Gianluigi Deiana

ULASSA

Dal Seminario estivo
COBAS Scuola Sardegna
di Ulassai luglio 2019

 

ULASSA

Dice che il mondo è bello perchè è vario
visto vicino e visto da lontano
ma vuoi mettere quassù sull’altopiano
privi di connessione e calendario?

Oh quanto vorrei stare al seminario
di questo pieno luglio a Genazzano
oltre la nube del grande smog romano
sparar cazzate da sopra a quel sipario.

La scala di San Giorgio è in una gola
sotto il gran cielo silenzioso e terso
qui ti si svela piccina ogni parola.

Ogni certezza svela anche l’inverso
chiedi alla notte il senso della scuola
e cerchi la misura al tempo perso.

di Gian Luigi Deiana

SE (“sopra il cuore un’ancora”: una poesia per Carola) e SCALA QUARANTA i sommersi e i salvati

SE (“sopra il cuore un’ancora”: una poesia per Carola)
e SCALA QUARANTA i sommersi e i salvati

di Gian Luigi Deiana

 

A volte si deve prendere una decisione sapendo di poter perdere: ma non si tratta di vincitori e vinti, si tratta di sommersi o salvati;
se la comandante avesse obbedito all’alt e fosse tornata di nuovo indietro?
se la giudice avesse convalidato l’arresto o semplicemente avesse ordinato la liberazione con motivazioni meno chiare?
se qualcuno dei naufraghi, esposti per settimane al ludibrio di un pubblico rabbioso, non avesse resistito?
se una sola voce morisse, come si muore in queste circostanze?
questa è una vera lezione, prima di tutti per te e per me;

dedico alla comandante Carola questa poesia, che mi gira in mente fin dal primo giorno di questa storia;

è di Rafael Alberti:

SE LA MIA VOCE MORISSE IN TERRA
PORTATELA AL LIVELLO DEL MARE
E LASCIATELA SULLA SPIAGGIA

PORTATELA AL LIVELLO DEL MARE
E NOMINATELA CAPITANA
DI UN BIANCO VASCELLO DA GUERRA

OH ! LA MIA VOCE DECORATA
CON LE INSEGNE MARINARE:
SOPRA IL CUORE UN’ANCORA
SOPRA L’ANCORA UNA STELLA
E SOPRA LA STELLA IL VENTO
E SOPRA IL VENTO UNA VELA

SCALA QUARANTA
i sommersi e i salvati

Dopo aver riportato una poesia marinara, per quaranta migranti messi in mare settimane fa sulla costa libica e sbarcati fortunosamente la notte scorsa, e per la liberazione della capitana della nave sea watch che li aveva raccolti, appena avevo finito di trascriverla ed i notiziari di questa mattina trasmettevano la notizia di un bombardamento su un campo di detenzione alla periferia di Tripoli, uno dei tanti definiti come porto sicuro;

il primo conteggio dava esattamente quaranta morti, oltre un numero imprecisato di feriti; non riesco a pensare al carico di disumana speranza o di umana disperazione che ha gravato per tanto tempo su questi ostaggi della civiltà, prima che la grande consolatrice scendesse dal cielo; qualcuno ama assimilare i suoi pretesi dis-simili ai topi; questi hanno dovuto portare il peso della loro vita come uomini, buoni o cattivi che fossero; poi però hanno dovuto vivere la loro morte come topi, e almeno fra topi si muore tutti uguali;

quaranta salvati contro quaranta sommersi: l’aritmetica presenta in tempo reale la sua vendetta;

l’aritmetica?

RELIGIONE: L’ESSENZA E LE FORME (“the bloody church of england in chains of history”) di Gian Luigi Deiana

RELIGIONE: L’ESSENZA E LE FORME

(“the bloody church of england in chains of history”)

di Gian Luigi Deiana

 

Ieri notte ho scritto una considerazione mentre aprivo la finestra prima del sonno; riguardava la religione ed era casualmemte scaturita da una conversazione al bar; la conversazione era terminata inconclusa, come sempre in questo tema, per il carattere  composito della religione stessa.

Ora provo a reimpostare l’argomento in modo più chiaro, se dio vuole (!)

Poco meno di duecento anni fa un importante filosofo, tale L.F., pubblicò un libro intitolato appunto “L’ESSENZA della religione”; e poco più di cento anni fa un altro importante filosofo, tale E.D., ne pubblicò un altro intitolato “LE FORME elementari della vita religiosa”.

