Gianluigi Deiana

NEGAZIONISMO: l’asse Roma-Dresda e il razzismo – di Gian Luigi Deiana

NEGAZIONISMO: l’asse Roma-Dresda e il razzismo

 

La negazione del razzismo, dal giorno di Halloween 2019, non è più materia di disquisizione accademica o di opinione comune: essa ha investito in pieno, e senza preavviso, la sfera “istituzionale”.

La questione è straordinariamente importante, in quanto l’aut aut tra il riconoscimento istituzionale del problema e il disconoscimento istituzionale di esso segna una soglia decisiva, come se si dovesse decidere se l’aids esiste davvero o è una invenzione delle multinazionali.

Il fatidico giorno di Halloween 2019 affratella fortuitamente una proposta in discussione al Senato italiano e una proposta in discussione nella municipalità tedesca di Dresda.

In ambedue i casi le proposte sono passate, in coerenza con i principi costituzionali delle due repubbliche, ma ciò che importa capire è la ragione ed il modo con cui sia i partiti moderati di centro che i partiti estremi della destra hanno combattuto il riconoscimento della malattia.

Nel Senato italiano era in discussione la proposta della senatrice Liliana Segre, (passata da giovanissima nei lager nazisti) volta all’istituzione di una commissione parlamentare sulla diffusione del razzismo in Italia.

Nella municipalità della città tedesca di Dresda era in discussione la proposta di proclamazione dello stato di emergenza sulla diffusione propagandistica, mediatica e organizzativa del nazismo nel territorio della città.

In italia la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono posizionati quasi in automatico in un macabro fronte negazionista.

A Dresda il partito Cristiano Democratico, proprio quello di Angela Merkel e della massima autorità dell’Unione Europea Ursula Vanderlain, ha fatto analogamente la diga.

Dunque, i grandi partiti di massa di centro e centro destra esplicitano la loro disposizione a tenere come propria cova il fascismo e il nazismo dichiarati, persino in una fase storica di organizzazione diffusa del razzismo che ne costituisce il titolo professionale più vantato.

Esplicitano cioè senza pudore e senza infingimenti la loro complementarietà, la loro parentela e la loro associazione per delinquere con il fascismo stesso.

Ora, poichè è necessario comprendere con quale trapezismo concettuale questo possa essere avvenuto, in quanto potrebbe sussistere anche un plausibile fondamento concettuale, se si indaga su questo si trova che non vi è concetto alcuno, nè a Roma nè a Dresda: concetto alcuno.

E allora?

Allora al posto del concetto è stata formulata una semplice NEGAZIONE linguistica: che non ha senso una commissione parlamentare sul razzismo in quanto non esiste una definizione linguistica di “razzismo” (Matteo Salvini), e che la dichiarazione di una emergenza nazismo a Dresda non ha senso in quanto si fonderebbe su un equivoco linguistico  sul termine “nazismo” (partito di Merkel-Vanderlain).

Come si vede, in entrambi i casi, si tratta solo di una questione linguistica.

Solo di una questione linguistica, quella per cui alla fine, come ebbe a scriverne uno che vi era passato, si muore per un sì o per un no.

Gian Luigi Deiana

 

 
 
 
 
 
 
 

IL POPULISMO TUMORALE E LO SCACCO DELLA DEMOCRAZIA – di Gian Luigi Deiana

IL POPULISMO TUMORALE E LO SCACCO DELLA DEMOCRAZIA

 

Qualche giorno fa mi sono imbattuto casualmente in un post che vantava quarantottomila like, pur essendo risalente solo al 24 ottobre e quindi apparentemente in giro da pochi giorni.

Mi era capitato sott’occhio in quanto condiviso da uno dei miei contatti di paese, ma era intestato a una tale chiara todini di chissà dove. Salvo che, a cercare una verifica diretta sul profilo di questa tale Todini a quella data e ora, il post non c’era: il che vuol dire che costei aveva solo fatto da ponte, o da profilo civetta, per disseminare il messaggio e poi nascondere subito la propria manina.

I contenuti della sua socialità social, giusto per farsi un’idea, sono razzismo integrale, per di più seguiti da quasi nessuno: due, tre o cinque like quotidiani non spiegano un exploit di quarantottomila like come quello, e ulteriori entusiaste condivisioni.

Ma “quel” post di cui parlo non conteneva semplicemente una visione razzistica del mondo umano, di più: proponeva un avvenimento integralmente falso, e la condivisione vagante del mio contatto di paese era solo una ignara ma colpevole reiterazione di quella integrale menzogna.

Il post, in verità in giro da due anni ma riproposto periodicamente attraverso questi profili civetta e questi ignari deplorevoli condivisori, narrava di una “nota” ufficiale con la quale il Sindaco di Nuoro avrebbe motivato alla Comunità Musulmana della città il diniego sulla richiesta di non immettere nei pasti scolastici per i bambini di fede Islamica carne di maiale.

La “nota”, falsa ma riportata per esteso, era impregnata di disprezzo per la mancanza di riguardo degli immigrati nei confronti dell’ospitalità sarda e nei confronti delle radici giudaico-cristiane che la nobilitano, e corredata dall’invito a riandarsene nei paesi di provenienza.

Like, like, like, grrr ecc..

Salvo che è tutto falso; peggio, si tratta dell’invenzione di un “atto pubblico” e della sua attribuzione a una pubblica autorità; quindi falso, falso ideologico, calunnia, istigazione all’odio razziale ecc.: una addizione di reati, anche a carico di chi solo condivide e rilancia, da incutere una ragionevole preoccupazione per la capillarità del fenomeno, pervasivo quanto le microplastiche e venefico quanto le pillolette di droga sintetica.

