

CENTO ORE MILLE CHILOMETRI
Giro della Sardegna in bicicletta

di Gian Luigi Deiana

 

Il periplo integrale della costa sarda, lungo le strade più litoranee oggi praticabili in bici, misura poco più di mille chilometri, poco meno di milleduecento se aggiungiamo i tragitti di andata e ritorno per i capi maggiormente protesi con i loro promontori sul mare.

Nella logica di un giro integrale alcuni di questi capi sono irrinunciabili, anche se impongono la deviazione dall’itinerario principale su bretelle più o meno lunghe da percorrere in andata e ritorno.

Si tratta precisamente delle quattro punte angolari che disegnano il rettangolo dell’isola: Capo Carbonara all’angolo di sud est (cioè Villasimius), Punta Falcone all’angolo di nord est (cioè Santa Teresa), Capo del Falcone all’angolo di nord ovest (cioè Stintino), Capo Teulada all’angolo di sud ovest (cioè Teulada).

Tutti questi lunghi speroni sono raggiungibili, salvo Capo Teulada che è ricompreso in un’area militare molto estesa il cui accesso è interdetto.

Oltre a questi si possono però raggiungere nello stesso modo altri promontori di grande bellezza come Capo Ferrato e Capo Figari nella costa est o Capo Caccia e Capo San Marco nella costa ovest.

Quindi il giro senza i capi varrebbe mille chilometri e il giro con le deviazioni sui capi, e i relativi fari e scogliere e gabbiani, varrebbe milleduecento chilometri.

Poichè una velocità media di dieci chilometri orari è assolutamente ragionevole per i ciclisti improvvisati, e una velocità di dodici chilometri orari resta comunque ragionevole per i buontemponi coraggiosi che pure vanno a piedi nelle salite, tutta l’operazione costerebbe cento ore di sana follia, cioè dieci giorni se ti butti su cento chilometri al giorno o venti giorni se ti butti su cinquanta chilometri al giorno.

Ma per considerare praticabile tutta l’avventura anche per gente poco avventurosa dobbiamo sottolineare, soprattutto per i sardi residenti, che non è affatto necessario fare tutto il giro di questa grande isola in una botta sola: questo infatti significherebbe caricare la bici di bagagli alla bisogna, ivi compresi tendina e sacco a pelo per le emergenze.

Aparte i normali imprevisti propri della bicicletta, in tempo di Covid infatti non è facile trovare un luogo da dormire per ogni singola tappa per una tirata di dieci o venti giorni, e dunque ci si può organizzare anche per uscite di un giorno o due e poi riprendere quando vien bene.

Ma come?

Per poter fare questo, oltre un saggio uso della propria auto, si deve fare ricorso al treno e soprattutto alla rete degli autobus, in quanto l’azienda regionale Arst consente di caricare anche le bici.

Per esempio se tu abiti ad Oristano e il tuo periplo è già arrivato a Villasimius e qui devi sospendere temporaneamente, è sufficiente che quando lo riprendi tu parta in treno da Oristano di prima mattina in modo da farti trovare alla stazione Arst di Cagliari alle otto, qui prendi il bus per Villasimius alle otto e quindici, arrivi a Villasimius un’ora dopo, prendi un bel cappuccino in un bar e per le dieci sei prontissimo a buttarti su Costa Rei e su fino a Muravera o Quirra o addirittura Tertenia.

Ti regoli sugli orari dei bus e nel tardo pomeriggio puoi ritrovarti strafatto ma felice di nuovo a Cagliari in stazione, pronto per tornartene ad Oristano col treno delle otto di sera.

La volta successiva puoi andare a Tertenia in macchina con la bici nel bagagliaio, ti prendi un bel cappuccino a Tertenia e ti sciroppi sessanta chilometri fino Baunei, eventualmente puoi dormire lì e arrivare il giorno dopo a Dorgali o Orosei in modo da incrociare con calma e spensieratezza un autobus che ti riporta a Tertenia per la sera…

Non voglio qui fare poemi e decantazioni sulla bicicletta: io la bicicletta la odio, cioè la odio in salita tanto quanto la amo in discesa.

Il bello è che glielo dico pure perchè sulle strade di questa isola piena di deserto la tua bicicletta è per molte lunghe ore l’unico essere umano col quale puoi scambiare due chiacchiere o almeno un’occhiata per assicurarsi che tutto va bene.

Ti fa da compagna esattamente come ti fa da compagno un bastone quando ti trovi a camminare in montagna per ore o per giorni: quando arriva il momento di tornare a casa tu non getti via il tuo bastone, ma lo appoggi con delicatezza al fianco di un albero e lo saluti con una specie di ringraziamento.

Non ti devi vergognare di questo, tanto non ti vede nessuno.

Ma chi te lo fa fare?

Qui la risposta è decisamente impegnativa: infatti puoi tranquillamente andare da Tertenia a Dorgali direttamente in macchina senza fare tutto questo casino, farti un giro a Dorgali e mangiare spaghetti coi frutti di mare e tornare a casa a vedere le trasmissioni come il Kilimangiaro e Chi l’ha visto.

Dunque?

Dunque il beneficio della bici, ma non solo della bici, consiste nel fatto che lo spazio che percorri produce nella tua mente una dilatazione del tempo: lo spazio dilata il tempo, e quindi le dodici ore che corrono dalle otto di mattina alle otto di sera mentre pedali come uno scemo soffrendo l’ira di dio non sono come le dodici ore che si consumano da sole stando seduti a casa o sul sedile dell’automobile, ma valgono almeno il doppio o anche il triplo.

Se fai questo giochetto per due giorni di fila, alla fine del secondo giorno percepirai l’immagine della mattina del giorno prima non come distante solo trentasei ore, ma come distante una settimana o più; a momenti ti chiederai con meraviglia: ma dove ero ieri?

Questo è ciò che chiamiamo viaggio, una cosa che non è una specialità dei cosiddetti tour operator ma è piuttosto una necessità primitiva: lo è tanto più oggi, dopo mesi di limitazione dei movimenti personali e dei rapporti col mondo esterno.

Un viaggio serve a tornare a se stessi con una specie di riconciliazione, e quindi solo tu puoi essere la tua agenzia e la tua bicicletta è oggi uno dei modi migliori per farlo: ricomprende il distanziamento sociale per tutto il giorno, riduce quasi a zero l’uso della mascherina, e il virus non le fa un baffo.

((ho scritto questa roba perchè mi è stato chiesto di farlo, in modo da chiarire l’organizzazione, che come si vede è assolutamente elementare; quanto a me, in questi giorni ho fatto quattro tappe ovvero trecentoventi chilometri da Marceddì a Villasimius, con una bicicletta che va ormai verso i cinquant’anni di età e una cassettina da frutta come portabagagli.

Mi restano una decina di tappe e prima o poi a una a una le farò.

La prossima andrà da Capo Carbonara a Quirra, al cancello della base aeronautica di Capo San Lorenzo: Capo Frasca-Quirra in quattrocento chilometri delle nostre strade, con l’augurio che l’occupazione militare scompaia quanto prima dalla linea delle colline)).

 

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RENÉ TRESCARTES: la costruzione del tele-sospettatore – di Gian Luigi Deiana

RENÉ TRESCARTES: la costruzione del tele-sospettatore

di Gian Luigi Deiana

lunedì 8 giugno 2020

È annunciata per stasera in tv una puntata della trasmissione “Report” contenente un’inchiesta sul sistema sanitario in Lombardia.

Una anticipazione accenna al coinvolgimento del governatore regionale Fontana (Lega) in un intreccio di interessi finora ignoto.

Fontana avrebbe richiesto senza successo il blocco della trasmissione e quindi staremo a vedere, o meglio staremo a guardare.

Non mi interessa tanto l’oggetto, quanto attribuito a Fontana stesso.