Questi due titoli offrono la comodità di una dualità oppositiva e di qui due distinte linee di ragionamento: l’essenza della religione, cioè la sua ragione psichica profonda è una, le forme della religione, cioè le “confessioni” religiose vere e proprie, sono svariate; l’errore fatale consiste nel trascurare questa semplicissima distinzione.

Nella conversazione del bar io ero preso da una mia annosa insofferenza per l’ateismo, sia dogmatico che popolare, e ora cerco di spiegare che c’entra.

L’ateismo è in genere un atteggiamento, e talvolta una dottrina, perennemente all’erta contro la religione, la religione in senso lato: ma considerare la religione in senso lato significa appunto trascurarne il carattere composito e procedere con la confusione fondamentale: l’ateismo usa muovere guerra alle “forme” storiche della religione dando a intendere che la religione è malata nella sua “essenza”.

Bene, io penso che la religione nella sua “essenza” sia una delle poche cose vivicanti e sane della condizione umana oggi; non riesco nemmeno a immaginare la situazione di un mondo popolato da sette miliardi di esseri umani religiosamente vuoti e integralmente votati al nichilismo, questo modernissimo nichilismo dettato oggi dal funzionamento automatico dei mercati, dalla riduzione di individui e di intere società a codici a pin e dal depauperamento generale delle relazioni umane.

Ora, l’ateismo non è l’opposto conclamato della religione, è invece e soltanto l’opposto conclamato del teismo; ma non tutte le religioni sono teistiche, il che rivela che l’esito storico di tipo teistico è per una religione solo “una” possibile e non necessaria risultanza “formale”, che viene a costituirsi come “confessione” religiosa particolare ovvero come “chiesa”.

E’ storicamente vero il fatto che le religioni proprie di grandi popoli, o di grandi coesioni tribali o di grandi nazioni, abbiano sempre finito per assumere una caratterizzazione teistica, quindi sacerdotale, quindi dogmatica; ma questa è appunto una caratterizzazione storica, una configurazione di forme, un derivato fattuale, non affatto una essenzialità.

Poichè la religione è nella sua ragione profonda un intruso ‘spirituale’ connaturato alla psiche l’ateismo, incapace di spiritualità e disturbato dalla sua presenza,  ne va a caccia senza tregua: e tuttavia si ritrova nel suo mirino sempre e solo i travestimenti  corporei della modalità religiosa, cioè le credenze, i teismi e le chiese, ovvero le sue forme confessionali; ma mentre confligge contro le forme “confessionali” della religione, crede e fa credere di confliggere contro la scaturigine profonda della religione stessa, il radicamento del sacro, contro cui in realtà non può nulla.

Questa perenne ricorrenza ci impone di distinguere fra il concetto di religione e il concetto di “confessione religiosa”; infatti si può essere integerrimi da un punto di vista confessionale ed essere assolutamente vuoti da un punto di vista religioso: anzi è quasi sempre così, come dimostra il fatto che tutte le chiese sono edificate su sepolcri imbiancati (cit. Gesù di Nazareth).

Ma l’essenza del sacro è un’altra e non è talmente solitaria ed eccezionale da poter essere ridotta nei recessi oscuri del misticismo (che pure costituisce una componente importante della spiritualità); io ritengo che il sacro, o la distinzione sacrale nella condotta, sia un retaggio psichico anteriore a qualunque dio, a qualunque dichiarazione di fede e  a qualunque chiesa: questo è il punto.

L’esempio più coinvolgente per me sulla essenza del sacro è quella che gli indiani nativi canadesi chiamano la “preghiera della morte”: riguarda la pausa di rispetto che il lupo osserva quando l’animale da lui inseguito, esausto, si è arreso; il lupo non lo attacca subito, come imporrebbe la sua necessità; ambedue gli animali si fermano, e si fermano, secondo la visione dei nativi di quei luoghi, come in preghiera.

Questa è l’essenza della religione.

 

(i filosofi citati con le iniziali sono Ludwig Feuerbach ed Dmile Durkheim)

L’ ESSENZA DELLA RELIGIONE (non c’è dio senza preti?) di Gian Luigi Deiana

L’ ESSENZA DELLA RELIGIONE

(non c’è dio senza preti?) di Gian Luigi Deiana

 

Scrivo queste righe verso mezzanotte, nel prendere atto che anche questo giorno è finito e “già vedo danzar l’altro”; in questo istante solitario io trovo tutta l’essenza di ciò che considero sia la religione, o più precisamente la disposizione religiosa.

