Gianluigi Deiana

IO, LO SCIACALLO: il morso dell’homo sapiens – di Gianluigi Deiana

IO, LO SCIACALLO: il morso dell’homo sapiens

di Gianluigi Deiana

 

Ciò che chiamiamo sciacallaggio non è soltanto una specifica modalità di predazione di alcune famiglie animali, è piuttosto un modo generale di spoliazione dei corpi, dei morti o degli inermi, da parte dei vivi.

Ma se per gli animali in genere si manifesta come una necessità alimentare, per gli uomini si presenta come una tentazione oscura  sempre ammantata di buone giustificazioni: sacre giustificazioni.

Quanto più sono potenti gli scenari di morte, tanto più lo sciacallaggio promette una rivalsa personale unita a una pubblica gratificazione: esso consiste sempre in uno scempio del morto, ma sotto le sembianze sacre della pietà.

Poichè sono convinto che nessuno ne sia esente, e che quindi il campionario degli esempi ne sia infinito, comincio da me.

Io, cioè me stesso, mi sono sempre nutrito della convinzione politica che la rete ordinaria di protezione medica debba essere costituita da un sistema sanitario pubblico, e che ogni travaso di sistema a vantaggio della sanità privata comporti un indebolimento di questo argine.

Tanto più questo mi appare  vero in situazioni imprevedibili di calamità, e sono certo che non vi sia alternativa a riguardo di un’epidemia.

Ma…

Ma quando quel tempo limite arriva, la mia mente propende quasi inconsapevolmente a tradurre il frangente reale dell’emergenza nel momento politico della ‘mia’ verità: la conclusione è che oggi avrei tutte le carte in mano per urlare che l’avevo detto e che avevo ragione, che se la situazione precipita ho prova della mia vittoria, e che tutti devono ruggire con me contro chi si trova ora a governare la tempesta.

Desidero davvero che la tempesta finisca col minimo di disperazione e di morte, o subdolamente di disperazione e di morte ne desidero persino di più, fino a vedere il mio ostacolo steso a terra e la mia verità trionfare?

Una verità è certamente una verità: ma a che serve un disco che la ripete al vuoto se non si pone mano all’unica via d’uscita imposta dalla condizione immediata? 

La sinistra politica nella quale io vivo può essere in grado di sciogliersi dalla ritualità dei pentagrammi e dal verbalismo delle accuse in cui troppo spesso si chiude e si frantuma?

A fronte degli sciacallaggi immaginari vi sono tuttavia gli sciacallaggi in contanti: per esempio l’emergenza sanitaria in Sardegna ha indotto la giunta regionale a cogliere l’occasione per soddisfare ancora di più la fame di affari degli investitori privati, in particolare a favore del grande ventre noto come Mater Olbia e a scapito della elementare protezione dei comuni operatori ospedalieri che trainano la baracca ogni giorno.

Cogliere l’occasione: la limitazione delle attività industriali a filiere essenziali è stata materia di difficili trattative tra confindustria, governo e sindacati. 

– 1, domanda alla confindustria: in che senso il complesso industriale rwm – rhein metall, che alimenta di bombe le guerre in corso oggi favorite dalla pandemia, costituisce una filiera essenziale? 

– 2, domanda al Governo: ministro Guerini, perchè è stato consentito al gruppo militare-industriale ‘Leonardo’ di continuare la produzione sui bombardieri F35?

Ministra Azzolina, al servizio di quali interessi pretende quasi cento milioni di euro dell’emergenza sanitaria per riplasmare la scuola sulla didattica digitale a distanza? 

– 3, domanda al sindacato: perchè succede che il comparto funzione pubblica della Cgil della Sardegna chieda l’erogazione dei buoni pasto per i dipendenti  regionali che attualmente espletano il lavoro nel proprio domicilio?

Cogliere l’occasione: in un ordinamento politico fondato sulla dialettica di maggioranza e minoranza è fisiologico che le forze di opposizione operino per indebolire o per far cadere il governo.

Ma è altrettanto fisiologico che questo si verifichi sempre più brutalmente in giorni come questi, soprattutto attraverso la disseminazione delinquenziale di notizie false e persino attraverso recitazioni di requiem in tv, quando il fronte ospedaliero è sull’orlo del baratro e la tenuta generale delle regole sociali è al limite di rottura per il contagio e la malattia, la paralisi delle attività lavorative e la povertà?

Cogliere l’occasione: forse possiamo darci ragione della condotta criminale del fascista Erdogan, che non ha esitato a gettare nella frontiera europea della paura, un piccolo fiume di confine con la Grecia, migliaia di profughi siriani.

Ma come possiamo darci ragione dell’istituzione di una dittatura razzista in piena Europa, ad opera di un  fascista  quale il premier ungherese Orban, accolto dentro le fila del partito popolare europeo che ha in carico le sorti dell’intera unione?

Cogliere l’occasione: come ci si può dare ragione della condotta miserabile del miserabile presidente degli Stati Uniti, che in un colpo solo chiede al Governo italiano di non accettare offerte di aiuto da Cuba, annuncia da parte degli Usa una contropartita di cento milioni di dollari all’Italia e allo stesso tempo lancia un mandato di cattura contro il presidente venezuelano Maduro?

Ovunque il guardo io giro, immenso Dio, ti vedo.

È davvero una demoniaca tentatrice, la morte: essa sussurra alle oscurità della mente il piacere di una piccola gioia divoratrice.

Io sono lo sciacallo.

 

 

CACIARA: il quadro, il soqquadro e l’immunità di mandria – di Gian Luigi Deiana

CACIARA: il quadro, il soqquadro e l’immunità di mandria
di Gian Luigi Deiana

 Che fine ha fatto Buffalo Bill?

L’aspetto più disperante della devastazione che ora grava sull’italia è dato dalla reazione dei leader politici in cima alla graduatoria fino a ieri, e dei subordinati arruolati nelle loro file: capibastone, vip di talk show, agenzie di stampa, reti social ecc..

La questione non è irrilevante, poichè riguarda il tipo di eredità che lo stato di emergenza del momento presente riceve dal più vicino passato, che è appena ieri, e cosa ne sarà per domani, che nessuno sa quando avrà inizio.

L’eredità politica è disperatamente nota: buttare sempre tutta la partita in caciara.
Piccoli e grandi caciaroni alla testa delle miscele di talk show, false notizie e mandrie di bufale presidiavano infatti ad ogni ora e ogni minuto le sterminate praterie della stupidità.
Fino all’esplosione del virus trionfava per tutti e per ciascuno la nuvola dei bisonti, e l’immunità di mandria era un lasciapassare gratuito e perpetuo per tutti.
È così che è diventato possibile per ognuno investirsi della missione di cavaliere dell’apocalisse e di vivere per incolpare gli altri: gli immigrati, le banche, i cinesi, i tedeschi, l’europa ecc..

Ma cosa ne è oggi di Buffalo Bill e delle sue sparate?