Mi interessa invece il metodo, in quanto spero che il servizio sia costruito correttamente.

“Report” è una testata di inchiesta che ha fatto scuola.

È stata inventata e poi guidata per molti anni dalla giornalista Milena Gabanelli, cui va anche il merito da lei rivendicato di aver creato una “squadra”.

Da qualche anno il lavoro è condotto da Sigfrido Ranucci e vale la pena di osservare se qualcosa è cambiato in meglio o in peggio.

Ma più in particolare è oggi importante vagliare le modalità di confezionamento di “tutte” le trasmissioni televisive di inchiesta presenti nei palinsesti delle diverse reti, di cui “Report” resta il modello secondo me più accreditato.

La tesi che intendo avanzare qui è molto critica: io ravvedo nella modalità che si è ormai affermata come consueta in tale genere di trasmissioni un preoccupante mutamento di funzione dei servizi di approfondimento nei canali grande ascolto.

Il passaggio dall’informazione televisiva per il tele-spettatore alla costruzione mediatica del tele-sospettatore.

Disseminare il sospetto senza un corrispondente scrupolo nella disponibilità di riprove fattuali degne di questo nome.

Lo scenario aperto per mesi dalla pandemia Covid è stato in questo senso una grande miniera di materiale inedito e insieme una grande discarica di illazioni infondate.

La fattualità materiale, che il filosofo René Descartes chiamava in latino “res extensa”, e la costruzione mentale della materialità, costruzione mentale da lui  chiamata “res cogitans”, si sono miscelate in tutti i modi possibili con una contagiosità virale mai vista.

Il vero e il falso si sono aggrovigliati con la virulenza e la folle grandiosità di una Torre di Babele finora immaginata solo nei miti terrificanti dei tempi antichi.

E dunque, quale è stato il contributo di verità delle gloriose trasmissioni di inchiesta e quale il loro contributo inverso, la costruzione sociologica del tele-sospettatore?

Desidero fare due soli esempi proprio su alcune puntate recenti di “Report”, la testata di inchiesta che da anni è stata giustamente  accreditata per l’intuizione di importanti vicende occulte, per il coraggio della ricerca e per lo scrupolo nel rendiconto documentario.

Primo esempio: “Report” propone in un unico servizio tre segmenti oscuri, “come se” questi tre segmenti, pur indipendenti l’uno dall’altro, siano per una ragione misteriosa ma degna di sospetto segmenti contigui.

Primo segmento, la Cina ha responsabilità non dichiarate a riguardo della diffusione della pandemia (laboratorio di Wuhan, olimpiadi militari, ingegnerizzazione del sars ecc.).

Secondo segmento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha coperto la reticenza cinese in quanto il suo presidente, che è un uomo politico etiope, è stato imposto a tale carica grazie all’influenza della Cina nella politica di molti stati africani.

Terzo segmento, uno dei maggiori finanziatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è Bill Gates, che in quanto grande azionista di aziende farmaceutiche ha interesse a speculare sulle prospettive di businness offerte dal vaccino, e per tale ragione si posiziona perfettamente nella triangolazione con Cina e O.M.S..

Ok, il mio problema è: perchè non sono state fatte tre distinte inchieste su questi tre problemi anzichè una finta inchiesta sorretta sul sospetto, non minimamente provato, della triangolazione tra essi?

Non basta una sparata di Trump per buttare affermazioni del genere nella discarica della Torre di Babele?

Secondo esempio: “Report” propone un’ inchiesta sul Ministero della Sanità, ma come nel caso precedente si tratta di un’ inchiesta finta in quanto in realtà è la composizione artificiosa di tre segmenti indipendenti in un unico servizio.

Primo segmento: “Report” apre con una presunta falla nella legge “spazzacorrotti”, la quale vincola alla trasparenza e alla pubblicazione i bilanci dei partiti ma non i bilanci delle fondazioni.

Secondo segmento: Massimo D’Alema guida una fondazione e grazie a tale falla nella legge spazzacorrotti non ne rende pubblico il bilancio nè i nomi dei finanziatori, limitandosi alla presentazione dei documenti agli uffici deputati per legge.

Anche Casaleggio gode evidentemente dello stesso vantaggio relativamente alla fondazione Rousseau.

Terzo segmento: “Report” avvalla una illazione, copiata di sana pianta da un quotidiano di strilloneria di destra, secondo cui l’attribuzione del ministero della sanità all’attuale ministro Speranza sarebbe frutto di un accordo segreto tra D’Alema e Casaleggio.

Ok, anche qui il problema è: perchè non sono state fatte tre distinte inchieste su questi tre problemi ritenuti oscuri, anzichè triangolarli ad arte per buttare nella discarica della Torre di Babele la credibilità del ministero della sanità, con la pandemia in pieno corso?

Valeva la pena di fare un dispetto a D’Alema, o di mettere sotto sospetto Speranza in in frangente simile, senza prova di niente di niente se non un teorema inutile ed evanescente?

Gli esempi potrebbero continuare, ma quello che conta ora è che ciascuno di noi sia in grado di misurare il disastro sociale che si viene a creare con la legittimazione generalizzata del sospetto, della triangolazione di segmenti avulsi, del teorema di colpevolezza, proprio da parte di servizi di informazione che dovrebbero invece riservare la massima cura alla pedagogia dell’opinione pubblica.

La tecnica argomentativa delle tre carte, simpatica in giochi di strada per il comico Totò, era invece spregevole come “metodo” di formazione delle idee per il filosofo Cartesio, il vecchio René Descartes, la cui “regola” inderogabile non consentiva il ricorso alle tre carte e stava invece nel comunicare come precondizione di verità solamente “idee chiare e distinte”.

La manipolazione è oggi più che in qualunque altra epoca storica un ingrediente fondamentale per il cattivo potere politico.

Chiediamoci cosa ha respirato la nostra mente priva di mascherine in questi mesi di virulenza di fake, balle, attribuzioni di colpa, delazioni e furbetterie, e come sia inevitabile andare a sbattere in professionisti della manipolazione quali l’attuale presidente degli Stati Uniti o l’attuale capetto della lega se non ci si attiene al duro imperativo cartesiano.

Chi pensa in sospetto è in difetto.

POST SCRIPTUM: e poi fu di nuovo mattina.

Avendo seguito la puntata di “Report” di ieri sera, ed in particolare l’inchiesta sull’emergenza Covid in Lombardia e il giro di contratti senza gara che hanno direttamente coinvolto gli affari di famiglia del governatore Fontana, ritengo che il lavoro degli autori sia stato condotto in modo “metodologicamente” corretto.

Vi era “un” tema, l’approvviggionamento di dispositivi di protezione e reagenti.

Un tema subordinato, una abbondanza di tali dotazioni nelle aziende sanitarie private e una carenza cronica in quelle pubbliche.

Una condizione emergenziale tale da far apparire costrittivo il ricorso a procedure costose e senza gara.

Un tema ulteriormente subordinato costituito dal coinvolgimento diretto del governatore Fontana con gli affari di famiglia.

In ultimo, lo stesso Fontana ha avuto una intervista tranquilla tutta per sè e quindi tutta la possibilità di spiegare le sue ragioni: come pare evidente ha preferito giocare a rimpiattino e di conseguenza ha involontariamente contribuito a spiattellare al pubblico la nefandezza.

Con ciò, lo SPETTATORE non è stato indotto alla tentazione di farsi SOSPETTATORE, come usualmente è avvenuto nelle puntate precedenti.

CENTO GIORNI: virulenza e letalità del COVID in dieci decadi, dal 20 febbraio al 30 maggio – di Gian Luigi Deiana

CENTO GIORNI
virulenza e letalità del COVID in dieci decadi, dal 20 febbraio al 30 maggio

di Gian Luigi Deiana

La virulenza non è una caratteristica del virus e nemmeno una caratteristica della popolazione da esso investita: la virulenza è invece la relazione tra questi due poli.