E’ illegale, ma nessuna polizia securitaria interviene mai: questo dà il segno di che razza di decreto sicurezza è uscito dalle mani dell’ex ministro dell’interno invasato dal progetto dei “pieni poteri”.

Non solo illegale, è immorale e vigliacco fin nel profondo: con quale dirittura si fa appello alle “radici cristiane” per istigare con assoluta falsità all’odio razziale, specificamente indirizzato ai bambini e al loro cibo nelle scuole?

Non è quel tipo di azione per la quale il Nazareno raccomandava una macina al collo e il fondo del mare?

Bene, tutto questo, che come le microplastiche non si dissolve mai ma si appiccica a disposizioni psichiche addomesticate dalla colla di una demagogia sempre più spudorata, non perviene dal niente: perviene invece da una fonte e si propaga attraverso le sue civette virtuali.

La macchina mediatica della Lega, ed in specie i proclami quotidiani del suo capo, Matteo Salvini, ne sono la matrice certificata.

E’ una macchina sofisticata e costosa, con dotazioni nella torbida destra russa quanto nella mefitica destra americana, come ormai sanno tutti.

Questo piccolo esempio spiega come il fascismo attuale, perché di fascismo integrale si tratta, stia entrando nelle case, nelle famiglie, nelle relazioni comunicative più comuni, intessendo la trama sociale di veleno.

Poichè siamo tu, io, i nostri amici e i nostri bambini il target di questo processo, e non vi è in campo nessuno a vigilare su questo comune campo di “sicurezza”, abbiamo il dovere immediato di provvedere da soli. 

E’ vero che non vediamo sulle strade uno squadrismo armato di bastoni e olio di ricino, ma quello che sta dilagando è uno squadrismo infinitamente più grave: il suo obiettivo è drogare massivamente il consenso, cioè trasformare la democrazia in un mostro politico.

DISTRUGGERE  LE  PIATTAFORME  FAKE

COSTRUIRE OVUNQUE ANTIFASCISMO

 

Gian Luigi Deiana

 

https://www.facebook.com/Ardauli-Antifascista-113407893349683/

ERDOGAN HA PERSO (il crocevia di un mondo in fiamme) di Gian Luigi Deiana

ERDOGAN HA PERSO
(il crocevia di un mondo in fiamme)

Santiago brucia; Baghdad brucia; Beirut brucia; Barcellona brucia; brucia l’Amazzonia e brucia anche la California, in senso più letterale.

Ma il fumo che si alza verso il cielo da tutto questo bruciare è niente rispetto ai fumi d’artificio che si alzano dal dosaggio di enfasi e silenziamenti, politici e mediatici: per i quali a Barcellona vige lo stato di diritto, mentre ad Hong Kong vige la repressione.

Regola fissa numero uno: l’ordine capitalistico non è la causa, ma la soluzione; in questa cavalcata eroica nella stupidità (Europa buona-Cina cattiva, Trump ragionevole-Putin profittatore ecc.) le chiome al vento dell’Amazzone della RAI Giovanna Botteri e del presidente del parlamento europeo David Sassoli, tanto per fare due esempi, ondeggiano in assoluta sincronia: il punto chiave definitivamente concordato, del resto, è che fascismo e comunismo sono stati la stessa cosa, e dunque si parte da qui: non avrai altro Dio all’infuori di me.

Ma il centro di tutto questo orrido gioco della crisi mondializzata resta ancora la piccola regione kurdo-siriana del Rojava, una specie di pianura padana di sabbia e macerie con il fiume Eufrate in mezzo: il Rojava della evacuazione americana accompagnata da lanci di patate e disprezzo, e della invasione dell’esercito Turco accompagnata da bombardamenti aerei, napalm e tagliagole sunniti.

Il Rojava in cui le milizie popolari curde hanno sconfitto l’Isis, e in cui ora i fratellini e sorelline dell’Isis sono rientrati come truppe regolari dell’esercito turco.

Doveva essere un’operazione lampo con un esito già scritto: Erdogan avrebbe occupato il territorio kurdo-siriano sulla linea di confine per una profondità di trenta chilometri e una lunghezza di quattrocento.

La condizione apparente sarebbe dovuta consistere nell’arretramento delle milizie kurde, ma la condizione reale doveva essere l’espulsione in massa di tutta la popolazione autoctona kurda ivi residente da sempre: si chiama “pulizia etnica”.

Il pretesto per questa operazione, o il ricatto, sta nel fatto che la Turchia tiene in ostaggio tre milioni di profughi siriani, per trapiantare i quali esige lo svuotamento del Rojava o, in alternativa, il rompete le dighe verso l’Europa.

Ma i conti non tornano sulla carta geografica: l’opinione pubblica mondiale è schifata dalla condotta americana e condanna senza appello l’invasione turca in Siria.

Se si può prospettare per i kurdi un arretramento ordinato, tuttavia le masse di profughi siriani in Turchia sono ostili a un trapianto etnico su una regione per loro sconosciuta, che è oggi la più bombardata e incrudelita del mondo: e Putin dà ad Erdogan soltanto una prerogativa di pattugliamento congiunto su una profondità di dieci chilometri.

E dunque?

Dunque Erdogan è tornato dall’incontro in Russia inneggiando al risultato del vertice, descritto come “la fine del terrorismo” ovvero la fine del Kurdistan.

Ma si trattava soltanto di un proclama di copertura, a fini di propaganda interna:
ERDOGAN HA PERSO.