Il caso di scuola è ovviamente quello costituito dal grande caciarone, il capo della lega Matteo Salvini: ha esordito a fine febbraio esattamente all’indomani dei primi timidi provvedimenti restrittivi del governo, tuonando la parola d’ordine “riaprire tutto”.
Quando la gente ha cominciato a morire, proprio in Lombardia più che altrove, ha ripiegato sulle carte facili facili, dalla moratoria fiscale all’invenzione di cinquanta miliardi.
Poichè questa litania si è spenta in un giorno egli ha riposizionato la prospettiva sull’idea di esautorare il governo stesso dalla gestione dell’emergenza, da affidare invece all’ex capo della polizia De Gennaro.
Ridicolizzata questa surreale pretesa, ha lanciato Nicola Porro in una scalmanata richiesta di riapertura immediata del parlamento, e poi Bruno Vespa in un proclama vigliacco diretto contro le ONG e contro Medici Senza Frontiere, accusati falsamente di occuparsi di migranti e di essere assenti dagli ospedali lombardi.
Poi appena è stato riaperto il parlamento si è prodotto in un intervento fallimentare, e allora ha ripiegato rilanciando un vecchio servizio della trasmissione ‘Leonardo’ col fine di imputare la pandemia a esperimenti segreti cinesi, proprio mentre il soccorso sanitario della repubblica popolare cinese atterrava in una Lombardia ormai prostrata e col personale sanitario decimato.
Infine si è rivolto al vituperato Mattarella e ha innalzato il progetto di sostituire il governo in carica con un nuovo governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi….
Una vera carica dei bisonti non sarebbe stata all’altezza di tutto questo rumore: ma invano.
Cilecca continua.

Trattare di imitatori di secondo piano non serve, tranne forse per la parvenza di serietà del governatore della Lombardia e la straordinaria comicità del governatore della Campania.

Tuttavia sembra ormai chiaro che quel panorama politico in cui tutto andava in caciara è inesorabilmente in rotta.
Il problema è che ora è una reale emergenza a disegnare la scena, e ad andare in caciara non è più la politica, ma l’emergenza stessa.

La megalomania dei caciaroni e la modalità delle caciare possono contare oggi su strumenti capillari e istantanei: ogni bufala è in grado di muovere all’istante gli zoccoli mentali e le corna pedestri di milioni di bisonti in rotta tutti insieme verso il burrone o verso il nulla.

Non si tratta solo di Salvini o di qualche imitatore senza truppa: il vuoto di prospettiva sta solleticando anche imperiture autorictas di università o più ancora note voci critiche di sinistra ammalate di visibilita e ora tristemente bloccate su argomentazioni scontate.
Ma si tratta anche di ministri troppo zitti e inerti, come il ministro della difesa Guerini, o viceversa di ministri lanciati al galoppo in pericolose millanterie, come la ministra della scuola Azzolina: il primo per evidente connivenza con le priorità militari-industriali, la seconda per stolida compiacenza nei confronti delle mitologie digitali e delle relative piattaforme, in agguato sul mercato quasi vergine della didattica a distanza.

Vanificare la caciara non è oggi soltanto un’opzione: è una necessità etica per la società e un dovere morale per gli individui.
Rispetto ai modelli di condizionamento di massa del passato, la caciara digitale è in una certa misura interattiva, e questo rende possibile e quindi doveroso, per ognuno, impegnarsi a reagire colpo su colpo.

Buffalo Bill finì miseramente per guadagnarsi da vivere in un circo.
Caciara, fino alla fine.

 

Su Bandu – di Gian Luigi Deiana

Componimento di Gian Luigi Deiana sulla deprecabile iniziativa del sindaco di Cagliari Paolo Truzzu il quale ha inondato la città di vergognosi manifesti contro chi non rispetterebbe le prescrizioni per evitare la diffusione del coronavirus.

SU BANDU

cantu es bonu su sindigu ‘e casteddu

cando avertet tuttu sas pessones

su chi molet dae notte in su crebeddu

du bandit a manzanu in cartellones

asi tenzet triulande mario nieddu

comporande mascherinas a miliones

pro podet tupponare a truzzigheddu

non bastad una fabbrica ‘e tuppones

ista calmu su primu cittadinu

cando prenes de morale sas istradas

piga infattu a prudentzia unu bazzinu

a tottus benit gana ‘e faer cagadas

ma lassa limpiu su muru e su camminu

e lavati le mani, ca es de badas

 

 

pubblichiamo uno dei vergognosi manifesti del sindaco di Cagliari Truzzu

 

 

 

 

 

 

 

di seguito pubblichiamo invece alcuni ironici (e meno ironici) manifesti pubblicati in rete

 

IN RICORDO DI GIANNI MURA, giornalista e scrittore

IN RICORDO DI GIANNI MURA, giornalista e scrittore

È morto oggi, 21 marzo 2020, Gianni Mura, una figura nota del giornalismo italiano e uno scrittore degno del suo ruolo.

La sua attenzione professionale allo sport è sempre stata espressione di una intensa tensione morale e per questo la sua scrittura si è sempre presentata come esemplare lezione civile.

Milanese integrale, Gianni Mura resta comunque un figlio della Sardegna ed un figlio di Ghilarza, paese di Gramsci.

Suo padre, Nico, era un carabiniere ed era un partigiano: entrò in clandestinità il 9 settembre 1943 ed operò nell’ organizzazione dei gruppi clandestini e della rete operativa della resistenza lombarda fino ai giorni della liberazione.

Portiamo con la gratitudine della nostra Associazione il cordoglio della cittadinanza.

Associazione per Antonio Gramsci di Ghilarza

LA PSICOSI DELLA PSICOSI (il carattere politico di una perversione immortale) di Gian Luigi Deiana

LA  PSICOSI  DELLA  PSICOSI

(il carattere politico di una perversione immortale)

di Gian Luigi Deiana

 

Non dispongo della certezza scientifica sull’effettiva esistenza del famigerato virus diciannove e sulla sua oggettiva pericolosità, so che è una certezza attestata da altri ma tuttavia ne ho una certa convinzione anche io.

Maturando questa convinzione ho anche messo in conto, giorno dopo giorno, la diffusione del suo alone psicotico, che non è mai facile da dissolvere quando si propaga nella forma di un timore collettivo e oscuro.

Il fenomeno della psicosi è subdolo non in quanto è l’effetto di un evento grave, ma in quanto diventa a sua volta la causa di una percezione alterata, la quale può provocare eventi ancora più gravi: si tratta del fenomeno della bugia che si autoavvera, o della paura che replica il fatto. 

La psicosi partorisce una “sproporzione”.

Questa successione è grave poichè innesca a sua volta la reazione inversa, che consiste in un disconoscimento del fatto originario e in una conseguente attribuzione di falsità a tutto il contesto che ne è derivato, anche se questo è reale, in quanto viene fatto apparire come sostanziato dalla psicosi originaria.

E a questo punto si viene a costituire, praticamente dal nulla, la psicosi della psicosi.

La psicosi della psicosi è una psicosi al quadrato, e rispetto alla psicosi popolare semplice è molto più sofisticata in quanto chiama in campo dei veri e propri specialisti politici: leader populisti, giornali di provocazione, opportunisti mediatici, esibizionisti della critica radicale ecc., con tutto il seguito di replicanti social.

Una vera perversione sociale.

La psicosi della psicosi evoca costantemente la pseudoteoria del complotto, laddove ovviamente i perfidi attori del complotto sono il Governo, l’Europa, la globalizzazione, le banche, la Cina, le cavallette ecc..

Le versioni più astruse e le statistiche più fantasiose convergono sul totale disconoscimento degli indirizzi proposti dalle istituzioni sanitarie e delle decisioni intraprese dai governi.

Ed il refrain consueto di tale narrazione sentenzia inevitabilmente che il fine recondito dell’instaurazione dell’emergenza è la sospensione della democrazia, la sperimentazione dello stato di polizia o analoghe conclusioni fantapolitiche.

Questa melassa ha visto curiosamente in sintonia in questi giorni reazionari dichiarati come Matteo Salvini e Vittorio Feltri, frange appassite di sinistra cosparse di dischi rotti, esibizionisti incurabili come Vittorio Sgarbi ecc..

Desta davvero meraviglia l’evoluzione spericolata delle argomentazioni dalle chiassate iniziali contro le prime misure di controllo alle ultime invocazioni alla chiusura totale.