Quindi asserire che il virus diventa di suo meno aggressivo o che la popolazione diventa di suo più resistente è fuorviante.

È solo la relazione traducibile in numeri che può essere utile per comprendere questo legame.

La letalità a sua volta non è da ascrivere alla capacità letale del virus o alla debolezza delle difese nei contagiati, ma è a sua volta una relazione aritmetica, cioè quanti decessi si verificano su tutti i contagi sintomatici che sono stati accertati.

Poichè il decorso mortale non avviene immediatamente, ma matura nell’arco di una decina di giorni, se rapportiamo il numero di decessi di una decade al numero di contagi della decade precedente possiamo ricavare un indizio sulla variazione del tasso di letalità nello scorrimento del tempo.

Come è noto la danza è cominciata in italia il 20 febbraio ed in capo a cento giorni, cioè al 31 maggio, sono stati registrati 233.000 contagi con evidenza sintomatica, e 34.400 morti.

La relazione complessiva che ne viene fuori è per niente tranquillizzante: quasi 15 decessi ogni 100 contagi.

Non va inoltre trascurato il fatto che i guariti, che alla lunga dovrebbero essere circa 85 ogni 100 ammalati, non raramente sono soggetti a lunghi tempi di recupero fino a una reale guarigione.

Procedendo a un sezionamento per decadi possiamo certamente registrare una progressiva attenuazione della virulenza, ma non una sensibile attenuazione della letalità.

Ed inoltre l’attenuazione della virulenza è stata fino ad oggi in Italia direttamente proporzionale all’adozione delle misure precauzionali: cioè ci si è ammalati di più laddove la contiguità fisica è stata maggiore e l’osservanza delle precauzioni è stata minore.

La prima decade, 20 febbraio – 1 marzo, ha registrato 1700 contagi.

Il relativo conto dei decessi è generalmente maturato nella decade successiva, 1 marzo – 11 marzo, e registra 790 morti.

Ora 790 morti su 1700 contagi significa una percentuale spaventosa, 46,47 %, quasi 1 su 2.

La virulenza è poi cresciuta vertiginosamente fino a oltre 5.000 nuovi contagi al giorno.

Il picco è stato raggiunto nella quarta decade, dal 21 al 31 marzo, con 52.200 nuovi malati in soli dieci giorni.

La decade successiva, 1 aprile – 10 aprile, tuttavia registra una certa diminuzione della letalità, con 6.400 decessi: il rapporto percentuale (6.400 su 52.200) resta comunque molto alto: 12,26 morti ogni 100 ammalati.

Nella classifica della morte la decade più travagliata è stata sempre la quarta, 21 marzo – 31 marzo, con oltre 7.600 decessi (cioè 760 al giorno).

Questi, se riferiti alla decade precedente (41.100 contagi dall’11 marzo, inizio del lockdown, al 21 marzo) presentano un rapporto percentuale di 18,50 morti ogni 100 malati.

La percentuale delle guarigioni presenta evidentemente un andamento inverso: al 31 maggio possiamo registrare un dato complessivo di 157.500 guariti dimessi su circa 233.000 contagi, cioè una percentuale che si avvicina al 70% e che lascia comunque in terapia un discreto numero di non guariti
(almeno il 15% dei contagi).

Ma nella prima decade era di poco superiore al 50% (960 guariti su 1700 ammalati); la decade di svolta quanto alle guarigioni la si è raggiunta comunque tardi, cioè dopo 70 giorni di buio: l’ottava decade, 30 aprile – 10 maggio, ha segnato quasi 3.000 dimissioni al giorno.

Cosa ci dice l’ultima decade, quella che corre dal 20 maggio al 30 maggio e che prelude alla riapertura generale nota come fase 3?

L’ultima decade segna 1010 decessi, che se rapportati al numero di nuovi ammalati registrati nella decade precedente, 8.300, significano comunque un tasso di letalità del 12,17%.

La virulenza si è fortemente attenuata in forza del lockdown, scendendo da oltre 5.000 contagi al giorno del mese di marzo, ai 3.000 al giorno del mese di aprile, ai meno di 1.000 al giorno del mese di maggio.

Nell’ultima decade di maggio siamo scesi sotto la soglia dei 500 nuovi contagi al giorno ed ormai, ai primi giorni di giugno siamo abbondantemente al di sotto dei 200.

La letalità resta comunque alta, ben al di sopra del 10%, e per molti restano comunque elevate le sofferenze della piena guarigione.

Cosa possano significare le riaperture, certamente necessitate ma esposte a complicazioni reali, a semplificazioni immaginarie e a rischi persistenti, è tutto da vedere.

In una situazione così incerta chi assicura che il virus non è più virulento, se è un importante medico del ramo, è un irresponsabile: infatti è un medico importante.

 

LINEA GOTICA: le due italie del Covid – di Gian Luigi Deiana

LINEA GOTICA:

le due italie del Covid

di Gian Luigi Deiana

Alla data decisiva della fase due gli attori istituzionali in campo sono, come è logico che sia, il governo nazionale e i governatori regionali.

Non vi è propriamente un contrasto tra governo e regioni, benchè la si butti sul governo e sulla presumibile goffaggine del ministro Boccia, vi è invece un  contrasto “tra” i governatori regionali: quelli del nord premono per una apertura generale senza vincoli di movimento e quelli del sud premono invece per una apertura generale condizionata a passaporti sanitari.

Poichè il problema è impostato male la soluzione a breve, salvo una successione di colpi di culo, non potrà essere che sbagliata: non si sa perchè, ma proprio nel momento in cui si gioca la mossa decisiva della fase 2 viene zittita la commissione medico-scientifica, viene trascurata la logica dei dati e la responsabilità decisionale scade a livello umorale, come in una partita di carte al tavolo di un bar.

Per di più gli occhi della platea e delle tifoserie sono puntati proprio sul ministro Boccia, che non è per niente il centro del problema: il centro del problema sta infatti nella esigenza di riconquista del territorio di mobilità e di mercato da parte del sistema produttivo del nord, e nella esigenza di controllo sanitario degli ingressi da parte del sistema della ricettività vacanziera del sud.

Messa così, è chiaro che hanno prioritariamente ragione i governatori del sud, salvo che il controllo sanitario individualizzato da essi invocato è impraticabile ed inservibile.

Resta l’ipotesi del passaporto sanitario limitato alla sola Sardegna, ma ciò, posto che si possa impiantare da oggi a domani un modo per realizzarlo, si tradurrebbe per l’isola in un catastrofico autogol: non si tratterebbe infatti di una condizione di deterrenza nei confronti dei soli turisti lombardi, ma anche di tutto il flusso tedesco e nord europeo in genere, che logicamente finirebbe per convogliarsi verso il meridione italico o verso le coste balcaniche o egee o semplicemente verso la Corsica o la costa spagnola: si tratta di flussi che marcano anni e non una sola difficile estate.

Quindi, al di là delle impuntature di sovranità e dei siparietti idioti tra il sindaco di Milano e il governatore della Sardegna, sarebbe comunque un pasticcio.

La pretesa dei governatori del nord è a sua volta visibilmente azzardata, appoggiata su dati ancora rischiosi e per la Lombardia addirittura taroccati.

Nonostante ciò resta chiaro che un semi-lockdown estivo con milioni di persone immobilizzate per settimane a quaranta gradi nelle città padane è assurdo e disumano: restare ciechi rispetto a questo facendo gli offesi per le stupidaggini del sindaco Sala significa battere persino un sindaco nella classifica della stupidità.

Che fare allora?