Erdogan ha perso in quanto si ritrova sul confine l’esercito regolare siriano invece che le milizie kurde, e una situazione relativa ai profughi molto più esplosiva di prima.

Questo spiega il ritorno inevitabile del ritornello: se l’Unione Europea non si schiera apertamente a favore della Turchia la bomba umana rappresentata da tre milioni di profughi siriani verrà dirottata da questa parte.

Ora, poichè questo risultato era in partenza quello maggiormente prevedibile, si può leggere con maggiore attenzione la condotta sia russa che soprattutto americana: l’intera vicenda della guerra di Siria è stata un errore cinico e cieco, e la guerra di Erdogan che ne costituisce l’ultima pezza è stata scientemente concordata per mettere l’Unione Europea sulla graticola della nuova crisi dell’economia mondiale: Santiago, Beirut, Baghdad ne sono i primi fuochi; e Barcellona, la piccola innocua Barcellona, è la prova più spettacolare della stupidità politica che oggi narcotizza l’europa intera.

Erdogan ha perso, ma noi siamo in coma.

 

Gian Luigi Deiana

 

LA PACE PER PROCURA – una illusione sempre gravida di guerra – di Gian Luigi Deiana

LA PACE PER PROCURA
una illusione sempre gravida di guerra

Guido Viale, in un articolo di due giorni fa, riconduce l’invasione turca nel nord della Siria alla categoria recente delle “guerre per procura”.

Si tratta di una terminologia ad effetto, molto efficace per spiegare le guerre della guerra fredda e le capriole mortifere degli imperialismi, almeno dal Vietnam al Ruanda. Ma anche l’invasione in atto in questi giorni nella Siria del nord, secondo Guido Viale, rientrerebbe in questa nefanda tipologia. L’esecutore è ovviamente la Turchia, ma il procuratore e mandante è di fatto l’Europa: la causa sta nell’enorme numero di profughi attualmente contenuti in territorio turco e il fine sta nello svuotamento di un immenso territorio siriano destinato al loro travaso.

Le complicità aperte e quelle non dichiarate stanno nell’accordo tra Germania e Turchia del 2016, nell’alimentazione della vendita di armi di tutti i produttori europei alla Turchia, ecc.;

Questa tesi, se assunta alla lettera, porta a concludere che Erdogan è solo l’esecutore, ma che in realtà tutti sono colpevoli.

Messa così, si tratta di una ovvietà valida quasi per ogni guerra, ivi comprese quelle di Hitler fino al 1939 per finire con la guerra dell’Isis medesima: tutti colpevoli, nessun colpevole? 

È evidente che non è così: la tesi della “guerra per procura” è per metà una tautologia, nel senso che ogni guerra presenta sempre molti predatori per una singola preda, ma per metà è propriamente errata.

Una guerra per procura è tale se lo è non solo oggettivamente, come può dirsi per quella attuale, ma se è evidente e consapevole la volontà dei soggetti che la provocano.

Nella situazione attuale non vi è dubbio che sono presenti fattori oggettivi, cioè la rimozione da parte europea (governi e opinione pubblica) della realtà dei profughi siriani, della loro condizione di vita e del loro numero, ma non vi è affatto da parte europea la volontà soggettiva di ritagliare la soluzione del problema dei profughi con una invasione della Siria del nord e con la cancellazione della presenza curda nel Rojava.

Stabilire questa differenza, tra l’azione della Turchia e la volontà dell’Europa, è importante, almeno sul piano del diritto internazionale e sulla definibilità di Erdogan come criminale di guerra.

Ma è importante soprattutto per l’indicazione politica che ne danno da tempo sia il presidente Ocalan che le linee di prospettiva del confederalismo democratico curdo, per i quali l’interlocuzione con le istituzioni europee oltre che con la società civile dei paesi UE resta fondamentale.

Rovesciare l’aggressione turca in un isolamento del regime tirannico e avventuriero che la governa è una necessità geopolitica, grande quanto lo è stata la guerra all’Isis fino ad oggi: questa fase odierna è solo un passaggio di testimone tra strategie assassine.

Ma se Erdogan è colpevole di guerra, l’Europa è colpevole dell’illusione della pace; come è già successo in Libia, e in altri casi ancora, finiti i tempi delle vere “guerre per procura”, i paesi europei nonchè le loro opinioni pubbliche più fatuamente progressiste, hanno puntato le loro fiches e le loro aspettative su rivoluzioni arancioni e primavere, non disdegnando la soddisfazione quando le conseguenti repressioni portavano l’ordine precedente a saltare del tutto.

Così le primavere diventavano guerre civili, le guerre civili producevano moltitudini di profughi e le moltitudini di profughi inducevano all’illusione della “PACE PER PROCURA”: la Francia che affida la pace libica all’Egitto, la Germania che affida la pace siriana alla Turchia, ecc: questo è il problema.

Conclusione: la pace non è uno stato di natura: più probabilmente la guerra è lo stato di natura: una guerra scoppia facilmente da sola, una pace invece deve essere costruita.

Con tutto il rispetto e l’ammirazione che io ho per Guido Viale, ritengo che l’intuizione di quello che fece tanto tempo fa il “discorso della montagna” affidando le possibilità della pace ai “costruttori” di pace sia molto più radicale e profonda; la pace non può essere appaltata ad un estorsore, cui pagare il pizzo a capriccio o a scadenza, e non può essere lasciata in balìa dell’illusione; la pace costa, e va costruita.

Questo ci riporta alla lezione di Ocalan: se le istituzioni e i governi, la commissione UE e gli stati, non sono in grado di garantire insieme la pace e i mercati, la protezione delle popolazioni civili e l’industria degli armamenti, è sul piano diretto della società che questa trama va intessuta.