Nel caso di scuola rappresentato da Matteo Salvini, passato in due settimane dal proclama della negazione generale (apriamo tutto) al proclama della proibizione totale (chiudiamo tutto), si muove tutto lo spettro dei fissati del complottismo.

L’uso sregolato dei mezzi di comunicazione social da parte di attori pubblici (leader politici, opinion makers, dischi rotti) instaura, a lato dello stato di emergenza, una propria prerogativa di sciacallaggio generalizzato.

Poichè nei fatti l’evoluzione della situazione è imprevedibile e l’osservazione scientifica è incerta, è nell’ordine delle cose che la rotta intrapresa dalla responsabilità dei governi sia ondivaga e costellata di errori: ma chi ne denuncia complotti contro la democrazia deve essere chiamato a rendere conto di quello che dice.

In tutte le situazioni di crisi la democrazia ha visto travestirsi da propri guardiani i suoi sciacalli.

Quindi è quanto mai necessario essere attivamente consapevoli del fatto che la salute fisica e la democrazia politica sono congiuntamente nelle mani dei cittadini e non devono cadere in ostaggio di opportunisti maniacali: l’alternativa è il caos.

Il caos non è così tanto improbabile quando si instaura uno stato di eccezione 

Vi sono molte maglie fragili nella tenuta dell’organizzazione sociale e due esempi fondamentali sono oggi sotto gli occhi: il sistema sanitario e il sistema carcerario.

Il sistema sanitario, con enormi sforzi, con molti pericolosi strafalcioni e con le prime vittime di trincea, per ora sta tenendo.

Vi traspare tuttavia in tutta la sua vergogna, come in una inclemente resa dei conti, il suo peccato originale, il costo sociale della privatizzazione.

Ma tuttavia sta tenendo poichè abbiamo coscienza che in definitiva è nelle nostre mani.

Il sistema carcerario invece è saltato, senza preavviso e solo per due apparenti ovvietà: la paura della malattia in celle sovraffollate e la sospensione della socialità parentale.

Si contano molti morti ed è di assoluta evidenza, nonostante la censura sulle immagini e sulle informazioni, la sorprendente simultaneità e la pulsione suicida presente nelle rivolte.

Anche qui si materializza, nonostante la triste retrocessione della vicenda a semplice notizia di cronaca, una inclemente resa dei conti: mentre per mesi si è dibattuto a vanvera sulla prescrizione la bomba carceraria, innescata da decine di anni,  era pronta per scoppiare, ed è scoppiata.

Ma a differenza del patrimonio ospedaliero, che la coscienza pubblica rivendica ancora come proprio, il patrimonio carcerario non è rivendicato da nessuno.

Forse è per questo che dalla sua attuale tragedia si leva un esile segnale di cosa può essere il caos quando, nella disabitudine alla responsabilità individuale si instaura, anche solo per la necessità delle cose, lo stato di eccezione.

IL RITORNO DEL SANTO un amico d’infanzia in tempo di virus – di Gian Luigi Deiana

IL RITORNO DEL SANTO
un amico d’infanzia in tempo di virus

di Gian Luigi Deiana

 

Ai bei tempi le strade non erano fatte per le automobili e il gioco connaturato a tutti i bambini era andare in giro.

Mamme, Nonne e Zie recitavano la parte seriosa dicendoti di non allontanarti e di ricordarti di tornare, ma si capiva benissimo che auspicavano che te ne stessi fuori dai piedi almeno fino alle campane dell’Ave Maria.

Ooi quando alla sera tornavi, con nuovi lividi addosso fra graffi di rovi, crosticine di sangue secco e fanghiglia nelle scarpe sbucciate, tutte quante intercalavano il suono dell’Angelus con la litania domestica di ogni sera: “pon’ in mente a santu setzindomo” ((ubbidisci a santostàcasa)).

Santusetzindomo è stato sempre un vero amico e un vero santo protettore, il più importante di tutti i santi: era la garanzia evangelica del fatto che il giorno dopo saresti potuto andare in giro di nuovo.

VIRUS IN CATHEDRA LA SCUOLA: amici, nemici e fattucchieri del polmone della società – di Gian Luigi Deiana

VIRUS IN CATHEDRA
LA SCUOLA: amici, nemici e fattucchieri del polmone della società

di Gian Luigi Deiana

 

La scuola è proprio come il respiro.

Funziona senza che ci si pensi, ma ovviamente si è costretti a pensarci quando qualcosa non va: affanno, tosse convulsa o addirittura polmonite.

È quindi curioso che sia proprio una epidemia polmonare, capace di mettere in quarantena migliaia di persone, ad imporre la quarantena anche al grande polmone col quale l’intero corpo sociale respira ogni giorno.

A dire il vero la scuola non è mai pensata nella sua complessiva funzione respiratoria, attraverso la quale la società intera ed ogni sua singola cellula si ossigena e vive.

È pensata piuttosto per qualche sua funzione specifica, per esempio l’organizzazione didattica, o per qualche specifico intervento, per esempio un orientamento ministeriale, ma l’emergenza virus ne ha determinato appunto la quarantena, e con la quarantena della scuola è diventata palpabile la sospensione generale di tutta la tempistica e di tutta la logistica della vita quotidiana di tutti e di ciascuno.

Ancor più curiosamente questo evento così raro è stato anticipato solo di pochi giorni proprio da due interessamenti inattesi quanto rari, uno sul versante mediatico e uno sul versante governativo: il primo è stato offerto dall’inchiesta della trasmissione televisiva “Presa Diretta”, condotta da Riccardo Iacona, e riguarda appunto l’asserita necessità di una trasformazione radicale della didattica.

Il secondo è offerto invece dall’entrata in scena della nuova sottosegretaria al Ministero dell’Istruzione, Anna Ascani, e riguarda il rilancio a testa bassa delle politiche del PD in materia di “modernizzazione” del sistema scolastico.

Il virus covid 19 a sua volta è sopraggiunto senza preavviso, ed è stato quindi il terzo ospite in pochi giorni a bussare alle porte della scuola italiana e a sondarne il respiro: in modo peraltro originale in quanto, buttandola in quarantena, ha rivelato come alunni e insegnanti per primi non riescono a fare a meno della vita di scuola (la vita, non semplicemente la tecnica didattica o i protocolli modernizzatori), neppure in condizione di black out, cancelli sbarrati e sospensioni di calendario.

Questa formidabile successione, un’inchiesta autorevole per l’opinione pubblica, una rivendicazione governativa di partito e un’irruzione epidemica a tappeto, offre ancor più curiosamente una triangolarità di giudizio su chi siano davvero per il polmone della società gli amici, i nemici e i fattucchieri: nell’ordine il covid 19, la sottosegretaria Ascani, e il conduttore Iacona.

Cominciamo quindi dai fattucchieri, cioè i media di grande ascolto e nel caso specifico l’autrice dell’inchiesta intitolata “cambiamo la scuola”, Sabrina Giannini, e lo stesso conduttore della trasmissione.

Il conduttore in capo, cioè Riccardo Iacona, autorevole esploratore delle grandi contraddizioni sociali, aveva lanciato da giorni l’inchiesta sulla didattica con l’annuncio di una vera e propria rivoluzione copernicana: mettere al centro del lavoro pedagogico la motivazione soggettiva degli studenti, cioè il soggetto reale. Purtroppo però il contenuto della trasmissione si è materializzato in una apologetica del digitale come fonte della didattica e in una apologetica dei quiz come assise suprema della valutazione.

Ocse, Invalsi ed internet sono stati proposti tout court come la “centralità del soggetto”, con l’ausilio di comparazioni bislacche (quale il raffronto con il modello finlandese) e letture falsate dei dati statistici disponibili ( secondo cui gli studenti italiani sarebbero praticamente ultimi).