Ogni volta il mio rito consiste nell’ aprire la finestra, anche nel gelido inverno, e respirare con la consapevolezza dell’aria; so che è un rito, e che da un punto di vista fisiologico non ha niente di necessario; non ha neanche alcunchè di di simbolico o di comunicativo, poichè qui ci sono io solo tra me e me: eppure questa elementare necessità di aprire per poco una finestra, e accomiatarmi dal “fuori” con la compagnia immaginaria dei miei morti, è la mia azione sacra.

L’essenza del sacro sta dunque in questo ritaglio separato, cioè in questa separazione dalla successione quotidiana di eventi; la disposizione religiosa non è “eventuale”: essa consiste nella necessità di odorare la notte, ovvero di confermare anche oggi il mio rapporto col fuori, il mio saluto, il mio augurio e il mio omaggio.

La disposizione religiosa sa bene che una sua codificazione comporta l’immissione di dio, e in genere la complementare immissione di catechismi e di preti: ma nè i preti, nè i catechismi e nemmeno dio stesso costituiscono l’essenza della religione.

La scuola che si dedica a combattere la religione, cioè l’ateismo militante, è mossa da uno spirito di crociata fanatizzato, ma fanatizzato contro elementi disparati della religione, dio o la chiesa in particolare, che sono solo complementi secondari della religione stessa; in ragione di questo l’ateismo è la forma più chiesastica, più catechistica e più vacua tra gli attori oggi in campo.

Tanto tempo fa fui sbattuto in gattabuia per alcuni giorni, in una cella la cui presa di luce e di aria era una bocca di lupo; non era possibile vedere il “fuori” ed io ero costretto a finire il mio giorno senza il mio sguardo sul buio; questo impedimento era letteralmente tortura, e la mia mente reagiva passando le ore della notte a pensare la strada, le strade.

Questa è l’essenza della religione.

CRESCETE  E  SBRANATEVI  (inverter: prolificità e sterilità nella cronaca di un giorno di giugno)

CRESCETE  E  SBRANATEVI 

(inverter: prolificità e sterilità nella cronaca di un giorno di giugno)

di Gian Luigi Deiana

 

Non ho in mente considerazioni sulla macelleria dei corpi, ho in mente invece due osservazioni sulla macelleria dei significati. 

I significati possono essere partoriti, gemellati, smembrati, travestiti e fatti sparire molto più che non i corpi, e più di qualunque altra cosa del creato, possono essere mascherati o nascosti o sdoppiati a piacere, e persino essere appesi a testa in giù e messi a penzolare

Ci sono situazioni che fanno piangere, ma appena trasferite in un significato possono proprio far ridere, e viceversa.

 

Sull’Unione Sarda del 7 giugno 2019 vi è un articolo di cronaca relativo a un lenzuolo bianco appeso ad un balcone nel paese di Isili.

Sul lenzuolo c’è scritto: “Meloni e Salvini, il vostro odio è sterile”; la scritta è stata ritenuta offensiva, quindi da un lato è sopravvenuto l’ordine di rimozione, e dall’altro si è contrattaccato con una raccolta di firme.

Da un lato la tetraggine dell’autorità costituita, e dall’altro l’autorevolezza di intellettuali esacerbati; 

 

La mia osservazione è questa: l’affermazione riportata sul lenzuolo è sbagliatissima, quindi le due parti contendenti si stanno opponendo le une alle altre per un errore incrociato: infatti l’odio, ma in particolare l’odio seminato con la seminatrice della retorica patriottica e della demagogia razzista, non è affatto sterile, anzi è la cosa meno sterile che ci sia nel creato.

Anzi è proprio la madre più prolifica di tutte e giorno dopo giorno, ora dopo ora, è in grado di moltiplicare dal nulla la sua prole.

Lo schema esemplare è che uno come Renzi dissoda in profondità il terreno e poi uno come Salvini ci semina sopra.

E’ facile facile, quindi io invertirei del tutto il dispiegamento del lenzuolo e ci scriverei: “Meloni e Salvini, il vostro odio fa un sacco di figli” e con questo sarebbero tutti contenti, i carabinieri non avrebbero motivo di intervenire e gli intellettuali non spenderebbero il loro genio a fare da ventriloqui a un lenzuolo.