Allora sarebbe necessario giocarsi tutto giugno marcando stretto il Covid anzichè gli umori e i capricci: sebbene l’ordinamento istituzionale resti disegnato su un territorio nazionale, 1, e venti territori regionali, 20, il Covid ha disegnato due italie, 2, e purtroppo comanda ancora lui.

Quindi fare il braccio di ferro tra la soluzione 1 e la soluzione 20 allo stato attuale è da scemi.

La soluzione dettata dal padrone del gioco, che è il Covid e non la Confindustria, è la soluzione su due italie, 2, almeno per tutto giugno e probabilmente fino a metà agosto.

Il Covid non ha marcato una sua geografia capricciosa e matta: ha invece marcato un confine che corrisponde esattamente alla grande muraglia appenninica settentrionale.

Essa separa sul versante ligure le province di Piacenza e La Spezia e sul versante adriatico le province di Rimini e Pesaro.

Separa nel suo baricentro Bologna e Firenze ecc.: è la vecchia linea Gotica dei tempi di guerra, o se si vuole la linea del Rubicone di Giulio Cesare.

Se si tiene pazienza la gente delle regioni del nord può avere modo di muoversi e respirare, con tutte le Alpi e due mari a disposizione.

E la gente del sud ha modo di gestire le condizioni di rischio con la necessaria sicurezza e con un minimo di motore economico in ripresa.

La linea Gotica significa accettare di continuare a giocare la partita col Covid senza la tentazione dell’azzardo, ma senza predisporsi a morire di autoquarantena infinita: perchè di autoquarantena, anche se di morte lenta, si muore lo stesso.

In termini di semplice sociologia, inoltre, orientare questa lunga estate a sciogliere la dipendenza nord-sud, così smaccatamente radicata nel costume italiano delle vacanze, sarebbe davvero una opzione innovativa e salutare, oltrechè dettata dal buon senso.

Meglio una linea Gotica oggi, che venti Caporetto domani.

ARROW TI CÒDDEDE: dedicato al ministro della difesa – di Gian Luigi Deiana

ARROW  TI  CÒDDEDE

dedicato al ministro della difesa

di Gian Luigi Deiana

Io di Frecce Tricolori, Tricolor Arrows, ne ho visto solo sugli schermi.

Ma se mi capitasse di vederne davvero non mi schermirei più degli schermi: sono i coriandoli della festa della Repubblica e non hanno alcun bersaglio, semplicemente inquinano e poi passano.

Mi inquieta invece il pensiero di dove partono e il perchè di tutto questo fumo.

In questo disgraziato anno questi coriandoli di cherosene vanno a zonzo dalla settimana prima del 2 giugno, anticipati come tutte le contraffazioni di carnevale.

Essi portano in cielo i disegnini arcobaleno ormai sgualciti sui balconi e sui vetri dei bambini: “andrà tutto bene”.

Succede sempre che i pedofili approfittino delle festosità infantili, e un pò questa scena assomiglia.

Ma al contrario degli scandalizzati io di scie aeree tricolori ne vorrei di più, anzi nella specifica funzione di quegli aeroplani le vorrei imposte dalle convenzioni internazionali.

Non certo per la festa della Repubblica, che non se ne fa un fico secco, ma per la festa che si fa ai bombardati tutte le volte che bombe d’areo fabbricate in Italia piovono su carovane, scuole o villaggi ovunque nel mondo: lì deve essere chiara la denominazione di origine e il marchio di garanzia, col tricolore possibilmente visibile più che si può.

Questa Repubblica è tanto brava a fare bombe e a farne qualche punto di PIL.

Il nome della regia di produzione e di marketing è nientemeno che “Leonardo” e le agenzie di killer sono innumerevoli, col polo militare-industriale di Brescia e la RWM nel Sulcis in prima fila.

Io pretendo che ci sia il marchio tricolore ogni volta che facciamo la festa a una scuola materna in Yemen o in Siria.

Per la festa della Repubblica, qui, possiamo arrangiarci con meno fracasso.

Questo è chiaro: però è talmente chiaro che non ci si chiede chi e perchè manda in giro questo turpe carnevale aereo proprio ora, sulla soglia di un coma collettivo di tre mesi e un risveglio alla vita normale forzatamente imbavagliato e incerto: chi, e perchè?

Il responsabile in capo del ministero della difesa si chiama Lorenzo Guerini, un tipo tagliato anche di abito sul cliché dell’eminenza grigia, inespressivo e celato dietro ogni quinta.

Egli è il titolare di tutti gli eventuali meriti che l’immenso macchinario delle forze armate ha messo in opera al servizio della Repubblica nei tre mesi dell’emergenza pandemica: il niente, il niente, è sotto gli occhi di tutti, salvo per il trasbordo delle salme di Bergamo, e sotto il niente la continuazione imperterrita e cinica della produzione di armi per il mercato di paesi in guerra e per i programmi di esercitazione NATO.

Guerini, sei tu il capo degli armamenti.

Da qualche parte del mondo probabilmente c’è gente che augura ai responsabili del ministero italiano della difesa di spararsi, dato che è sempre così facile sparare.

Quanto a noi, vaffanculo, o arrow ti còddede se preferisci: nonostante gente come te, andrà tutto bene.

Quasi tutto

 

 

FOGU incendi: resta a casa che l’erba cresce – di Gian Luigi Deiana

FOGU incendi:

resta a casa che l’erba cresce

di Gian Luigi Deiana

Scrivo queste righe nella convinzione che il tema, il tema degli incendi nell’estate in arrivo, si presenti quest’anno con  condizioni di rischio eccezionali.

Spero perciò che la preoccupazione che muove me, che pure mi auguro ardentemente di sbagliare, sia condivisa e possa servire a qualcosa, dati i ridottissimi margini di tempo a disposizione.

Gli incendi sono per loro natura emergenziali, e in qualche modo si è imparato a predisporre modi e mezzi per fronteggiarli.

Come è noto, la Sardegna presenta le condizioni di pericolo più difficili, ma la questione riguarda in realtà anche tutto il territorio montano e collinare italiano.

I mezzi di contrasto fondamentali, che quest’anno sono eccezionalmente carenti o eccezionalmente in ritardo, sono costituiti dalla frequentazione di campagne e di boschi da parte dei singoli, per le consuete ragioni di cura colturale, e dall’azione pianificata e coordinata di strutture pubbliche, a ciò specificamente deputate.

Come sappiamo siamo stati obbligati da una circostanza eccezionale a stare a casa per due lunghi mesi.

Le rare frequentazioni della campagna sono state irrilevanti, essendo pressochè impraticabile la mobilitazione di mezzi nonchè la concertazione di interventi fra più persone.

E tuttavia la primavera, ignara di suo delle scorribande del Covid e dei nostri problemi, non poteva ubbidire alle disposizioni governative e non è restata a casa: la vegetazione ha fatto il suo corso come non mai e nel silenzio di una economia umana sospesa la natura si è presa liberamente ciò che è suo.

Il nuovo è cresciuto sul vecchio e il verde sul secco di prima, estendendo un lenzuolo stratificato di erbe e ramaglie su immense estensioni, ivi comprese tutte le reti di viabilità rurale.

La raccomandazione di limitare gli spostamenti, allentata il 4 maggio e sollazzata da variopinte rivendicazioni sulla priorità per le sante messe o per il distanziamento di tavolini all’aperto, di fatto ignora tuttora la primaria necessità di interventi immediati sul rischio ormai incombente.

Ma come si sta preparando la macchina pubblica mentre io e te stiamo a casa e l’erba cresce?

Bene, anzi male: la macchina pubblica è costituita dal Corpo Forestale Regionale, dall’Agenzia delle Foreste Demaniali oggi chiamata Forestas e dalla Protezione Civile.