La riprova di queste tesi è affidata proprio al direttore dell’Invalsi da un lato e ai pilastri di cemento armato della burocrazia scolastica, i dirigenti, cioè proprio le figure feudali dell’intero sistema.

Sul banco degli accusati ci sono gli insegnanti, colpevoli di “lezione frontale”, ma a nessun insegnante è stata data la parola in merito a questa imputazione. La colpa della “lezione frontale” a sua volta è attribuita grossolanamente a una riforma scolastica di cento anni fa, la famigerata riforma Gentile, additata falsamente come l’ultima in ordine di tempo e con ciò omettendo volutamente importanti indirizzi propriamente riformatori quale in particolare quello del 1974.

Si additano i tempi gloriosi nei quali la scuola italiana produceva cervelli da primato nei campi della cultura, come se questi risultati fossero eccezioni e non frutto di una dignitosa tradizione anche di lezione frontale.

La conclusione è che la conclamata rivoluzione copernicana che incentrerebbe la scuola sul soggetto si rivela in realtà l’elogio piatto della lunga controriforma in atto in essa da oltre vent’anni, rigorosamente organica ai caratteri della seconda repubblica e propriamente reazionaria in quanto irrigidisce della stessa riforma Gentile gli aspetti più autoritari e più corporativi: l’invadenza asfissiante di orpelli burocratici nella pianificazione e nella pratica quotidiana, l’ introduzione costrittiva e ottusa di strumenti pseudoinnovativi quali oggi i test e i formalismi digitali, ed infine la vera centralità e la vera zavorra del sistema: il ruolo monocratico della dirigenza.

Knfortuni come questi non sono affatto rari nel giornalismo d’inchiesta: un precedente esemplare fu offerto alcuni anni fa da Milena Gabbanelli in una puntata di “Report”.

Supponendo che questi professionisti, che godono di ampia e meritata stima, siano comunque frutto loro stessi delle antiquate lezioni frontali e degli anacronismi della scuola italiana, viene da chiedersi se ascrivono solo a se stessi i lati meritevoli della propria biografia e se ciò li autorizza a ripudiare il piatto che li ha nutriti: oppure, il che è più probabile, che siano anch’essi finiti comodamente nel coro.

Il coro è quello che ha il monopolio della canzone. La voce solista cambia di volta in volta ma per lunghi periodi è la canzone quella che non cambia: se dunque dobbiamo individuare “i nemici” del polmone sociale dobbiamo andare oltre le esibizioni dei singoli fattucchieri nei cori e nei controcori e mettere in fila i singoli compositori e direttori d’orchestra. Dobbiamo cioè circoscrivere cronologicamente e politicamente una stagione di governo, poichè lì è il nemico e si tratta specificamente di tutto l’arco temporale della cosiddetta seconda repubblica.

Oggi la voce solista, nonostante la titolarità del ministero dell’istruzione sia un’altra, si chiama per la cronaca Anna Ascani; questa new entry ha ritenuto opportuno dedicare la sua prima uscita pubblica, solo una decina di giorni fa, alla riproposizione dell’ippodromo scolastico del governo Renzi, in cui i cavalli di battaglia sono ancora una volta l’invalsi, la didattica dei test, la piattaforma digitale ecc.: in sintesi, uccidere la didattica frontale in favore della mitologia piattaformesca.

Ma attenzione: si tratta di una canzone, e cioè di una “ideologia” nel senso scolasticamente più deteriore, vecchia di più di vent’anni.

In realtà, nonostante alternanze di governo e capitomboli politici, questa canzone è rimasta assolutamente invariata da Luigi Berlinguer a Letizia Moratti, da Mariastella Gelmini a Stefania Giannini, e in ultimo negli sguaiati solismi sottosegretariali di Davide Faraone ed Anna Ascani.

Il fatto che in questo ambito di potere, di amministrazione e di pulsione al controllo ideologico non vi sia variazione alcuna, in anni in cui persino la bimillenaria chiesa cattolica qualche ripensamento lo ha avuto, significa solamente che in questo campo il cane non molla l’osso, o che il preteso padrone necessita di controllare il respiro della sua bestia.

Ma anche la scuola reale non molla, respira a suo modo tutti i giorni quando nessuno ne parla, lo fa nella sua dispersione molecolare scuola per scuola e casa per casa.

Lo fa nella vita frontale, rispetto alla quale la traduzione burocratica o la trasfigurazione televisiva inducono sconcerto e pena: e tutto questo è stato reso chiaro, inaspettatamente, proprio dalla furia del demonietto noto come covid 19 e dalla istintiva e solidale contromisura di tutte le cellule reali del polmone della società.

Se non si ingessa l’emergenza con nuove e aggiuntive formalizzazioni paranoiche, la lezione continuerà in tutti i modi possibili, fino a quando non potrà tornare alla sua naturale frontalità ancora di nuovo.

The school must go on

TARGET: sociologia di un virus – di Gian Luigi Deiana

TARGET: sociologia di un virus

di Gian Luigi Deiana

 

Poichè il demonietto è in giro da due mesi siamo ormai quasi in grado di azzardare riscontri significativi sulle sue preferenze ambientali e sulle sue frequentazioni sociali.

Un virus presenta sempre una sociologia, che è definita in genere dal suo campo di caccia e che corrisponde solitamente alle classi povere, abitanti in ambienti ad alta densità, caratterizzate da bassa difesa igienica e sanitaria e da promiscuità o prossimità con vettori animali.

E invece, sorpresa.

Il cosiddetto Corona Virus ama viaggiare in aereo e in crociera, allertare le superpolizie, invadere i tam tam mediatici in un modo propriamente “virale” come mai si era visto finora, mobilitare protezioni civili e persino grandi accigliati filosofi e incasinare ospedali, farmacie e scaffali dei market: un vero furbacchione.

Esso si avvantaggia inoltre di una sua insospettabile perfidia: induce tutti quanti a parlare, me compreso, e soprattutto a straparlare con l’erratissima convinzione di dire cose intelligenti.

Con questa subdola tecnica di corrosione mentale è riuscito in men che non si dica a dividere gli intelligenti in due fronti conttapposti: gli apocalittici, che sono portati a sfogarsi svuotando i market e a proteggersi picchiando cinesi inermi o immigrati purchessìa, e i negazionisti, che si sfogano denunciando piani securitari generalizzati e che asseriscono di avere per certo che vi sia alla base un progetto di militarizzazione della società.

Insomma il virus coronato si diverte a far venire a galla sedimenti mentali mille volte più ammorbanti di quanto lo siano i danni reali che provoca nei polmoni.

Esordisce in Cina in un grande bacino idrografico che è anche un grande bacino industriale, laddove viene fronteggiato con una opzione di protezione totale, o più brutalmente di quarantena totalitaria.

Insorge qui il primo problema teorico e pratico, quello sulle opzioni raccomandabili nel caso di una emergenza di massa: ai due estremi, l’opzione totalitaria, rispondente al costume comunitario cinese, e l’opzione fai da te, rispondente all’individualismo borghese italiano.

Si può certamente supporre che in definitiva l’imputato attuale non è poi così pericoloso, tuttavia la sua scorreria planetaria è rivelatrice di cosa si sarebbe capaci e di cosa incapaci nel caso di una reale emergenza totale: quanto capaci di irresponsabilità e sciacallaggio, e quanto incapaci di reponsabilità sociale e cura reciproca.

L’anteprima cinese evidenzia da un lato l’incubo di una epidemia di portata ignota in un ambiente metropolitano sovrappopolato, e dall’altro la sperimentazione dell’autoquarantena generalizzata.

Penso che tutti i negazionisti, gli scettici e i complottisti dovrebbero semplicemente argomentare se vi era o non vi era necessità di procedere così.