 

Sempre sullo stesso numero dell’Unione Sarda c’è un altro articolo di cronaca relativo a non si sa quanti lenzuoli neri; riporto il testo: “un infermiere tedesco di 42 anni, Niels Hoegel,è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di 85 pazienti; ma con la riesumazione di oltre 130 corpi la perizia sospetta che il bilancio delle vittime possa essere superiore a 200. 

L’uomo è considerato il serial killer più prolifico del dopoguerra in Germania”.

 

La mia seconda osservazione è questa: posso capire che il crollo della natalità in Europa abbia toccato livelli preoccupanti, ma come si fa in un giornale a definire “prolifico” un caso di mortalità seriale che ha partorito le sue salme col ritmo di almeno una ogni nove mesi in meno di vent’anni di ormonalità riproduttiva?

 

Conclusione: l’odio non è sterile, ma è molto prolifico: quindi chi se lo nutre dentro di sé deve sapere che è padre e madre di altro odio.

L’omicidio seriale non è prolifico, ma è sterile come l’integrale disfacimento: nel conto dell’infermiere Hoegel non è possibile registrare i nomi di quante tra le sue vittime siano state cremate dopo il loro ultimo soggiorno nel luogo in cui ritenevano di essere curate, e a queste non è concesso quindi nemmeno il privilegio della riesumazione e del riconoscimento della causa di morte.

 

Che vi sia una interfaccia reale fra situazioni così semanticamente opposte esige una esplorazione dei sottosuoli di come sia l’animo umano nell’epoca che stiamo vivendo, o che stiamo morendo: la iniziò il grande Sigmund Freud, e la chiamò la pulsione di morte.

 

 

Per Massimo: 25 anni senza Massimo Troisi

Sono passati 25 anni (4 giugno 1994) da quando ci ha lasciati, prematuramente, il grande Massimo Troisi.

In suo ricordo pubblichiamo una poesia di Gian Luigi Deiana, a lui dedicata.

 

POESIA PER MASSIMO TROISI

 

ANCHE LA MORTE RUPPE QUASI IN PIANTO
QUANDO PER TE DISTESE IL SUO LENZUOLO,
ANCHE IL SILENZIO MORMORAVA IL CANTO
O MASSIMINO PER PORTARTI IN VOLO

CORRESTI CON COLOMBO E MARCO POLO
PER QUESTO MONDO DISPERATO E VANO,
TU COME IL PETTIROSSO E L’USIGNOLO
COME PABLO NERUDA E MAGELLANO

NEPPUR LA MORTE TI PORTO’ LONTANO
APRENDO IL NOSTRO CUORE COME CULLA
PER RICORDAR COS’E’ L’ESSERE UMANO
CHE AMA LE CREATURE E SI TRASTULLA

COS’E’ UNA STELLA ACCESA IN MEZZO AL NULLA,
COSA MUOVEVA IL POVERO DI ASSISI,
TAMBOURIN MAN, QUEL TUO TAMBURO RULLA
IL JAZZ ETERNO DEI PERSI E DEGLI UCCISI

MIO MENESTRELLO DI SMORFIE E DI PAROLE
SENZA MERCATO, SENZA SPOT E CRISI,
CHE PARLI CON IL LUPO E PARLI AL SOLE,
VIVI PER SEMPRE, MASSIMO TROISI

gian luigi deiana

EUROPA : MILLE MASCHERE PER UNA IDENTITA’ (un voto al buio in cerca di luce) di Gian Luigi Deiana

EUROPA : MILLE MASCHERE PER UNA IDENTITA’ 
(un voto al buio in cerca di luce)

di Gian Luigi Deiana

l’appuntamento continentale con il voto del ventisei giugno è assolutamente paradossale; già in tutta la sua breve storia l’istituzione europea ha assegnato con piena regolarità e totale confusione il check up della propria esistenza al voto popolare, ma questa volta la regolarità e la confusione hanno proprio toccato l’apice; votano ventisette paesi, il più occidentale dei quali ha decretato per referendum il proprio exit, e i più orientali dei quali sono guidati nella propria entry da governi incompatibili coi principi fondativi dell’istituzione stessa;

ma poiché noi siamo in mezzo, ed anche con esalazioni fasciste fino al collo, ci si rende necessario evitare di fare spallucce ed anzi ragionare a fondo su questo enigma; propongo quindi alcuni passaggi di un possibile coerente ragionamento:

primo: dal punto di vista della dinamica storica e della proiezione antropologica il processo di unificazione europea è irreversibile, così come è ormai irreversibile il fatto che io g.l.d. non sono diventato vescovo di dusseldorf o centravanti del celtic di glasgow o pastore di renne in lapponia; quindi fare comparazioni tra la scena attuale e una immaginaria scena alternativa dotata dei connotati di quarant’anni fa (avere come moneta la lira o come legge suprema la costituzione) è tempo perso; oggi il campo di battaglia è questo e non ve ne sono altri;

secondo: il processo di unificazione si è realizzato finora, in circa sessant’anni, su tappe forzate, la cui forzatura è passata di mano su quattro fasi: nella prima fase i profeti, entrati in scena in nome della pace in seguito alla grande carneficina conclusa nel 1945 (spinelli ecc.); nella seconda fase i ricostruttori, cioè le grandi leadership politiche della comunità economica europea (schumann ecc.); nella terza fase i riformatori liberali post-socialdemocratici ispiratori di maastricht (delors ecc.); nella quarta fase i neoliberisti in senso stretto (juncker ecc.); oggi l’intera baracca è alla mercé di questa leadership, chiaramente incapace di ragionare in termini riformatori (terza fase ), politici (seconda fase) e tanto meno profetici (prima fase); il risultato sono figure scialbe come moscovici, o tusk, di cui non ci si può nemmeno lamentare in quanto ogni alternativa oggi sul campo può essere peggio;

terzo: posto che il processo è irreversibile ma che il suo prosieguo è al buio, cosa può fare questo voto? la risposta deve tener conto del fatto che in realtà l’istituzione che si va a votare è prevalentemente pletorica, in una architettura istituzionale che è strutturata molto sulla “governance” (la commissione) e poco sulla “rappresentanza” (il parlamento); tuttavia il voto per il parlamento assume un forte peso simbolico, soprattutto se ne derivasse un successo forte del cosiddetto “sovranismo” o di un protagonismo postumo degli stati-nazione; ((quindi secondo il sottoscritto è necessario andare a votare per indebolire questo esito reazionario oggi quanto mai pericoloso e nefasto));

quarto: i paesi fondatori sono approdati al progetto profetico di unificazione “a seguito” della scrittura di costituzioni nazionali democratiche avanzate, ispirate ai principi di democrazia, libertà individuale, diritti civili, giustizia sociale e pace tra le nazioni; curiosamente proprio quello che doveva essere il condensato unificato di queste costituzioni nazionali, cioè l’unione sovranazionale, non ha a sua volta una costituzione;

quinto: il non avere una costituzione vera e propria ha reso possibili due gravissime degenerazioni: la prima, il fatto che il potere è passato di mano ad oligarchie e articolazioni burocratiche avulse dal sistema reale dei bisogni e dal vaglio democratico degli indirizzi di governo; la seconda, il fatto che il vuoto di condizioni democratiche ha spalancato tutte le porte all’ingresso di paesi guidati da regimi reazionari e di campagne di propaganda nazionaliste allo stato puro;

sesto: tutte le costituzioni democratiche sono nate da passaggi storicamente tragici: grandi rivoluzioni sociali o grandi guerre; l’unione europea ha avuto l’ambigua fortuna di essere nata dalla pace costruita sulle ferite curate da quelle resistenze e da quelle costituzioni; ma le “ambigue” fortune, come le eredità di cui si è indegni, alla fine presentano il conto, ed oggi siamo appunto a una presentazione del conto il cui esito appare, appunto per questo, preoccupante e indecidibile;

settimo: per capire cosa sia davvero l’europa dobbiamo chiederci quale sia oggi la specifica identità di ciascuno di noi; se ci disponiamo a questo esercizio troveremo che l’europa è oggi per ciascuno di noi una scena di travestimenti e di maschere, laddove nessuno propriamente dice la verità; anzi nessuno sa quale sia almeno la verità sua propria; e dunque ciascuno di noi è spinto a connettere la sua singola identità (già di per sé incerta) alle pseudoidentità mutevoli ed effimere che compaiono confusamente in scena giorno dopo giorno: l’europa dei travestimenti, degli sproloqui e delle invettive, come nel frastuono di una giostra invasa da spot, venditori di spam e clown;

conclusione: ma… ma sotto il turbinio del presente perdura una lunga scia profonda, la storia nella sua lunga durata; qui va misurata e coltivata l’identità, anche se in genere non ne siamo all’altezza; questa identità profonda, questa comune discendenza, spiega perché non ci sarà di fatto alcuna brexit e perché, se riusciremo a riconciliare la visione profetica e l’intelligenza rivoluzionaria, questa propaggine del sole che va ad occidente si illuminerà.