Tutti e tre questi apparati dipendono in Sardegna dall’assessorato all’ambiente, e l’Assessore all’Ambiente nella sua qualità di plenipotenziario ha sostanzialmente evitato di guardare oltre l’emergenza Covid.

Ha subordinato alla Protezione Civile, che si dice concentrata sull’emergenza Covid, ogni altro assolvimento coinvolgente le altre due strutture, col risultato che tutto è praticamente fermo.

A sua volta l’Agenzia Forestas è da circa un anno immobilizzata su un problema di mansioni, nel senso che per ragioni contrattuali e soprattutto di sicurezza il personale non può essere impiegato in operazioni di taglio, spegnimento, guida di autobotti ecc., senza un protocollo di requisiti e quindi senza attribuzione di mansione.

Con ciò si prospettano soluzioni alla giornata basate sull’approssimazione formale e sulla sfiducia personale.

Persino le visite mediche degli operatori dell’agenzia sarebbero sospese in attesa della fine dell’emergenza Covid.

Sarebbe curioso, visto che invece le Compagnie Barraccellari dei singoli Comuni, evidentemente più direttamente motivate dalla visibilità del pericolo, stanno provvedendo in autonomia e a proprie spese a questi indispensabili preliminari.

Cosa poi ne possa derivare sull’intero apparato, che dovrebbe gestire le strutture di avvistamento, le comunicazioni, gli interventi aerei, gli elicotteri, le squadre a terra ecc., è un mistero, se il vertice deputato, che resta la Protezione Civile Regionale in capo all’Assessorato, continua a disertare il suo compito.

Che fare dunque?

Secondo me è indispensabile che si mobilitino le due braccia restate così ottusamente a riposo nel corso della primavera.

Il braccio privato, costituito da decine di migliaia di piccoli operatori, coltivatori di vigneti, pastori, o addirittura “hobbisti” della campagna: “hobbisti”, almeno l’idea di un bosco in fiamme dovrebbe illuminare la stupidità di questa parola.

E il braccio pubblico, che per essere destato dal suo sonno di elefante necessita però di forti e appropriati richiami: da parte dell’associazione dei Comuni, e quindi del suo attuale presidente.

Da parte dei mezzi di informazione, che sono bravissimi a fare titoli di catastrofe dopo che il disastro è avvenuto ma che restano cronicamente disinteressati a studiare il rischio prima che il disastro avvenga.

E infine da parte di tutti noi cittadini, con l’attenzione a non buttarla in caciara ovvero in polemichetta da stronzi.

C’è sempre un prezzo nel non fare appena seriamente le cose.

Un prezzo: SU FOGU A PESE

 

 

DIPARTITA IVA: il naufragio del lavoro alla prova del primo maggio – di Gian Luigi Deiana

DIPARTITA IVA

il naufragio del lavoro alla prova del primo maggio

di Gian Luigi Deiana

 

È inutile stare qui a constatare quello che vediamo tutti, e cioè che non siamo in grado di vedere quasi nulla davanti.

Tuttavia siamo ancora in grado di vedere ciò che abbiamo intorno, ciò che può aspettare, ciò che resiste, ciò che è aggrappato a qualcosa, ciò che ha mollato la presa, ciò che è alla deriva, ciò che è perduto.

Oggi è il primo maggio e almeno un riferimento ai delegati storici della celebrazione della Festa del Lavoro va fatto.

Il Popolo del primo maggio è il Popolo dei Lavoratori.

Più visibilmente è il popolo dei lavoratori dipendenti.

Più classicamente ancora sono i sindacati, sia in quanto sindacati dei lavoratori salariati sia in quanto rappresentanza storica dei lavoratori in genere.

Questa concentricità (lavoro in genere, lavoro salariato, sindacato organizzato del lavoro dipendente) ha funzionato per una o due generazioni, quelle del secondo dopoguerra, sul presupposto che la forza contrattuale dei sindacati del lavoro dipendente avrebbe agito anche come macchina distributiva di tutta la ricchezza sociale, a vantaggio dell’intera società.

Ma da almeno vent’anni non è più così, e questo arretramento in specialismi di contratto spiega come una didascalia le immagini del primo maggio 2020: non tanto una Festa del Lavoro senza lavoratori, così necessitata per l’infuriare dell’epidemia, quanto un passaggio cruciale dell’emergenza nel quale sono presenti e pressanti tutti eccetto i lavoratori stessi.

Perchè questo vuoto di società in un momento così socialmente drammatico, in cui i modi del futuro sono così imprevedibili e così rischiosi e così impossibili da affidare nelle mani di monopoli economici e di demagoghi politici?

Perchè questo vuoto è in mani emergenziali sperabilmente prudenti, sia sanitarie che governative, ma che per l’insufficienza di queste è anche preda di scorrerie politiche degne della savana più che di un parlamento repubblicano?

Una grande epoca storica è finita; se il virus Covid passerà senza lasciare altre devastazioni dobbiamo aver chiaro che ben prima di assorbirne le ferite avremo altri morsi improvvisi e senza sconto: questo ventunesimo secolo è il secolo delle emergenze e non più il secolo del benessere.

Tutta la prospettiva deve essere ripensata e deve esserlo a partire dalla parte di società deputata a rifare il mondo, il lavoro umano.

Oggi l’emergenza stessa impone di ragionare su chi è precipitato nel limbo del non lavoro senza che vi si sia mai prestata seria attenzione.

Su chi vi sta precipitando, e chi vi precipiterà.

Il mondo è ricco ed iperproduttivo: con quale equilibrio questa sua obesità potrà continuare rigettando nella morte sociale sempre più gente?

Il punto di separazione non è semplicemente quello che corre tra capitalisti e salariati, o tra autonomi e dipendenti: è quello che corre tra garantiti e non garantiti, poichè è questa soglia che determina in ciascuno la sua auto-identità e quindi la sua volontà di coscienza sociale.

Questo sterminato esercito di vita offesa ora vede precipitare nelle sue fila persone che non avrebbero mai temuto per sè un tale destino.

Persone che mediamente sarebbero esplose in moti rabbiosi a sentire solo parlare di solidarietà sociale, di tassazione progressiva e di imposta patrimoniale.

Ebbene, è ora che tutto questo mondo umano trovi un segno di fiducia capace di fare appello a una grande prova di coraggio.

Pensare un legame politico di solidarietà tra garantiti e non garantiti, tra i salvi e i precipitati, è di importanza fondamentale.

Oggi sappiamo che il balletto delle cifre sul PIL segna bufera per la Francia e per la Spagna ancora più che per l’Italia.

Gli Stati Uniti contano milioni di disoccupati e la locomotiva industriale europea è bloccata dalla sovrapproduzione.

Non sappiamo quanto i monetarismi possano essere capaci di sostituire con moneta fittizia la moneta reale.

Una sola cosa oggi è chiara su ciò che va fatto: legare i destini.

Io G.L.D. sono un garantito: attualmente necessito di metà del mio reddito mensile di pensione e quindi sono teoricamente in grado di autoimpormi una corrispondente imposta patrimoniale su ogni mese di emergenza.

Benchè io ne sia il meritevole beneficiario il mio patrimonio, come tutti i patrimoni, è in primo luogo un patrimonio sociale ed in emergenza deve tornare tale.

In assenza di una legge che lo preveda io la patrimoniale me la legifero da me, provvedendo alle necessità di persone care come si faceva nei sistemi tribali.

Siamo ridotti a questo.

Ora, perchè dichiaro questo?

Non solo per cercare di rafforzare la domanda politica in favore di una imposta patrimoniale, ma per imporci uno per uno, nel momento in cui i piccoli esercizi autonomi riprenderanno l’attività, il compito quotidiano di corrispondere a quelle riaperture.

È interesse generale che la riapertura sia lenta e controllata, ma il costo di questo sacrificio deve essere condiviso, e in termini puramente logici solo l’imposta patrimoniale può assolvere a questo.