Ho anche il sospetto che molti tra questi, per esempio i sostenitori patologici della tesi della speculazione farmaceutica, plaudiscano alla linea emergenziale in Cina tanto quanto aborrono la linea emergenziale in Italia; è difficile da capire, ma siamo fatti così.

Spalancata la scena cinese, ovviamente gli apocalittici davano per certa una mondializzazione dell’infezione attraverso l’Asia, i paesi Arabi, l’Africa e l’America latina, con ovvia preferenza per le sconce periferie metropolitane e per le sterminate popolazioni contadine, e con ciò l’occasione data dalla provvidenza alla parte sana del genere umano, urbana, bianca e occidentale, per blindare tutto una volta per tutte.

Invece la provvidenza questa volta ha dato di testa: si è messa d’accordo col corona virus e ne ha miniaturizzato il terreno di caccia tra Lombardia e Veneto.

La Brianza è diventata per qualche settimana la nostra piccola Cina e un po’ il nostro piccolo Yang Tze, e luogo accertato di incubazione, contagio ed export aereo e di alta velocità sulle grandi capitali europee.

Ci sono intere redazioni alla caccia disperata di prove di presenza del virus in Congo o in Algeria, ma non c’è niente da fare, al demonietto piace più di tutto la Lombardia.

Sarebbe stato logico se un maestro di Palermo  in servizio a Cremona fosse stato imputabile come paziente zero nell’epidemia lombarda, meglio ancora se fosse stato un pizzaiolo napoletano, o un carpentiere romano o uno studente barese, e invece è avvenuto esattamente il contrario: il virus viaggia in aereo e in crociera e ama un abbigliamento consono al turismo e agli affari.

La controprova asiatica non è a Bangkok o a Bangalore o Calcutta, ma in seno alle mirabolanti classi medie della Corea del Sud e del Giappone: una specie di quarantena del sol levante e di umiliazione del toyotismo, cioè un ossimoro astronomico.

Resta da fare l’identikit di chi svuota gli scaffali dei market o di chi triplica i prezzi delle mascherine: chi è abituato a non farsi la cena e non sa come fare una frittata qualsiasi, come può mai reagire se entra nella paranoia di dover evitare bar e ristoranti e deve provvedere da sè per un tempo imprecisato?

Anche da questo punto di vista la sociologia è implacabile: uno studente di Bari o una madre di famiglia originaria di Crotone o di Marrakesh non hanno bisogno di garantirsi dispense di commestibili per affrontare la situazione, anche perchè non dispongono dei soldi per poterlo fare.

Tanto meno gli scaffali rappresentano una necessità irrimediabile nei paesi e nelle cittadine di matrice contadina.

Dal punto di vista del costume, il corona virus ha messo in mutande la borghesia reale, tanto quanto ne ha messo in mascherina il pregiudizio razziale scatenato per anni fino ad oggi.

Salvo per le prerogative storiche della legge del contrappasso: è contro i blindatori che oggi si evoca da ogni parte l’opportunità della blindatura.

Fa un certo effetto venire a sapere che le autorità bulgare o quelle elvetiche o francesi o addirittura cinesi innalzano il cordone sanitario contro il lombardo-veneto, per di più facendone pagare il prezzo all’economia turistica del resto del paese.  

Che virus birbante.

LONG MARCH PER LA LIBERTÀ DI ÖCALAN rime sarde lungo la strada – Strasburgo, 14 febbraio – Gian Luigi Deiana

LONG MARCH PER LA LIBERTÀ DI ÖCALAN
rime sarde lungo la strada
(Strasburgo, 14 febbraio) Gian Luigi Deiana

Semus in dòighi in sa brigada ‘e ferru
in su camminu longu ‘e sa lorena
kin atros kentu pro destrùere sa cadena
ki ghettat sos frades kurdos in disterru
puru ki sìen sas frittas dies de ierru
sàmbene forte nos curret in sa ‘ena
fraternidade nos ligat in sa ìa
parande fronte a donnia tirannia

in su mundu dominau ‘e su capitale
chie nàschidi ischiavu e chie padronu
cantu zente chena oghe e chena sonu
biet sa vida umiliada e andande male
ma dae sa presone turca unu sinnale
nos cramat a su lampu e a su tronu
e sa rivolta cuminzàda inìe
nos mùttidi in donzi logu donzi die

òe in su coro ‘e custu continente
frimàus dae fronte a su grande parlamentu
ca gherra e tortura mai tenent’ istentu
e sos guvernos no ‘n de naran niente
ma ki erdogan siet frassu e delinquente
e ki ‘n de serrat su populu in turmentu
ponet s’europa in su bancu de s’istoria
càrriga de disonore e chena gloria

b’at istadu unu zòvanu italianu
cumbattente in sa gherra de rojava
ki n’ d’ada ispendiu sa sua vida brava
morinde cun sas armas in sa manu
pro ki pustis de ierru ‘enzat beranu
e ki mai prus sa zente ruat ischiava
“orso” giamadu in lùmene de gherra
lorenzo orsetti, gloria de cussa terra

e tando aiòe zòvanos de sardinna
de totta italia e de ‘onnia natzione
a ‘n de ‘ortulare custa immensa presone
e ‘n de atterrare onnia muru e onnia pinna
pro ki torret onnia pessone bona e dinna
pro sa potentzia e sa rivoluzione
dae istrasburgu fin’a su kurdistan
nois namos liberu, LIBERU ÖCALAN
……………………………………..

Siamo in dodici nella brigata di ferro
nella lunga strada della lorena
con altri cento per spezzare la catena
che getta i fratelli kurdi nella diaspora
anche se sono i freddi giorni dell’inverno
sangue caldo ci corre nella vena
fraternità ci lega nella via
alzando la trincea contro ogni tirannia

nel mondo dominato dal capitale
chi nasce schiavo e chi nasce padrone
quanta gente senza voce e senza suono
vede la vita umiliata andare verso la rovina
ma dalla prigione turca un segnale
ci convoca al lampo ed al tuono
e la rivolta cominciata laggiù
ci chiama in ogni luogo ogni giorno

oggi nel cuore di questo continente
ci disponiamo di fronte al grande parlamento
perchè la guerra e la tortura non hanno mai pausa
ed i nostri governi non hanno niente da dire
ma che erdogan sia un falso e un delinquente
e che stringa il popolo nel tormento
mette l’europa sul banco della storia
carica di disonore e senza gloria

c’è stato un giovane italiano
combattente nella guerra del rojava
che vi ha speso la sua vita preziosa
morendo con le armi nella mano
perchè dopo l’inverno venga la primavera
e che mai più la gente cada schiava
“orso” era il suo nome di battaglia
lorenzo orsetti, gloria di quella terra

e allora andiamo giovani di sardegna
di tutta l’italia e di ogni nazione
a rovesciare questa immensa prigione
ed atterrare ogni muro e ogni cella
perchè ogni persona possa tornare degna e buona
per la potenza della rivoluzione
da strasburgo fino al kurdistan
diciamo libero,

LIBERO ÖCALAN

https://www.facebook.com/1592755805/posts/10218977597902904/

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI – Foibe: la contabilità della guerra italo-jugoslava

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI – Foibe: la contabilità della guerra italo-jugoslava

di Gian Luigi Deiana

 

Le foibe, che come tali sono una tragedia storica, nella propaganda di divisione diventano splatter.

A volte gli autori sono opinionisti spudorati o accademici disonesti, altre volte leader politici, ma altre volte purtroppo sono figure istituzionali.

Poichè vale la regola che è stupido ricordare senza conoscere, e che è da disonesti conoscere senza capire, se si vuole evitare la degenerazione in splatter è necessario che si mettano in ordine le cose che conosciamo, quelle che abbiamo trascurato di conoscere e quelle che facciamo finta di conoscere senza conoscerle affatto.