ALABAMA banjos playng through the broken glass

ALABAMA
banjos playng through the broken glass

di Gian Luigi Deiana

 

Forse tutto quello che io conosco dell’alabama si riduce alle immagini evocate da questa vecchia canzone: banjos suonano attraverso i vetri rotti; e il klan, e altre tristi canzoni che descrivono uno strano frutto annerito pendere da un albero;

dunque da oggi l’alabama è il diciassettesimo stato dell’unione a dotarsi di una legge che proibisce l’aborto anche in caso di stupro e in caso di incesto; è così tanto bello e sacro amare i bambini nella pancia degli altri, quale che ne sia la condizione? e poterlo fare sfregiando gratis le madri in questo modo?

stamattina io sono venuto a sapere che le milizie curde che hanno sconfitto l’isis hanno nei loro villaggi da mesi alcune migliaia di prigionieri: moltissimi tra questi sono foreign fighters cittadini europei e di conseguenza è stata avanzata alle rispettive madrepatrie la richiesta di prendersi in carico i propri cittadini detenuti laggiù e giudicarli: bene, solo la gran bretagna e la russia hanno risposto, commissionando sia l’una che l’altra cinque bambini nati da quella allucinazione: ma solo bambini, e solo cinque per ciascuna ‘patria’; non i padri guerrieri di un dio insensato, non le madri schiavizzate al loro servizio; solo i bambini, fino a cinque;

credo che sia ragionevole, soprattutto da parte dei maschi, farsi un’ idea e una disposizione dialogica onesta sull’aborto, improntate alla comprensione e al pudore; l’indirizzo normativo espresso dalla riforma legislativa in alabama e dunque vigente in un terzo degli states ha il triste pregio di mettere la cosa (la donna) a nudo:

proibire l’aborto anche in caso di incesto o di stupro è come innalzare una croce sul golgota per godere della sua pubblica vista; sacralizzare la gravidanza quale che ne sia la costrittività e la condizione e sputarci sopra ogni volta che si afferma di venerarla; significa imporre per legge a una donna di avere schifo di se stessa per tutti i giorni della propria vita; imporle di percepire il proprio corpo come la gabbia di una prigione e di odiare con ogni singolo respiro la povera anima che vi deve restare prigioniera, con fine pena mai;

in nome di quale dio o di quale morale si può giungere a una simile sopraffazione? c’è in realtà un dio: è la presunzione di onnipotenza di una maschilità sbandata, impaurita dalla femminilità e ormai totalmente fuori controllo nella sua presa predatoria sulla vita: la vita;

la proibizione di abortire è lo specchio dell’imposizione di abortire: è lo stesso medesimo delitto, commissionato alla donna perchè sia il sicario di se stessa; è grave in senso primordiale: esso affonda il suo artiglio in “sas intragnas”, e fatto ope legis ha la potenza di un linciaggio; preserva una strana memoria, l’alabama;

banjos playng through the broken glass

INCONTRO RAVVICINATO DEL TERZO TIPO: perché Salvini vuole incontrare la professoressa? di Gian Luigi Deiana

Per capire la surreale vicenda della scuola di Palermo, investita come ogni luogo pubblico dalle obbedienze securitarie emanate dal Viminale, è necessario aggiornare la situazione a stamattina 18 maggio 2019 e fare poi tre o quattro passi indietro: cioè, è bene non fermarsi allo stupore conseguente alle sanzioni disciplinari su una insegnante buona e pacifica, almeno come Santa Rosalia, ma dare uno sguardo alla sequenza da cui questa vicenda proviene.

Stamattina la Lega ha in programma la manifestazione nazionale a Milano, evento che dovrebbe portare alla massima prova del consenso di piazza la sua campagna elettorale antieuropea: nell’aritmetica della propaganda non si tratta, in questa occasione, di legittimare comportamenti di estrema destra, rabbie sottoproletarie o irrazionalità delle periferie, ma di esibire ai media il consenso della “maggioranza silenziosa”; per tale ragione è proprio controproducente arrivarci con il ridicolo alone guerresco derivato dall’aggressione ministeriale a una insegnante disarmata; è invece necessario un velo di ragionevolezza e generoso buon senso.