L’Europa, come si esprime Ocalan nel suo appello alla Corte Europea di Giustizia, ha oggi molto da imparare dalla sua vecchia madre.

FERMARE L’AGGRESSIONE TURCA
ROMPERE L’ISOLAMENTO DEL ROJAVA
LIBERARE IL KURDISTAN

——————————————————Per chi legge questo post dalle parti di Oristano:

domani, venerdi 18 ottobre alle ore 18, si terrà ad Oristano in piazza Eleonora una manifestazione di solidarietà col popolo Kurdo.

La manifestazione è indetta dall’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani, e hanno aderito ad essa alcune decine di realtà associative; tra queste, delle quali il sottoscritto fa parte, la Rete Kurdistan Sardegna, il sindacato COBAS Scuola Sardegna, l’Associazione per Antonio Gramsci di Ghilarza, il Comitato Ardauli antifascista, il collettivo cittadino Furia Rossa, ecc..

Domani è la giornata mondiale dei diritti umani: per i dannati dalla terra, e per i costruttori di pace, invito chi legge queste righe a partecipare:

ORISTANO, 18 OTTOBRE

ORE 18, PIAZZA ELEONORA

 

SI CHIAMANO KURDI pensieri di un papa di Gian Luigi Deiana

SI CHIAMANO KURDI
pensieri di un papa

Quando un Papa esprime pensieri di domenica li esprime come preghiere, solo che invita tutti quelli che lo ascoltano a pregare con lui perchè così Dio magari ascolta di più.

Ma perdio papa Francesco, se usi circonlocuzioni diplomatiche e non spieghi alla folla per chi deve propriamente pregare e non dici chiaramente a Dio di chi è che stai parlando, come fa lui a starti a sentire?

Non si tratta genericamente delle genti dell’amata Siria come tu dici paternamente, e non di genti che genericamente se la passano male, si tratta di uno che uccide e di un popolo che viene ucciso.

Posso capire che Caino dicesse di non saperlo, quando Dio gli chiese di suo fratello, ma tu lo sai.

Il tuo Caino si chiama ERDOGAN, sì proprio quello che hai ricevuto a casa tua un paio di anni fa, con la tv davanti: Erdogan; il tuo Abele è grande, quando lo si uccide si chiama strage, sono molti e si chiamano KURDI: proprio così, KURDI, non vagamente l’amata Siria.

A fare il Papa così ad Ardauli lo sappiamo fare tutti, e a rispondere a Dio in modo così vago ci riuscì proprio anche lo svirgolato Caino.

Sì, chiamali col loro nome almeno quando devi pregare, si chiamano KURDI; il loro omicida si chiama ERDOGAN.

Caro Papa, almeno per una volta informati sull’unico quotidiano di sinistra oggi stampato in Italia.

Da tempo esso chiama Erdogan col suo nome e chiama i Kurdi col loro nome: è il quotidiano AVVENIRE, proprio quello dei vescovi.

Non so come, ma ti puoi fidare.

 

Gian Luigi Deiana

 

KOBANE KILLING di Gian Luigi Deiana

KOBANE KILLING

L’invasione turca sul nord della Siria è già un fatto compiuto: tuttavia il presidente turco Erdogan lancia minacce contro chi si permetta di chiamarla invasione, mentre il segretario di stato americano Pompeo mette in chiaro che gli Stati Uniti non hanno dato luce verde a tutta l’operazione.

Sia gli Stati Uniti che la Turchia sono membri della Nato, e la Nato è ufficialmente impegnata nella coalizione anti-isis in cui sia gli U.S.A. che la Turchia hanno giocato sporco; è quindi importante considerare come si stia orientando la nato in queste ore di fronte a una invasione che non deve essere chiamata invasione e di fronte a un via libera che non deve essere chiamato luce verde.

Bene, il segretario generale della Nato Stoltenberg afferma di confidare che l’azione militare turca sia “misurata”; le diplomazie europee canticchiano sommessamente il controcoro di fondo.

Questo tipo di diplomazia è noto nella terminologia politica come “appeasement”, accomodamento; il termine entrò in voga negli anni trenta del novecento quando il governo inglese giudicò ragionevole la politica di aggressioni hitleriana sull’est europa e diede “luce verde” all’invasione tedesca dei Sudeti e allo smembramento della Cecoslovacchia; l’analogia che abbiamo ora sotto mano, la somiglianza tra il tweet di Trump del 7 ottobre e il convegno di Monaco del 1938, è impressionante.

Ma tutto l’arco di tempo che corre da allora ad oggi è stato costellato da “ragionevoli” eccezioni al principio di inviolabilità delle frontiere: e la più eccezionale, durevole e indiscussa di queste ragionevoli eccezioni è costituita dalla politica espansiva dello stato di Israele: sotto il tallone militare israeliano la Palestina, e nella paranoia nazionalista israeliana la Siria; ecco perchè Trump twitta, Erdogan minaccia, e Netaniahu tace: è difficile rintracciare nelle pagine di storia un trio criminale più affiatato di questo.

I Curdi del Rojava, che la storia già oggi riconosce come l’argine vittorioso della guerra all’isis, chiedono agli Stati Uniti e alla coalizione l’imposizione di una no fly zone; il ricorso massiccio ai bombardieri da parte di Erdogan infatti, prima che facilitare l’ingresso delle truppe di terra, provocherebbe la catastrofe umanitaria rappresentata da qualche milione di civili in fuga; ma Erdogan non intende rinunciare ai bombardieri, e perché?

Oerché?