È per tale ragione che l’ipotesi patrimoniale è combattuta al massimo grado proprio dagli opportunisti politici che cavalcano strumentalmente la domanda di ripartenza immediata e generalizzata, modalità che al presente non è affatto nell’interesse generale.

 

Far ripartire le partite iva: è un compito per i lavoratori, non uno slogan per gli sciacallaggi parlamentari.

 

 

NAMELESS: considerazioni sui morti senza nome – di Gian Luigi Deiana

NAMELESS

considerazioni sui morti senza nome

di Gian Luigi Deiana

 

Il giorno di oggi si è aperto come tutti i giorni, poi ognuno ha il diritto di dargli il senso che vuole o anche  senso alcuno.

Io vado a caso e in conclusione mi fido di me.

Il Papa come tutti i vecchi alza presto e ha fatto la messa.

È curioso che mai come in questo tempo di messe a porte chiuse capiti di sentire messaggi di messa appena apri i notiziari.

Il messaggio di Bergoglio era dedicato ai morti senza nome: questi non hanno nome non in quanto ci sia stata confusione nel fare le tombe, ma proprio perchè erano senza nome anche da vivi, o comunque senza nessuno che li dovesse nominare.

In genere li conosciamo sulle griglie delle grandi stazioni come homeless, ma essi sanno di se stessi di essere nameless, nella realtà.

Ad essi forse è davvero lieve la terra, così senza marmo nè data.

Ovviamente le redazioni sono subito state tentate di tradurre il breve messaggio di Bergoglio nelle immagini delle cosiddette fosse comuni, cioè degli scavi molto geometrici con la capacità di uno svariato numero di bare.

A me la traduzione è sembrata un imbroglio facile facile: infatti lo sconcerto deve riguardare i nameless vivi piuttosto che i morti sconisciuti, e in realtà quelle bare un nome lo avevano, solo che non avevano uno spazio individuale per ognuna.

Ma ciò è diverso che morire senza nome in quanto prima di morire si è stati tanto tempo a vivere, senza nome.

Di primo pomeriggio un canale di cinema ha trasmesso il film “Missing”: l’autore è il greco Costa Gravas e l’oggetto della narrazione è una storia vera, la scomparsa di un giovane statunitense a Santiago del Cile nel settembre 1973, qualche giorno dopo il colpo di stato tramato e protetto proprio dal suo paese, gli Stati Uniti d’America.

Il film racconta di un padre che va da New York a Santiago alla ricerca del figlio di cui non riceve notizie dai giorni del golpe.

Quando vidi questo film la prima volta, oltre trent’anni fa, lo vissi dalla parte del figlio.

Oggi l’ho rivissuto dalla parte del padre.

Non c’e niente da fare, ti fa mettere gli occhi in terra da ambedue le condizioni; missing, scomparso.

Unknown.

Tutte le culture umane in ogni tempo hanno consegnato il senso della morte al ricordo del giusto, associandone l’onore al suo nome.

Piramidi e mausolei, urne cinerarie o pietre impregnate di muschio non significano niente, nella spoon river di ogni luogo abitato.

Un fondo un simulacro tombale condiviso e uguale non è più triste di quanto lo siano marmi con angioletti su casette individuali a misura.

Ma finire senza nome, questa è davvero terra di rimorso.

FITCH THE WITCH: il paradiso può attendere, è l’inferno che non aspetta – di Gian Luigi Deiana

FITCH THE WITCH:

il Paradiso può attendere, è l’Inferno che non aspetta

 

di Gian Luigi Deiana

Nella giornata di ieri il paese di prima linea della pandemia, l’Italia, è stato sottoposto a tre solenni responsi di tre supreme magistrature sovragovernative che si sono erette alla sua supervisione: le quali, tutte e tre, presumono di poter stabilire la rotta.

Si tratta dei Vescovi (ma fuori dall’intendimento di Bergoglio), del provocatore statunitense Edward Luttwack (ma per conto dei petrolieri, del Pentagono e di Donald Trump), e dell’ infernale agenzia di rating Fitch;

Tutte e tre queste Corti Supreme si sono pronunciate non appena è stato reso pubblico il piano del Governo italiano per l’avvio della cosiddetta fase 2, e tutte e tre, come interlocutori di un tavolo a tre gambe, per annunciare sventura.

Ma la tempistica così immediata appare persino più grave, per una democrazia, del contenuto della sventura stessa.

Al netto di tutti i pasticci, le ambiguità e i balbettii il Capo del Governo ha detto che la priorità della ripresa, prima che la libertà personale di circolazione, riguarda le attività lavorative, ma subordinatamente alla garanzia di attenuazione dell’epidemia.

La contestazione dei Vescovi (rendere fruibile la celebrazione della messa in Chiesa) è troppo risibile per essere degna di considerazione in nome della libertà di culto: in primo luogo perchè la Messa non consiste nella presenza devozionale ma nel sacrificio eucaristico.

In secondo luogo perchè l’eventuale presenza devozionale riguarderebbe l’esercizio sacramentale vis a vis, confessione e comunione, che appare al presente pressochè indecidibile.

In terzo luogo perchè la preghiera si può fare dovunque, non fosse altro che perchè Dio stesso sta da sempre a distanza.

In quarto luogo perchè i calendari cultuali prevedono in questo tempo il Ramadan islamico con le sue complicazioni di digiuno giornaliero, preghiera e pasto comunitario alla sera, e sarebbe difficile fare prescrizioni per i venerdi di Ramadan togliendo le prescrizioni per le Messe domenicali.

In quinto luogo perchè i raduni spirituali, stupidamente proclamati come immuni per privilegio sacro, hanno provocato non pochi disastri come focolai intensivi di questo contagio, dalla Corea all’Iran e purtroppo anche all’Italia, agli U.S.A. ecc..

Per niente risibile, ma grondante di banalità del male (nel senso di Annah Arendt), è stata invece la consueta partecipazione di Luttwack alla trasmissione di Giovanni Floris: Luttwack ha rilanciato la tesi, come tale peraltro vaga, secondo cui la fase 2 deve significare “convivere col virus”.

Ma, per uscire dal vago, secondo questo infame personaggio convivere col virus significa favorire il contagio di massa fino a raggiungere nel più breve tempo l’immunizzazione generale: si intende, l’immunizzazione dei sopravvissuti.

Il pronunciamento di Luttwack significa espressamente che il virus può pure uccidere tutto ciò che è possibile uccidere, ma che l’ordine capitalistico mondiale deve restare indenne.

Ma in nome di quali potenze degli inferi parla un simile sommo sacerdote?

Se si guarda al tracollo del prezzo del petrolio si può già avere una risposta: il PIL dei petrolieri, e non solo il loro, ha subìto in questi due mesi un morso molto più profondo che non quello dell’Italia o di qualunque altra nazione.

E che ne sarà, se la ripresa sarà lenta, di tutto l’ordine economico mondiale se precipita il tempio supremo, quello dei pozzi, degli oleodotti e delle raffinerie per cui si è fatto un secolo di guerre mondiali, alcune delle quali ancora in corso?

E dunque ecco Fitch, Fitch the Witch, la Strega: la peggiore della Trimurti del Rating, che con l’Oracolo di ieri ha anticipato di mesi la sua classificazione della situazione economica italiana proprio nel momento in cui il Capo del Governo esplicitava il coinvolgimento della BCE e dell’Unione Europea sull’emergenza e assumeva in ragione di questo la praticabilità di una ripresa lenta e controllata: è a fronte di questa prospettiva che la Strega ha immediatamente diffuso i termini del suo responso di ricatto: BBB, cioè l’orlo del baratro.