All’atto della formazione del governo la Lega aveva preteso due ministeri chiave, gli Interni e l’Istruzione: anzi ne aveva predisposto l’interconnessione, come si potesse trattare di un nocciolo speciale e unificato di stato nello stato: questo è il punto chiave; il punto chiave: tradotto, significa il proposito di trasformare gli uffici scolastici provinciali in questure del sistema scolastico, a sua volta riarticolato centralisticamente nella forma della “regionalizzazione” di tutto l’apparato statale sotto controllo del ministero degli interni; questo significa, nella prima forma sperimentale, ricalcare la funzione della scuola sullo schema dello stato di polizia.

Ma qualcosa a Palermo è andato storto, in quanto lo zelo ministerial-poliziesco dell’Ufficio Scolastico di Palermo ha provocato la rivolta di nonne, maestre e bambini; e qui, come in ogni scena di vigliaccata, ecco la repentina inversione, la trasformazione dello scontro protocollare del primo tipo nella proposta di incontro ravvicinato del terzo tipo: ecco quindi che il ministro dell’istruzione Bussetti sconfessa l’operato del suo ufficio scolastico; ecco Salvini, in veste di ministro degli interni, che ad ogni buon conto sconfessa l’operato del suo sottoposto Bussetti; ed ecco ancora Salvini, in veste di capo della lega e fautore delle politiche simil-razziste (quelle denunciate dalla ricerca scolastica della classe di Palermo) proporsi di dispensare alla docente un generoso incontro pacificatore; nota a margine, un incontro pacificatore in occasione della cerimonia in memoria di Falcone, sic!

Ora proviamo a risalire la pista seguendone all’indietro le tracce: nell’ultima settimana Salvini ha sparato a zero sul mondo dell’informazione e precisamente su figure di grande notorietà: Lilli Gruber, Fabio Fazio, ed Enrico Mentana; chiaramente non aveva interesse alla qualità professionale, ma semplicemente alla notorietà del bersaglio grosso e ai carichi di invidia sociale che sempre vi sono connessi; naturalmente poteva giovarsi in RAI della spregiudicatezza del nuovo presidente, tale Marcello Foa, un intellettuale frustrato e vendicativo ovvero un similbussetti d’occasione; e tuttavia, in sintonia con il grande successo popolare dei giochi a quiz, egli stesso è entrato in pista col fantastico gioco da circo barnum intitolato “vincisalvini”.

Se uno pensa a un ministro che blocca navi di soccorso, decreta multe per chi salva gente che sta annegando, va alla commemorazione di Falcone e trova anche tempo per fare il vincisalvini ne esce che quando un uomo è così integralmente tutto d’un pezzo si potrebbe immaginare la metafora di un’anima come il culo.

La tempesta di fuoco sulla tv è stata appena preceduta dal progetto di ingresso trionfale nel mondo dell’editoria e dell’alta cultura: come in ogni operazione fumettistica di guerra, la prima manovra è stata affidata a un reparto guastatori e nel caso specifico a casa pound; ma anche qui è andata buca, poiché esattamente come a Palermo c’è stata la rivolta: e quindi il Comune di Torino e la Regione Piemonte hanno sconfessato la prima acquiescienza della direzione del salone del libro, questa a sua volta ha sconfessato l’editore di casa pound e con ciò vincisalvini è rimasto a bocca asciutta.

Potremmo continuare, per esempio annusando la carognesca sparata sulla cannabis e sui negozi che vendono canapa; ma può bastare così: il senso della pista è il seguente: la Lega e il suo capo fanno presa immediata sul popolo dei selfie, quella penosa e sconfinata parte di umanità che necessita di una foto a fianco di una parvenza di uomo forte per l’illusione eucaristica di essere parte della stessa forza, o almeno della stessa parvenza; ma non appena si sale di un gradino, a una intervista in tv o a una rassegna libraria o addirittura a una classe seconda di un istituto tecnico che collega titoli di giornale, allora tutto il castello di chiacchiere e di veleno sociale crolla e l’uomo forte si scioglie nel suo brodo.

Ergo: a volte un uomo che non dialoga precipita nel proprio monologo: è una malattia in genere irreversibile, in quanto ogni incontro è desiderato non per uscire almeno per un momento dal proprio ego, ma per nutrirne ancor più il suo gorgo, esattamente come fa negli spazi interstellari un buco nero; è l’incontro ravvicinato del quarto tipo, ossessivo e insaziabile.