Perché il vero problema per l’esercito invasore non consiste nell’invasione, ma nel tenere il controllo del territorio di fronte alla RESISTENZA; quindi i bombardieri, il terrore dal cielo, servono a provocare consapevolmente il caos degli sfollati, come cuscino di massa contro l’organizzazione della lotta partigiana: questo è il nazismo.

La sensibilizzazione dell’opinione pubblica può essere molto importante per la causa Curda e per una giusta pace; dobbiamo con questo pressare costantemente la posizione dei governi europei, ma dobbiamo anche prendere atto del fatto che la resistenza ci sarà e che avrà bisogno di noi.

Dobbiamo diffondere e intensificare le istanze di solidarietà umanitaria e internazionalista nei confronti del popolo Curdo, strada per strada, avendo coscienza che probabilmente avremo un Vietnam qui vicino, e non potremo stare semplicemente a guardare.

Gian Luigi Deiana

IL MALE DELLA BANALITÀ di Gian Luigi Deiana

IL MALE DELLA BANALITÀ

Riporto in coda il link al testo integrale della risoluzione del Parlamento Europeo, datata 19 settembre 2019, riguardante la “memoria condivisa”.

La risoluzione riporta in premessa una lunga sequenza di risoluzioni precedenti, generalmente passate sotto traccia, presumibilmente approvate nel contesto dell’ingresso di paesi dell’est nell’unione.

La risoluzione attuale segna quindi il coronamento di un processo lungo, paziente e oscuro che oggi si intende come “costitutivo” in senso totale (meglio, in senso totalitario) in quanto statuisce direttive istituzionali che comportano una conformazione ideologica generalizzata.

La composizione dell’articolato è assurda, in quanto pretende di appiattire l’interpretazione storica su una vulgata sciocca, e da questa allegra assimilazione passa al rinnegamento filosofico e intellettuale di figure e di opere irrinunciabili per la memoria comune del continente.

Questa procedura è nota nella terminologia storica recente come ‘maccartismo’ e in definitiva, assimilando il comunismo al nazismo, assimila le svariate vicende dei comunismi allo stalinismo e le innumerevoli eroiche figure di comunisti ai regimi inclusi nel blocco sovietico dopo la guerra.

Ciò significa sputare sulle resistenze partigiane contro i fascismi, rinnegare vicende storiche e figure fondative dell’Europa stessa.

Significa per molti oltraggiare il padre e la madre, e per tradurre in spiccioli, sputare anche sull’ “arco costituzionale” che ha edificato a suo tempo la Repubblica Italiana.

 

http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html

ISCUR’RENZI’ADURA la dissenteria politica e il caso matteo – di Gian Luigi Deiana

ISCUR’RENZI’ADURA
la dissenteria politica e il caso matteo

in realtà i casi matteo sono due, e sono talmente speculari da essere portati fatalmente a baciarsi; come tutti i semidei e le pornostar desiderano farlo in mondovisione, e quindi si annuncia sotto la regia del fattucchiere capo, bruno vespa, il più grande evento pornopolitico del secolo: il faccia a faccia di matteo renzi e matteo salvini;

s’iscurrenziadura è la denominazione sarda di una ricorrente e antipatica situazione della mungitura: riguarda il fatto che può capitare che una pecora debba far palline di cacca col rischio di prendere il secchio, o più modernamente di centrare lo share, e però la mano paziente del mungitore è sempre in grado di salvaguardare il candore del latte spumeggiante; ma s’iscurrenziadura propriamente detta non è costituita da ecologiche e innocenti palline di cacca: s’iscurrenziadura unisce nel suo concetto quattro bruttissime caratteristiche: è sciolta da ogni vincolo, e quindi, in senso dis-enterico, è letteralmente ‘sciolta’; colpisce sempre a sorpresa, spesso per l’incontinenza mentale del capo, ovino o carismatico che sia; è cronica, nel senso che sul capo ovino può funzionare come deterrenza (deter-renza) una normale cura veterinaria, mentre sul capo carismatico non vi è cura nemmeno veterinaria: come si è potuto constatare, nemneno uno storico no per referendum ha potuto costituire per uno come ‘renzi’ un segnale di deter-renza e così sarà per uno come salvini; ed infine, per un periodo non breve, s’iscurrenziadura é contagiosa: infatti potete rischiare di scurrenziare proprio come renzi o svalvinare proprio come salvini, in men che non si dica, se solo vi ripromettete di osservarli baciarsi o sputacchiarsi sotto la telecamera di bruno vespa;

come si può quindi salvaguardare se stessi e persino il gran secchio della politica dalla patologia contagiosa de s’iscurrenziadura?

non è difficile: chiunque si occupi di pecore sa che la gran sciolta prima o poi finisce e che anche i montoni prima o poi vanno a sbattere; quindi io pregherei i miei simili: persino le più stupide tra le pecore se ne infischiano totalmente di due montoni che si sfidano con la durezza del loro cranio addobbato di corna celtiche mentre la mollezza del loro ventre è notoriamente incapace di continenza; bene, infischiateve anche voi;

fatelo però con un poco di pietà: a voi questi quadrupedi carismatici si mostrano solo dal mezzo busto in su e sempre a pontificare su di voi come se quel momento di orgasmo della loro pontificazione fosse il momento del giudizio universale sul vostro essere nel mondo; ma se vi capita di osservarli quando fugacemente vengono ripresi da una telecamera da dietro mentre camminano, scoprirete che nonostante appaiano alti e prestanti camminano a passetti corti e forzatamente veloci, come se là sotto fossero spinti dalle emorroidi; questo, nel suo effetto visibile allo sguardo di un pastore di qui, dove non c’è strada in pianura, è il concetto di “poltrona”: l’incapacità di andare civilmente per strada, e questa incapacità è assolutamente esemplare proprio in questi due.