Se si considera la composizione di queste tre potestà, autonominatesi come voci della Chiesa, degli Stati Uniti e della finanza, risulta spaventosamente chiara la sintonia di questo tavolo a tre gambe.

Sul tavolo sta il criminale proposito enunciato dal provocatore Luttwack: liberi tutti, affrettare l’epidemia contagiando più gente possibile, raggiungere l’immunità planetaria di gregge in tempi utili al riavvio della crescita.

L’Inferno non può aspettare.

SA DIE: la sarda rivoluzione, il suo giorno e la sua notte – di Gian Luigi Deiana

SA DIE: la sarda rivoluzione, il suo giorno e la sua notte

di Gian Luigi Deiana

 

28 aprile, questa è dal settembre 1993 la giornata istituzionale della nazione sarda.

È stata celebrata per la prima volta il 28 aprile 1994, a duecento anni esatti dalla rivolta popolare di Cagliari contro la dominazione piemontese.

La rivolta di Cagliari fu sia l’esito di un malcontento popolare diffuso in tutta l’isola che una eco intellettuale della rivoluzione francese ancora in corso.

Era una rivoluzione, e come avviene per tutte le rivoluzioni fu segnata da molte contraddizioni e da “una” contraddizione fra tutte, che ne caratterizzò la fine.

Infatti ogni rivoluzione approda a una vittoria o a una sconfitta e mentre la rivoluzione francese fu vittoriosa la rivoluzione sarda fu tragicamente sconfitta.

La rivoluzione francese attraversò vittoriosamente due passaggi fondamentali: l’abolizione dei diritti feudali (4 agosto 1789, venti giorni dopo la presa della Bastiglia) e l’insurrezione contro la monarchia (2 agosto 1792, nascita della Comune Rivoluzionaria).

Anche la rivoluzione sarda affrontò due passaggi fondamentali: la rivolta antipiemontese (28 aprile 1794) e la prima dichiarazione di abolizione dei diritti feudali (24 novembre 1795).

Il primo atto, sostenuto anche dalla nobiltà titolare di privilegi feudali, i “Baroni”, fu vittorioso.

Il secondo atto (24 novembre 1795) represso sanguinosamente proprio da questa nobiltà, fu sconfitto e segnato di sangue.

Ben pronta a rimettersi alla guida del giogo imposto dalla monarchia Sabauda, la classe nobiliare isolana che realmente dissanguava il popolo sardo casa per casa, conservò tutti suoi privilegi e tutto il suo monopolio di mediazione nei confronti del dominio piemontese: ne fu esecutore e garante, come tutti i ceti titolari di privilegio fino ad oggi.

Sul piano storico quindi si celebra oggi una manifestazione gloriosa di spirito nazionale e di volontà di giustizia, che tuttavia affidata a quelle mani era destinata a naufragare tragicamente in poco più di un anno.

Il glorioso 24 novembre 1795, il giorno dell’abolizione dei diritti feudali in Sardegna, è sconosciuto ai più, ignoto alle istituzioni e assente dalla cultura.

Ma anche il 28 aprile 1794, il giorno della rivolta vittoriosa, non trova oggi 2020 alcun riscontro sulle prime pagine dei due quotidiani sardi.

Quelli tra noi che sono intimamente legati a quel 24 novembre antifeudale, si trovano comunque oggi a onorare quel 28 aprile che avrebbe dovuto segnare l’inizio, e non l’illusione e l’inganno, della liberazione del popolo sardo.

Ci troviamo: perchè una condizione di condivisione popolare istituzionalmente riconosciuta merita di essere non solo rispettata, ma onorata in quanto espressione della nazione.

Aver chiaro quale è stata l’origine di questa lunga notte ci è necessario per chiamare i nostri giovani a combattere per la sua fine:

SA DIE, IL GIORNO CHE VERRÀ

 

 

CITTÀ FUTURA: il bavaglio e le mascherine – di Gian Luigi Deiana

CITTÀ FUTURA:

il bavaglio e le mascherine

di Gian Luigi Deiana

Oggi 27 aprile ricorre l’anniversario della morte di Antonio Gramsci, anno 1937.

Per il presente segna invece l’avvio della fase 2 del lockdown, cioè la possibile rottura dell’assedio Covid 19.

L’immobilizzazione di oggi ricorda fortemente quella di cento anni fa, quando nella rovina della grande guerra il giovane Gramsci delineò il compito di ricostruzione materiale e di risollevamento civile dell’intera società, il compito per la città futura.

La cosiddetta fase 2 enunciata ieri sera dal capo del governo è oggetto di controversie svariate, sia fondate che pretestuose: esse riguardano tutto, i bambini, i congiunti, le famiglie di fatto, le sante messe, i funerali, le librerie, le palestre e tutte quante le mille forme della composizione sociale.

Cerchiamo in breve di cogliere il nodo fondamentale, che già solo in poche ore risulta silenziato da questioni importanti ma oggettivamente subordinate: il passaggio di fase del lockdown è indispensabile per evitare un tracollo mortale della produzione.

Il passaggio di fase deve quindi riguardare primissimamente la produzione e cioè il mondo del lavoro, quindi primissimamente i lavoratori.

Senza questa condizione è assolutamente irragionevole esporre l’intera collettività al rischio di una ricaduta generale nell’espansione dell’epidemia e a fronte della priorità di questa condizione, letteralmente, persino il paradiso deve attendere.

Questo significa che i lavoratori in quanto classe, e non i singoli operatori o i singoli comparti in concorrenza tra loro e gli uni prima degli altri, i lavoratori sono i portatori diretti del compito della ricostruzione.

Ciò che lascia sconcertati è invece la loro estromissione non solo dai processi decisionali, ma anche dai luoghi di discussione pubblica: è per questo che li vediamo ridotti a figure di passaggio fugace davanti alle telecamere, con una paura obbligata al bavaglio, piuttosto che protetta da una mascherina.

Questo genere di immagine lascia intravvedere una società che dopo aver ridotto in condizioni estreme la sua prima linea di difesa, la classe medica, mostra di non tenere in alcun conto il compito direttivo e produttivo del suo grande esercito che solo può muovere la ricostruzione.

Siamo praticamente al punto di annientamento della volontà operaia, o anche semplicemente di una Repubblica fondata sul lavoro.

Fondare sui lavoratori l’intero compito della ricostruzione, questo è il senso logico di una qualunque fase 2.

Garantire ai lavoratori mobilità, sicurezza, e una condizione di riposo che non corrisponda alla forma di riposo coatto per lavoro coatto.

E l’appello alla loro autoorganizzazione, alla loro responsabilità estesa anche al di fuori della fabbrica, è la condizione successiva della ripresa generale.

La classe operaia è il respiro di una società risanata.

 Viva Gramsci

FASE 1, FASE 2: un giorno nel Mar dei Sargassi – di Gian Luigi Deiana 

FASE 1, FASE 2: un giorno nel Mar dei Sargassi

di Gian Luigi Deiana

Quando alle elementari ci si raccontava la traversata di Colombo ci si disse che dopo due mesi di navigazione verso ovest gli equipaggi delle caravelle erano sulla soglia dell’ammutinamento, e che Cristoforo potè restare al timone e procedere solo in quanto si levò in aria il grido della vedetta: “terra”; in realtà non era la terra, era un ampio tratto di mare denso di non so cosa ma diverso dal grande oceano, chiamato poi il Mar dei Sargassi.

Aprì una condizione nuova nello stato d’animo dei marinai, e ciò fu provvidenziale in quanto scemarono le tentazioni di cambiare percorso, che sarebbero state suicide.

Procedere era l’unica possibilità, e comunque di lì a poco la terra apparve davvero.

Ora siamo all’incirca nel Mar dei Sargassi, ma non è più tempo della saggezza dei marinai.