In questo specifico compito riguardante l’immaginario sulle foibe, elevato in forma di giornata nazionale del ricordo, dobbiamo includere una precondizione: le responsabilità dell’Italia sono integralmente dell’Italia e quelle della Jugoslavia sono integralmente della Jugoslavia: infatti, se gli uni se ne scaricano asserendo che i propri delitti erano responsabilità del fascismo ma non dell’Italia, e gli altri che i loro delitti erano responsabilità del comunismo ma non della Jugoslavia non si può fare discorso alcuno.

Quindi, come base di partenza, a ciascuno il suo, integralmente.

In secondo luogo ogni giudizio storico, in quanto base della memoria collettiva, non può permettersi di trascurare la “misura”: la misura dei delitti, la misura dei giustificazionismi e la misura dei negazionismi.

La misura dell’Olocausto, la misura di Hiroshima, la misura di Dresda, la misura di Cassino, la misura delle foibe, ecc., presentano dimensioni diverse.

Assolvere Hiroshima può essere sbagliato come negare l’Olocausto, ed equiparare Basovizza ad Auschwitz è certamente delinquenziale.

Passiamo a ciò che conosciamo per certo.

1: È stata l’Italia a invadere la Jugoslavia e a farne ricadere gli effetti sulla popolazione civile (campi di concentramento, deportazioni, saccheggi ecc.) e non viceversa: non bastando questo, la jugoslavia fu invasa anche dalla germania, e non viceversa.

2: Molti paesi subirono una simile sorte, e in genere quando ne vennero fuori furono liberati per un concerto di campagne militari multilaterali, ma la Jugoslavia fu praticamente l’unica nazione europea a liberarsi da sola, e solo per la resistenza partigiana: chi dimentica questo sputa su un grande liberatore europeo dal nazifascismo; grande, eroico e di valenza europea, il cui nome per la storia è “Tito”.

Passiamo ora a ciò che si sa ma che trascuriamo di conoscere o facciamo finta di non sapere.

3: Per ragionare sulle composizioni etniche delle terre di confine negli anni dell’occupazione italiana in Jugoslavia, 1941-1945, (italo-slovene e italo-croate) non si può sottacere il fatto che tutti questi territori erano regioni dell’impero austriaco fino al 1918, e che a far testo in maniera oggettiva sulle componenti etniche si deve far capo ai censimenti della popolazione.

4: Tra il 1918 e il 1940 vi furono certamente interventi polizieschi e discriminazioni amministrative tese ad alterare la composizione etnica reale, ma questo processo si chiama “italianizzazione” e fu compiuta da governi italiani a danno delle comunità slave per il tramite di espulsioni, imposizioni linguistiche e italianizzazione forzata dei cognomi persino sulle lapidi dei cimiteri.

Passiamo ora a ciò che non si sa ma facciamo finta di sapere e facciamo di tutto per evitare che sia appurato.

5: Chi ha visto il film 1917, uscito recentemente nelle sale di tutto il mondo, può fare mente locale su una condizione che sappiamo tutti: che in guerra si muore in massa e che, se il fronte si muove, l’ultimo dei problemi è lo smaltimento dei cadaveri. 

Una foiba vale esattamente come una palude o un fondale o un burrone o un campo di neve. 

Ma allora da cosa nasce l’orrore? Nasce  dall’oscura evocazione che invece che i morti vi fossero gettati i vivi, ma questo, plausibile allora come strumento di terrore, non è verificabile e nemmeno plausibile ora rispetto ai numeri ipotizzati; e del resto decine di vivi ogni mese sono lasciati alla pietà dei fondali mediterranei senza che ciò sconcerti nessuno.

6: Teoricamente potremmo quindi ipotizzare un numero attendibile di corpi, generalmente cadaveri o parti mutilate, sia umani che animali, gettati nelle cavità carsiche come nelle crepe calcaree insieme a residuati di guerra di ogni tipo e per di più su resti di già presenti risalenti alla guerra precedente, quella del 1915-18.

7: Una traduzione minimamente attendibile di questa immaginaria ricognizione, in realtà da sempre ferma agli inizi, dovrebbe necessariamente essere riportata ai dati di censimento, ai registri dei dispersi e degli scomparsi e ai registri militari, anzi dovrebbe dipendere da questi: ma non lo si fa e quindi bisognerebbe chiedersi perchè i censimenti e i registri siano silenziati, e infatti è per questo che le cifre riportate dai primi ricognitori (per esempio le truppe neozelandesi in slovenia) e i più esagerati ipotizzatori (alcuni storici italiani) svariano da poche centinaia a molte migliaia: per questo, perchè questa ricerca, che Slovenia e Croazia sono ufficialmente disposte a fare, l’Italia non la vuole fare.

8: Siamo quindi davanti a una soglia pressochè imponderabile.

Ma se potesse essere ponderata ci troveremmo, appena al di là di quel numero fatale, davanti a un compito forse ancora più improbo. 

La computazione dei danni di guerra, di fronte a interlocutori (Slovenia e Croazia) che semplicemente dicono da quei giorni all’Italia: noi siamo pronti a pagare i nostri debiti, così come voi dovreste essere pronti a pagare i vostri.

Tutto questo è oggi, dal punto di vista di uno il cui padre è stato mandato come soldato della cavalleria italiana nel territorio occupato di Karlovatz all’età di diciannove anni, tutto questo e non altro è il “giorno del ricordo”: mai più.

RESISTENZA, DIASPORA, EMIGRAZIONE – i Kurdi in Europa e la pace in Medio Oriente

RESISTENZA, DIASPORA, EMIGRAZIONE

i Kurdi in Europa e la pace in Medio riente

La presenza Jurda nei paesi europei, e in particolare in Belgio, Germania e Francia, è divenuta negli anni molto consistente in termini demografici e molto rilevante nel sistema produttivo: si tratta di un processo migratorio che è bene interpretare in relazione alla interminabile situazione di guerra che sconvolge l’intero Kurdistan, circa cinquanta milioni di persone, da almeno un secolo e in modo tragico negli ultimi trent’anni.

La prima relazione che si pone all’attenzione sta nella forte caratterizzazione dell’emigrazione come diaspora: come esilio, come fuga, come salvezza.

La seconda relazione sta nella qualificazione della diaspora come resistenza, per come essa è innervata e cresciuta nella direzione e nella guida espresse dai combattenti e dalla loro rete di solidarietà patriottica.

Per quanto la Germania non conceda alcuno spazio alla libera espressione politica dell’emigrazione kurda, in ossequio agli accordi di compiacenza con la politica criminale di personaggi come Erdogan, in  Belgio operano numerose emittenti televisive kurde, si stampano quotidiani e periodici e si alimentano decine di case di cultura e innumerevoli iniziative politiche al di fuori di quei piccoli confini: in Francia, Inghilterra, Spagna, Italia e nella Germania medesima; senza l’anima costituita dalla resistenza non vi sarebbe rete di solidarietà elementare tra i gruppi coinvolti nella diaspora e non vi sarebbe retaggio comunitario e legame sociale tra le molte migliaia di famiglie che danno corpo all’emigrazione: si tratta, in questo senso, di una grande patria in esilio.

E tuttavia questo peculiare “patriottismo ” ripudia scientemente la prospettiva nazionalistica e non si propone in alcun modo di “farsi stato”: esso persegue una risoluzione pacifica del conflitto con gli stati ufficiali ed in particolare, il più grave tra essi, il conflitto con lo stato turco.