GARIBALDI, IL GENERALE IN PARTICOLARE – di Gian Luigi Deiana

GARIBALDI, IL GENERALE IN PARTICOLARE

Sabato 14 settembre 2019, un ragionamento antimitico a La Maddalena

 

La mattina di sabato 14 settembre si terrà a La Maddalena una manifestazione di denuncia del mito di Garibaldi; non si tratta propriamente di un convegno di studi, ma di una controprova inerente la creazione dei miti della “patria” italiana.

Tutte le patrie sono in generale edificate su mitologie, e la patria tricolore è solo una delle penultime; di per sè le mitologie, per quanto inventate, sono anche innocenti, ma è la loro funzione a non esserlo: esse servono generalmente a coprire delitti. Quindi, più grande è la mitologia, più grande è il delitto; poi è anche vero che il tempo passa e i delitti cadono in prescrizione, ma la loro memoria “non deve” cadere in prescrizione, mai.

Quella di Garibaldi è la più grande mitologia del cosiddetto risorgimento italiano; e questo risorgimento, a dire il vero, è una sterminata proliferazione di delitti; tuttavia in sede di verifica storica è necessario evitare di riportare la dinamica materiale del processo “risorgimentale” alla dimensione personale di un qualunque Garibaldi.

Senza Garibaldi quel processo si sarebbe compiuto più o meno allo stesso modo; tuttavia a cotal Garibaldi è capitato in sorte di rivestirne i panni dell’icona esemplare, e dunque, in quanto persona e in quanto personaggio, l’esame della sua vicenda ci si sdoppia necessariamente: vi è una persona documentata storicamente e vi è una figura creata miticamente.
È qui che dobbiamo stare attenti, cioè nel rapporto tra l’analisi critica della persona storica, che non è esaltante, e la decostruzione antimitica dell’eroe epico, che ragionevolmente può anche essere trascinata dall’ira.

Tutti hanno diritto a farsi i loro miti, e quindi anche l’italianità ha diritto a inventarsi i suoi Garibaldi; tanto più questo è vero quando una malferma “nazione”, quale è quella italiana, continua ad aver bisogno di eroi senza badare troppo per il sottile.

Ma prima o poi viene il giorno in cui diventa necessario badare per il sottile: e ciò avviene in quanto la contraffazione mitica dei fatti storici, che esiste per alimentare l’immaginario collettivo, viene fatta quagliare troppo a lungo come presunta vicenda storica, per alimentare una coscienza storica falsa dai banchi di scuola ai valori fondativi delle istituzioni politiche.

Giuseppe Garibaldi fu senza dubbio una persona particolare: nato in una famiglia spregiudicata nel far tornare gli affari, formato nelle enclave extraterritoriali genovesi sul mar nero, uomo da far west in una pseudorepubblica di fazenderos in sudamerica, organizzatore di milizie illegali nel puzzle italico dopo gli anni trenta.

Concentriamoci sul fenomeno ricorrente delle “milizie”, cioè dei corpi militari illegali; interi capitoli di storia dovrebbero essere riscritti se partissimo da queste galassie oscure; ve ne sono state di eroiche e ve ne sono state di bestiali, ve ne sono state in nome di una causa, e ve ne sono state di mercenarie pure.

E dunque, cosa erano le milizie di Garibaldi?

A che gioco giocava quando dribblò ripetutamente Mazzini per vendersi a Cavour, e dribblò Cavour per vendersi al re, e fu eletto come deputato col fulgore dell’eroe dei poveri mentre ovunque passasse con le sue milizie riempiva il “risorgimento” di quei territori liberati con leggi eccezionali, processi sommari e personaggi nefasti quali Nino Bixio e Francesco Crispi?

E tuttavia, non è su un personaggio del genere che va tematizzata l’orditura del processo cosiddetto risorgimentale; il regno sardo-piemontese esisteva da quasi un secolo quando lui nacque, e già tra Metternich e il re sabaudo era condiviso il fatto che l’italia era solo una espressione geografica e non era affatto una entità nazionale.

Ora, su questa fuggevole nozione relativa alla storicità profonda di una “nazione” italiana si può discutere senza fine; nel frattempo, forse è il caso per tutti di non impiccarsi a questa sacralità a sua volta imbrattata per secoli di tanto sangue, la sacralità della nazione; le nazioni, come i soggetti individuali, non sono da sempre e per sempre: esse semplicemente “diventano”, e lo diventano con verità o con menzogna, con dignità o con disonore.

Il “risorgimento” italiano si è configurato entro un quadro di madrine in auge al momento dato, l’Inghilterra e la Francia; ha macinato illegalità internazionali, soprusi sociali e delitti di miliziani reclutati a centinaia nei bassifondi della società; la creazione di miti e di improbabili eroi dei due mondi ha semplicemente mascherato tutto questo.

Gian Luigi Deiana

SEDUTA SPIRITICA il tavolo a tre gambe del sistema politico italiano – di Gian Luigi Deiana  

SEDUTA SPIRITICA
il tavolo a tre gambe del sistema politico italiano

di Gian Luigi Deiana

 

Ritengo che per chiarirsi le cose siano necessari tre passaggi argomentativi:
primo, il tavolo politico ha tre gambe;
secondo, il paese è in preda a una sbornia;
terzo, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica è decisiva per mantenere l’attuale Costituzione.