Ci viene a tutti la sindrome della soluzione e come capita sempre nel desiderio della partita finale siamo tutti Valcareggi, e non riusciamo a contenere la tentazione di scrivere i tempi e i modi della rotta giusta.

Ciò è lodevole quando uno ne fa un diario per gli amici come si fa per esempio in facebook, è invece più problematico quando se ne redige un testo che ambisce alla funzione di documento politico.

In questi due mesi di caravella io, come tutti, mi sono imbattuto su molte di queste elaborazioni; a volte in accordo, a volte con pazienza, a volte con scetticismo, a volte con rabbia, a volte con schifo.

Ma ora, nella fibrillazione del Mar dei Sargassi, la tentazione di tutti è più forte e si è sollecitati a prendere posizione, o almeno ad avanzare idee ulteriormente alternative: obbedienti o critici, collaborativi o ammutinati.

Da dove cominciare?

Poichè la materia è complicata il presupposto fondamentale del discorso consiste in un requisito di metodo, in elementare senso cartesiano: non mischiare i diversi piani e avanzare solo idee chiare e distinte.

Buttarla direttamente in politica significa per me buttarla direttamente nel cestino.

Certo che si tratta di una cosa straordinariamente politica, ma ogni sintesi (e ogni sintesi è una operazione politica) deve aver luogo solo alla fine di una analisi e non prima.

La proposizione di idee distinte e chiare deve temere come la peste le pseudoidee confuse e soprattutto le pseudoidee false, soprattutto quando appare che esse ci diano ragione: infatti viviamo in un tempo in cui la potenza dirompente e corsara della politica si muove sempre più con armi di falsificazione di massa, e per essere chiari voglio sottolineare che la più abbietta di queste armi è confezionata con argomenti di sinistra (per es. l’antiliberismo o il parlamentarismo o i diritti individuali) assemblati dall’estrema destra e rilanciati nel discorso pubblico dei circuiti di sinistra con tutto l’equivoco mimetismo che ne favorisce la diffusione.

Superate queste precisazioni sul metodo il tema si divide in tre parti: la situazione sanitaria, l’affidabilità dell’informazione e le condizioni per il ritorno a una parvenza di normalità.

Ciascuna di queste tre parti comporta un giudizio sulla affidabilità dei soggetti rispettivamente deputati: la scienza (ufficiale o alternativa), il giornalismo (ufficiale o controinformativo), il governo (ufficiale o di opposizione).

In linea di massima, relativamente a questa situazione, confesso di confidare più sulla scienza ufficiale che su quella alternativa, più sul giornalismo ufficiale che su quello sedicente controinformativo, e più sul governo in carica che su un governo delle attuali opposizioni.

In linea di massima, e quindi con importanti eccezioni.

Primo, sulla gestione sanitaria: la statuizione delle zone rosse è stata approssimativa e tardiva, la relazione emergenziale tra stato e regioni  confusa e permeabile a pressioni improprie, l’approvviggionamento di dispositivi protettivi estremamente negligente, la dislocazione Covid in strutture deputate gravemente superficiale e imprudente.

Secondo, sull’affidabilità dell’informazione pubblica: al netto delle paturnie (per es. Enrico Mentana), delle oneste partigianerie (per es. Propaganda live), delle obbedienze mainstream (per es. RAI news) abbiamo toccato con mano che il male dell’informazione non sta essenzialmente nel panorama costituito, peraltro dotato di sufficienti anticorpi, ma sta negli attacchi tumorali costituiti dalle fake news sono diventati un tumore organizzato: questa malattia nonchè la sua incompatibilità col pluralismo costituisce il vero problema della libera informazione oggi.

Viceversa considero irrinunciabile il lavoro tenace di voci critiche, oppositive o semplicemente indipendenti, politicamente inequivoche e professionalmente corrette.

Terzo, sull’azione del governo: comprendo tutte le difficoltà di un capo del governo costretto giorno e notte a dedicare tutta la sua attenzione al rischio di precipitazione dell’economia e quindi alla necessità di un paracadute europeo, ma non trovo giustificazione alla lentezza dell’apparato burocratico, all’omertà e al defilamento del ministero della difesa, al dilettantismo sciacallatico del ministero dell’istruzione in materia di digitalizzazione spinta della didattica, e infine alla trascuratezza del ministero dell’interno su alcuni gravissimi abusi di polizia.

Questi quattro ministeri si chiamano rispettivamente: Dadone, Fuerini, Azzolina e Lamorgese.

A questo punto l’analisi converge sul tema delle condizioni di un ritorno alla normalità.

Dal giorno 20 aprile, cioè da soli tre giorni, il rapporto tra nuove guarigioni e nuovi contagi si sta livellando su 1 a 1; un mese fa avevamo invece 7 nuovi contagi per ogni nuova guarigione.

Siamo sulla rotta giusta, ma questi dati sono stati resi possibili da cinquanta giorni di quarantena generale: la fine della quarantena di massa apre uno scenario ignoto, caricato comunque di interdizioni e preoccupanti imprevisti.

Insomma siamo pur sempre nel Mar dei Sargassi: la terra è ancora lontana dalla vista e anche solo una nuova piccola tempesta può significare il naufragio.

Tuttavia dobbiamo cominciare a mettere scialuppe in mare, poichè il ritardo dei tempi per arrivare a terra rischia di far morire di fame sulle caravelle tutti i marinai.

Dunque si va, ma come?

Qualunque decalogo deve poter responsabilizzare i lavoratori, non solo come artefici della ripresa della produzione (artefici, in quanto senza lavoratori le imprese fanno solo danno) ma anche come avanguardie della ripresa della vita civile.

Ad esempio, ma proprio un piccolissimo esempio, ogni singolo lavoratore che svolge il compito produttivo deve aver garantito, se lo desidera, il riposo fuori di casa una volta la settimana, a prescindere se ciò sia possibile per ogni altra figura sociale.

Il nodo costituito dalle fasce deboli (bambini, anziani, disabili, marginali, non garantiti ecc.) va pensato dovunque come nodo di ripresa psicologica della coesione generale.

È difficile, anche perchè in concreto, nel caso specifico dei bambini e dei ragazzini, nel momento in cui lavoratori e lavoratrici tornano al lavoro permane comunque la chiusura delle scuole: e questo diventa un nodo nel nodo da risolvere necessariamente “con lentezza”.

Qui, nell’immensa e scompaginata diffusione delle fasce deboli, probabilmente si può fare appello anche al lavoro volontario, implementando il volume di interventi realizzato in questi mesi solo da organizzazioni circoscritte quali la Caritas o la Croce Rossa.

Accenno in ultimo al tema delle libertà individuali e del primato del Parlamento, cavalli di battaglia oggi cavalcati a iosa da personaggi quali Roberto Fiore, Bruno Vespa, Nicola Porro, oltre che da veri benemeriti cittadini di ogni estrazione sociale.  Bene, io G.L.D. dichiaro che le libertà individuali garantite dalla Costituzione camminano su doveri, pena la totale beffarda insignificanza.

Chi accusa Emergency di curare migranti disinteressandosi dei malati di Covid non merita alcuna premura sulle sue libertà individuali.

La mia personale libertà individuale non va messa sul conto della Costituzione repubblicana e di chi l’ha combattuta allora, va messa concretamente sul conto della disposizione di me stesso alla ricostruzione sociale che si rende necessaria oggi, o almeno a non esserne un ostacolo, un intralcio o un peso.

In attesa di vedere finalmente la terra, dobbiamo confidare nei lavoratori e nel patrimonio della classe lavoratrice troppo a lungo disconosciuto.

Dobbiamo confidare nel debito sociale che abbiamo nei confronti dei bambini, dei vecchi, dei disabili e dei marginali.

E dobbiamo aver chiara la stella polare: socialismo o barbarie.

 

 

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