Il modello di riferimento, che ha dato la prova della sua nobiltà e della sua efficacia, è stato teorizzato dai prigionieri politici ed in particolare dal presidente Öcalan, in isolamento a Imrali dal febbraio 1999, ed è denominato “Confederalismo Democratico”: un grande e realistico progetto per la polveriera medio-orientale nato nelle prigioni e diretto da queste, e che ha dato la sua prova eroica in Rojava, nella guerra all’Isis e nella ricomposizione sociale della catastrofe siriana.

Sebbene sia impossibile delineare in poche righe i caratteri di questo progetto, è tuttavia possibile indicarne le condizioni fondamentali, strettamente dipendenti l’una dall’altra: che non vi è pace senza giustizia, che non vi è giustizia senza verità, che non vi è verità senza reciproco riconoscimento.

Il punto politico consiste nel fatto elementare che la reciprocità del riconoscimento comincia dal riconoscimento della figura di Öcalan, la figura politica che unisce tutto il mondo kurdo sia in medio-oriente che nell’emigrazione: è per questo che anche i bambini vi si riferiscono chiamandolo, come i loro padri e i loro nonni, “il presidente Öcalan”; è per questo che il governo turco persiste da vent’anni nella pretesa che il partito fondato da Öcalan sia formalmente definito terrorista e che i suoi capi non possano affrontare processi regolari e umane condizioni detentive.

Ed è per questo che la magistratura belga, investita ripetutamente del problema, si oppone alle accuse della Turchia e alle relative procedure giudiziarie.

Ma Öcalan è il punto: senza Öcalan, e senza la liberazione dei detenuti politici dalla giurisprudenza eccezionale, non vi è giustizia, e senza giustizia non vi è pace.

La soluzione pacifica che può essere resa possibile da uno statuto politico per il Kurdistan, l’unica possibile soluzione, necessita di un sostegno internazionale che passa soprattutto attraverso le istituzioni europee.

É un cammino difficile, a causa della portata e dalla contraddittorietà degli interessi in gioco.

É per questo che la solidarietà visibile e attiva diventa così importante a tutti i livelli, ed è per questo che essa ha assunto anno dopo anno la forma della solidarietà internazionalista e la connotazione simbolica della “lunga marcia”.

Ma la “lunga marcia”, nella concezione del presidente “Öcalan, non consiste soltanto in un traguardo storico che sia risolutivo della questione Kurda: esso consiste, più ampiamente, nella prospettiva filosofica di un superamento del modello di stato leviatano che ha insanguinato tutta la modernità europea, e di qui la sequenza spaventosa degli imperialismi contemporanei.

 

MEMORISMO E NEGAZIONISMO l’olocausto e la miseria del tempo presente – di Gian Luigi Deiana

MEMORISMO E NEGAZIONISMO
l’olocausto e la miseria del tempo presente

il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di auschwitz ha prodotto effetti sorprendenti, tutti negativi, che possiamo ridurre a tre tipi: il primo, l’affidamento della giornata della memoria a luoghi comuni e alla illusoria sufficienza di figure di ampia popolarità testimoniale o istituzionale, quali quella di liliana segre o di sergio mattarella; il secondo, la grande giostra di argomenti collaterali, pur fondati ma devianti e diversivi, concernenti sia la tematica planetaria degli internamenti e dei genocidi che la politica israeliana in cisgiordania e a gaza; il terzo, quello decisamente più preoccupante, la registrazione eurispes di un tendenziale negazionismo di massa in italia sulla realtà storica dello sterminio, su quanto avvenuto cioè tra il 1942 e il 1945;

per rendere più semplice il ragionamento mi riferirò al primo tipo denominandolo “memorismo”, al terzo tipo denominandolo “negazionismo” e all’area di mezzo denominandola “tavolo degli argomenti ping pong” o comunque campo da gioco, laddove non vi sono propriamente regole, non vi è arbitro e si gioca contemporaneamente con molti e diversi palloni argomentativi e palline di disturbo; è invece chiaro che i principali giocatori in partita sono proprio loro, il “memorismo” e il “negazionismo”;

personalmente odio i negazionisti, i quali in realtà sono più propriamente degli affermazionisti: negando l’olocausto essi infatti affermano la positività di fondo dei fascismi e io odio i fascisti; viceversa amo i memoristi, anche se ritengo tragicamente sbagliata la loro pretesa di ridurre la storia a una simile partita di convincimento umorale; quindi in quanto cittadini e in quanto uomini di buona volontà non abbiamo scampo: dobbiamo uscire da questa mefitica partita e studiare le cose all’aria aperta, ogni santo giorno senza specialismi particolari per le giornate di commemorazione; queste sono certamente eticamente doverose, ma ad una condizione, venendo meno la quale si trasformano in trappole etiche e in disarmo storico;

l’effetto trappola ovvero l’effetto disarmo del giorno della memoria sta nel fatto che ricordare senza sapere è insensato; ripeto: “ricordare” senza “sapere” è insensato; si può obiettare che tutto quello che vi è da sapere si sa, in particolare che l’olocausto ha fatto sei milioni di vittime (massimamente ebrei, e poi rom e sinti, omosessuali, oppositori, asociali ecc.); che questo lo si sappia davvero diffusamente è da verificare, ma il problema non è questo: il problema è che “sapere” è a sua volta inutile, senza propriamente “capire”; quando c’è una vittima, è certamente importante ricordare, a condizione che si sappia di chi l’ucciso è stato vittima e cioè chi è l’assassino; ma se davvero il proposito consiste nel fine etico di impedire che il delitto abbia a ripetersi, è necessario “capire” il delitto dal punto di vista dell’assassino: entrare nella sua logica e quindi nella sua abominevole “necessità”;

a questo punto siamo in grado di chiederci cosa davvero abbiamo “capito” del nazismo, se il riscontro di un sondaggio sulla coscienza pubblica (oggi la ricerca eurispes) ci spaventa ora così tanto; cosa siamo riusciti a capire dalle centinaia di ore di documentari televisivi sulle depravazioni di hitler o sulla paranoia di goebbels o sull’efferatezza di mengele; cosa siamo davvero riusciti a capire su “come è potuto accadere”, e come sia accaduto col consenso di uno dei popoli più centrali e decisivi della storia europea; forse non abbiamo capito quasi niente, e nella misura in cui questo è vero, diventa una zavorra inutile tutto quello che sappiamo e diventa una ricorrenza vuota un giorno all’anno per ricordare;

vorrei qui, come si trattasse di un’aula di scuola o di una conversazione pubblica, indicare quelli che per me sono tre punti essenziali: la filosofia tedesca nel primo novecento, la componente ebraica nella società tedesca nel primo novecento e la strategia hitleriana negli anni del nazismo;

1: la filosofia tedesca muta drasticamente di segno nel cinquantennio che corre dall’unificazione della germania (1870) alla prima guerra mondiale(1920); si dissolve la grande eredità umanistica (kant, hegel, marx) e si polverizza il principio etico dell’imperativo morale e quindi dell’universalità umana; al suo posto si consolida il principio del “valore” nazionale, così come ogni comunità razziale di suolo e di sangue ha avuto la forza di erigerlo nella sua specifica storia; quando queste tesi, che assumono il carattere di una vera precipitazione irrazionalistica, venivano formulate e reiterate nelle università, nei circoli giovanili e sulla stampa popolare hitler non era ancora nato; la lotta fra queste tendenze e quelle opposte, ovvero quelle derivate da hegel e marx, fu conclusa di fatto con la liquidazione violenta del movimento spartachista e dei suoi eroi, appunto intorno al 1920; l’epurazione nell’ambito della cultura selezionò così quella macchina intellettuale, indispensabile alla quadratura di una egemonia totalitaria sulla società, che di lì a poco si disporrà a offrire al nazismo le sue omissioni e a rendere poi i suoi servizi;