1: il peggio che ti possa succedere se ti sposi è che qualcuno ti regali un tavolo a tre gambe, e questo è ciò che è stato regalato al popolo italiano quando si è gettato alle ortiche il sistema proporzionale per sostituirlo con la chimera del “bipolarismo”, quel perfido regalo in cui paghi due e ti appioppano tre; non solo, ma le tre gambe non sono affatto tutte e tre della stessa lunghezza e per di più la loro misura si altera di continuo a seconda degli umori instabili di quel popolo che vi sta intorno; anche solo per le consultazioni su una ipotesi di governo il presidente della repubblica si ritrova a fare il medium di una seduta spiritica, e giustamente avverte la tentazione di buttare il tavolo e i burattini; ma…

2: ma se il tavolo viene buttato all’aria esso con nuove elezioni tornerebbe di nuovo sulle sue tre gambe, ed esse sarebbero ancor meno uguali di quanto siano oggi: se infatti si andasse subito al voto il blocco di destra potrebbe ragionevolmente prendere il 45%, il blocco di pseudosinistra il 30% e l’oca giuliva il 25%, con una significativa alterazione ortopedica del tavolo intero e il governo sarebbe un governo di destra fiancheggiato dal solito partito fantasma dei responsabili; tuttavia questo risultato non deriverebbe da un ragionato soppesamento delle scelte di voto, ma dal fatto che oggi il popolo sovrano voterebbe in preda a una sbornia catastrofica: dal che deduco che il dovere di un garante, il presidente della repubblica, è prima di tutto quello di impedire che si costituiscano governi comprendenti ministri che somministrano droga, alcool adulterato, rabbia da cani; se non ha avuto il coraggio di impedirlo finora, ora abbia pazienza e faccia in modo che il popolo elettore smaltisca la sbronza, poichè questa sbronza è anche colpa sua, cioè faccia in modo che nasca un governo di smaltimento, o di decantazione come diciamo ad ardauli quando ci capita di alzare il gomito;

3: naturalmente questa situazione non si è verificata per caso, infatti i maghi spiritici del bipolarismo e dell’etilismo politico generale sono ben noti, almeno da Berlusconi in poi, passando anche per Veltroni, Renzi e Salvini, e non si è verificata a caso in quanto essa è diretta a un obiettivo fondamentale, seppellire la COSTITUZIONE senza doverla uccidere ufficialmente, cioè “seppellirla viva”; ora l’occasione cruciale sopravverrebbe fra tre anni, nel 2022, e precisamente per l’elezione del nuovo presidente della repubblica (pensate a Calderoli, o a Taormina, o a Nordio, o a Giuliano Ferrara ecc.); ma se questo parlamento durasse fino alla sua fine naturale, il 2023, la destra non riuscirebbe in questo che è il suo vero fondamentale progetto, a meno che la lega non riacchiappi l’oca gialla in extremis: questo spiega il comportamento apparentemente incongruo di Salvini in questi giorni.

CONCLUSIONE: non è vero che il voto è il senso della democrazia, lo è a condizione che l’elettore non sia ubriaco e che i partiti che si candidano non siano partiti eversivi; dato che oggi il partito che muove le carte è un partito eversivo, e che il titolare del voto deve smaltire la sbornia da esso alimentata, è oggi necessario che si faccia un legittimo governo anti-destra, che esso possa procedere fino all’elezione di un presidente costituzionale e che nel frattempo, se esiste anche una sinistra, essa si risollevi umilmente, realisticamente e coraggiosamente in piedi.

GLI SQUALI DEL PIANETA di Gian Luigi Deiana  

GLI SQUALI DEL PIANETA

di Gian Luigi Deiana

 

Prendi due paghi uno: la Groenlandia e l’Amazzonia sotto assedio.

In pieno allarme sui margini dell’emergenza climatica si sta scatenando l’attacco al vero cuore immacolato di Maria o a ciò che ne resta per tutti noi poveri mortali; perchè la sciocca presunzione di immortalità è quella del capitalismo e delle sue pantomime politiche.

Le pantomime più agitate, votate de nazioni poste in stato di ubriachezza totale, sono oggi quelle del brasiliano di origine italiana Bolsonaro e dello statunitense di origine tedesca Trump.

Bolsonaro sta azzerando il polmone planetario dell’Amazzonia e Trump sta ricattando la Danimarca per comprare la Groenlandia; la Groenlandia, una nazione indipendente, federata allo stato danese, in fase di disperata perdita dei ghiacciai che equilibrano l’intero clima terrestre e che comincia a mostrare il suo suolo denudato alla tentazione mortale delle trivellazioni.

Ma nella realtà non vi è del marcio nel regno di Danimarca: questa piccola nazione dice no a Trump, e le ammirevoli nazioni scandinave che la accompagnano acquistano pezzi di Amazzonia per salvare la foresta.

Cosa è il cuore immacolato di Maria?

LA MISURA E LA PERVERSIONE a cosa serve un Parlamento – di Gian Luigi Deiana

LA MISURA E LA PERVERSIONE
a cosa serve un Parlamento

Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, ha ospitato ieri una seduta teatrale, benefica e provvidenziale; la comune espressione spregiativa ‘fare teatro’ non rende merito alla necessità politica del “teatro”, inteso come il luogo nel quale davanti al pubblico dei cittadini l’azione politica prende forma e tra gli attori politici interviene una comparabilità e scaturisce una misura.

Nel corso degli anni l’azione e gli attori, la comparazione degli argomenti e la possibilità della misura sono sgusciati via dal loro luogo deputato e sono stati trapiantati in sedi artificiose e false, prima gli studi televisivi o poi i cosiddetti social; Berlusconi è stato il campione dello scippo della politica sulla tv come Salvini è stato il campione del sequestro della politica sugli account; non sono i soli, per esempio anche Renzi ha usato questa scorciatoia.