2: la società tedesca muta fortemente i suoi connotati nell’arco del medesimo cinquantennio, 1870-1920, soprattutto per effetto dell’unificazione statuale, burocratica e militare, per effetto della grande industrializzazione moderna e per effetto della rapida urbanizzazione; la componente ebraica, fino a quel momento prevalentemente rurale, recepisce in modo ancora più forte la spinta alla vita urbana, laddove va ad occupare spazi sociali e professionali molto definiti, confacenti all’alto grado di alfabetizzazione: università, giornalismo, avvocatura, libere professioni e attività commerciali in genere; è qui che dobbiamo stare attenti: in termini statistici, quale era la consistenza numerica della popolazione ebraica? come si caratterizzava l’integrazione parentale con la consuetudine familiare tedesca, per esempio per via di matrimoni misti? bene: il censimento del 1925 censisce in meno di seicentomila gli ebrei residenti in germania, cifra corrispondente all’1 per cento della popolazione: ripeto, meno di seicentomila, ovvero l’1 per cento della popolazione; registra poi che i matrimoni misti, non rari, generalmente legavano parentele ebraiche di classe abbiente con parentele tedesche di rango aristocratico, cosa che evidenzia la scarsa integrazione interfamiliare nell’ambito delle classi popolari, cioè quelle che con la crisi successiva alla prima guerra mondiale e alla crisi economica del 1929 diventeranno il ventre di massa del nazismo;

3: la domandina seguente è ora cruciale ed infantilmente semplice, quindi finché riterremo impossibile che possa essere posta anche da un bambino di quinta elementare non ce ne faremo niente di niente di milioni di giorni della memoria, immagini di scheletri in vestiti a righe e moniti di presidenti della repubblica, niente; essa è: ma se gli ebrei tedeschi erano seicentomila, come mai le vittime dell’olocausto sono computate in sei milioni? è un dovere che ciascuno provi a cercarsi una risposta, perché è attraverso questa domanda e questa risposta che possiamo passare dal “sapere” al “capire”, cioè entrare nella logica dell’assassino e nella sua allucinata “necessità”; e possiamo capire, di qui, che per evitare che quel passato possa ripetersi è indispensabile che quell’automatismo della “necessità” venga individuato ogni volta che esso viene di nuovo innescato, in ogni parte del mondo;

dunque, se gli ebrei tedeschi erano meno di seicentomila, come mai le vittime ebree dello sterminio sono state quasi sei milioni? e se rom e sinti tedeschi erano meno di quindicimila, come mai le vittime dello sterminio rom e sinti sono computate in cinquecentomila? per capire questo dobbiamo prima considerare il programma di politica razziale enunciato da goering a febbraio del 1933 nella città di essen, riguardante i provvedimenti immediati a carico degli ebrei tedeschi (interdizioni professionali, interdizioni matrimoniali, eccezioni per le situazioni di fatto che coinvolgevano anche famiglie dell’aristocrazia tedesca, ecc.); si era appena all’indomani della nomina di hitler alla carica di cancelliere e i primi lager non erano destinati specificamente ad ebrei, cosa che invece si spalancò nel 1935 con le leggi di norimberga; dobbiamo però considerare e comparare, poi, il programma di sterminio razziale totale (la cosiddetta soluzione finale) messo a punto esattamente nove anni dopo, cioè nel gennaio 1942 alla conferenza di wansee; la conferenza di wansee riuniva il cerchio magico del fuhrer (goering, heydrych, himmler ecc.) nel momento in cui la campagna di guerra scatenata su tutto l’oriente europeo aveva ormai investito anche la russia; fu così che che il conto presunto degli ebrei da sterminare “in europa” raggiunse la cifra virtuale di 11 milioni, metà dei quali, come sappiamo, furono uccisi davvero; e furono uccisi, va sottolineato, esattamente in questo brevissimo arco di tempo, 1942-1944, mille giorni per uccidere e incenerire sei milioni di uomini: come è potuto accadere?

se immaginiamo il continente europeo mappato con la germania al centro e due cerchi ad essa concentrici possiamo capire che nel primo cerchio si situano paesi non slavi che, dal punto di vista economico e strategico, nel 1942 possono essere considerati satelliti dell’economia tedesca: italia, francia, ungheria, romania, bulgaria; in presenza di un sistema finanziario collassato il rapporto di interscambio con questi paesi è sgravato dallo scambio monetario e praticato merce contro merce ovvero merce contro debito, con la condizione non detta che una germania militarmente imbattibile o occupante non pagherà alcun debito o addirittura farà pagare alle nazioni occupate il costo delle stesse truppe di occupazione; il cerchio esterno è invece l’europa slava (polonia, russia, jugoslavia ecc.) che la strategia proiettiva prevede di destinare alla disposizione totale di materia prima, mineraria e agricola, e di schiavizzare; l’intensa presenza di popolazione e di professionalità ebraiche in queste società ne impone l’eliminazione con una tempistica massimamente accelerata, anche con l’ausilio propagandistico delle pulsioni antisemite latenti e manifeste in questi paesi soprattutto tra le classi popolari; è così che passiamo in meno di dieci anni dal programma di apartheid di essen 1933, di riferimento tedesco, al programma di sterminio di wansee 1942, di riferimento continentale; è qui che si coglie la “necessità” moltiplicativa del razzismo hitleriano;

ora, se vogliamo dare un nome a questo genere di strategia politica, propria dell’età contemporanea, non esclusiva dell’hitlerismo, e che non necessariamente deve implicare condizioni così abissali, l’unico termine di cui disponiamo nel linguaggio storico è il termine “imperialismo”; se passiamo ad esaminare cosa siano gli imperialismi, ieri e oggi, ovviamente stiamo abbandonando l’attenzione ai primi due giocatori della nostra partita, cioè il “memorismo” e il “negazionismo”, e stiamo invece entrando in quel variegato campo in cui ballano molti e diversi palloni, nessuno dei quali è innocente: nessuno; è qui che troviamo innumerevoli altri delitti, innumerevoli decreti sicurezza e leggi di apartheid, e molti veri e propri genocidi ciascuno coi suoi pochi memoristi e i suoi numerosissimi negazionisti; e ovviamente provocazioni o stupidaggini del tipo “e allora le foibe?”, oppure “e allora la corea del nord?”, ovvero “e allora il sudafrica?”, “e allora la palestina?”, e poi i nativi americani, e poi gli aborigeni australiani, eccetera; argomenti certamente fondati in quanto riguardanti situazioni gravissime, ma in genere strumentalmente diversivi rispetto alla shoah; tuttavia, è questo campo minato di memorie mal fatte e di negazioni selvagge, grande quanto tutta la terra e abissale quanto può esserlo la stupidità umana e la facilità della menzogna, è questo il campo minato entro il quale, se si rinuncia alla necessità di capire, chi non ha davvero il coraggio di ricordare il passato è destinato a riveverlo; non lontano, appena fuori di casa, non appena il rancore vede nel migrante o nell’asociale la ragione del suo male.

MONDO CANE di Gian Luigi Deiana

MONDO CANE

di Gian Luigi Deiana

 

Su mundu si furriat tantas bortas

e che òrtula sos pese conca a susu

su dimoniu si bestit che zesusu

e sas ìas derettas paren tortas

 

A sonare campaneddos in sas portas

no est unu pitzinnu nè un’intrusu

est su potente ch’ iscudet su soprusu

e riet cun su risu ‘e animas mortas

 

Chie ghettad in su mundu sa peus droga

semenande venenu in tantu ispacciu

biccad in muntonarzu che corroga

 

Ma si narat de ‘onnia conca e cazzu

ca su tzugu che torrat a sa soga

fina cando s’istringhet in su lazzu

Torna all'inizio