Questo trapianto non è grave, è mortale: significa sottrarre il mio bambino, il bambino di noi tutti, rinchiuderlo al servizio della propria sconcezza e abusare di lui: può essere ammissibile che questo lo si conceda a un comune parlamentare, ma non può essere concesso a un capo di governo, o a un ministro, o anche solo a un sindaco, i quali hanno un solo campo obbligato in cui parlare e “rendere conto”, quello in cui possono essere misurati pubblicamente senza trucchi e senza truccatori.

Trucchi e truccatori, e cioè lo “staff”: il capitolo dello “staff” è platealmente una variante da pervertiti, molto più del celebre giglio magico e delle cene di Arcore; ripeto: un capo politico che miscela questa sua funzione con quella di ministro e svolge questa miscela attraverso uno “staff” è un pervertito, e nel caso attuale si tratta del ministro dell’interno; che ne diremmo di un giudice che su una sua causa in corso espone il suo giudizio di colpevolezza e il dispositivo della sua sentenza su facebook? e se lo fa come prassi usuale un generale in missione, o un maresciallo dei carabinieri, un chirurgo?

Quale è lo standard di accreditamento pubblico di uno staff privato? A quali dati riservati e a quali contratti di stato può avere accesso un Salvini? O a quali emissioni di giudizio nei confronti di altri corpi dello stato, per esempio giudici comunisti di merda o finanzieri di lampedusa disobbedienti?

Eccetera: dunque ieri si è potuto finalmente assistere a una seduta parlamentare; tutti quelli che l’hanno seguita hanno potuto “misurare” la sensatezza o l’ipocrisia, la dirittura o la perversione del capo del governo e dei senatori che sono intervenuti.

Dal mio punto di vista la cosa più plateale è la vuotezza di argomento del pervertito ministro dell’interno, la sua letterale incapacità di reggere un qualunque discorso se gli si tolgono le frasi fatte e di qui la risoluzione spudorata nel “cuore immacolato di Maria”, afferrato goffamente come farebbe con una ciambella di plastica un bambino che non sa nuotare; salvo che questa cooptazione forzata e declamata in pubblico di una immagine sacra è un fenomeno speculare a quello delle evocazioni demoniache dello splatter, cioè è roba da mama Ebe.

E la cosa più intrigante è invece, sempre per me, l’atteggiamento di Giorgetti, che di un fissato come Salvini sembra averne le palle piene.

Quanto a un giocatore ormai decisivo, il capo del pd Zingaretti, non è un senatore e quindi ieri fisicamente non c’era; tuttavia ci sarebbe dovuto essere politicamente e invece ha dato ancora una volta l’impressione di un giocatore che non riesce a toccare palla; questo ha fatto fare bella figura sia a Conte che a Renzi, e le belle e le brutte figure, se rese nel teatro parlamentare come luogo pubblico specificamente deputato, sono sempre molto istruttive.

L’ALTARE dell’ARCOBALENO la bandiera del gay pride nel duomo di Reykjavik – dall’Islanda Gian Luigi Deiana

L’ALTARE dell’ARCOBALENO

la bandiera del gay pride nel duomo di Reykjavik

 

Reykjavik ospita i due terzi della piccola popolazione dell’islanda, e il centro di Reykjavik è dominato dal grande piazzale di una collina in cui sono situati, di fronte alla baia, il duomo, la statua di Eric il rosso e la bandiera nazionale: si tratta dei simboli identitari ritenuti irrinunciabili, cioè la sacralità, la storia e l’indipendenza.

Io credo di nutrire un misurato rispetto per questo genere di valori collettivi e pur privo di devozione non esito a cercare, in particolare nei luoghi di preghiera, lo spirito del luogo e la sua speranza, quello che Carlo Marx chiamava “il sospiro della creatura oppressa”.

È per questa ragione che siamo passati lassù, nei luoghi della devozione, per un augurio di tornare di nuovo; finalmente il sole splendeva senza nubi, il mare davanti brillava nello splendore della mattina , e la piazza ospitava l’andirivieni della solennità e dei curiosi.

Siamo entrati in chiesa come si fa, dandoci il contegno consueto alle cose serie, ma questa volta ce ne siamo trovati improvvisamente spogliati: l’ingresso era presidiato da un banco dal quale alcune sorridenti ragazze del gay pride davano il benvenuto ai fedeli e là davanti l’ampia scalinata dell’altare era coperta dal grande drappo dell’arcobaleno.

Allora ci siamo spiegati il perchè di quella nuova bandiera là fuori, innalzata tra la statua di Eric e la bandiera della nazione con tutti i colori al vento.

Il gay pride di Reyjavik, che prevedeva la sua conclusione appunto questo grande sabato di agosto con un grande corteo verso la chiesa e il concerto d’organo serale della fuga di Bach, ha avuto la durata di un’intera settimana, rivestendo le vie, i negozi e i luoghi pubblici in genere; non si è trattato di una concessione di una maggioranza nei confronti di una minoranza, ma di una festa generale della liberazione: qui sta la serietà di cui non siamo ancora capaci quaggiù in questa europa illuminata e stupida: LA FINE DELL’ APARTHEID.

Se si ritiene desiderabile che Dio, o la morale, o il diritto, siano uguali per tutti, deve almeno essere desiderabile che ciascuno sia uguale anche di fronte a Dio, al costume generale, ai luoghi educativi e di vita comune, oltre che di fronte alla nazione e al grande oceano di Eric il navigatore.

 

 

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