SALO’ DEL LIBRO (non è un incidente, è un precedente) di Gian Luigi Deiana

La questione dei fascisti al salone del libro di Torino non è affatto una questione di disposizione volterriana (“non sono d’accordo con la tua posizione ma mi farei uccidere perché tu la possa esprimere liberamente”), in quanto la disposizione volterriana è già abbondantemente soddisfatta dal fatto che ci sono giornali fascisti, editori fascisti, artisti fascisti, circuiti culturali fascisti ecc. e nessuno impedisce che ci siano; per di più, se io g.l.d. avessi a cuore lo scrupolo del libero confronto, nessuno mi impedirebbe di praticarlo, in rete, in biblioteca o al bar.

Ma: se il confronto può liberamente avvenire in rete, in biblioteca o al bar, perché non deve poter avvenire al salone del libro?

Per una questione estremamente semplice: perché vi è un salto di piano tra il “discorso privato” e il “discorso pubblico”; il “discorso pubblico” non soggiace affatto alla massima di voltaire, e non vi soggiace per il fatto che il discorso pubblico, se da un lato deve stare attento a non bloccarsi nella fobia di pericoli immaginari (per es. i gay o i testimoni di geova) dall’altro deve stare attento a non aprire i varchi ai pericoli reali (per es. le cosche o le scommesse clandestine).

Facciamo qualche esempio: la pedofilia non è solo una questione di tendenze sessuali private, è anche un problema reale di interesse pubblico; nessuno vieta che se ne faccia materia di conversazione tra privati, ma sarebbe difficile accettare di rendere disponibile uno stand di una manifestazione nazionale, per esempio il salone del libro o lo zecchino d’oro, per la divulgazione culturale delle pratiche relative e del relativo mercato; si traccia un limite, esattamente come per la propaganda del terrorismo, della discriminazione razziale, ecc..

Un limite è sempre una limitazione, cioè è l’attestazione istituzionale del fatto che la società civile che ne è teatro necessita di una profilassi immunitaria, deve cioè essere consapevole della propria necessità di anticorpi rispetto a patologie infettanti che ne determinerebbero la sua stessa negazione, ne determinerebbero cioè il passaggio allo stato di società incivile (una società che nega la libertà civile e l’uguaglianza dei diritti umani propri della società civile stessa).

La costituzione italiana oggi vigente, scritta sulle rovine di una lotta mortale contro il fascismo, è appunto l’attestazione istituzionale di questa perdurante estromissione del fascismo dal “discorso pubblico” proprio della società civile, “questa” società civile: questa, con le sue scuole pubbliche, le sue università pubbliche, le sue manifestazioni culturali pubbliche ecc..

Da parte del fronte escluso, protetto da populisti razziali e sovranisti patriottici, si manovra da sempre per una penetrazione tecnicamente parassitologica: incubarsi in un varco meno blindato e parassitarne una parte piccola a piacere; se questo passa per legittimo o anche interessante una prima volta, poi ci sarà inevitabilmente un secondo passo: le trasmissioni di grande ascolto, le assemblee scolastiche, i dibattiti parlamentari ecc., ovvero un percorso di sdoganamento attraverso il quale il fascismo può essere progressivamente inteso come “normale”.

Parassitamento, legittimazione, normalizzazione; e per converso demonizzazione del rom, disprezzo del nero, espulsione del migrante; silenzio col sorrisetto sul turismo sessuale in thailandia, grandi striscioni di brucerete nei forni alle curve degli stadi.

Questa è la bestia: oggi essa è famelica perché vi è una vastissima area sociale che ne richiama il pascolo, quella che Primo Levi chiamava la zona grigia; ma il “discorso pubblico” non può, in un passaggio storico simile, farsi grigio anche lui.

Sono solidale con zero calcare che semplicemente se ne è andato, e che oggi vi ritorna dopo aver vinto la sua e la nostra battaglia.

ROGHI (il rapporto malato tra il fascismo e i libri) di Gian Luigi Deiana

Considero casa pound una effemeride come tante, tra quelle innumerevoli che da sempre squarciano la psiche umana popolandola di allucinazioni: una effemeride del “fascismo eterno”.

Il fascismo eterno muove il suo respiro su lunghissime fasi di ammaliamento e brevissime fasi di scatenamento, esattamente come le ciclicità parassitarie e le patologie maniacali; per decenni si insedia silente e convive con l’organismo ospite, fa il simpatico e offre contributi intellettuali e organizza donazioni di cibo ai compatrioti poveri delle periferie; poi d’improvviso attacca, particolarmente quando l’equilibrio che lo ha nutrito si attenua e diventa più incerto; e quando l’organismo da cui ha preso alimento per tanto tempo reagisce, allora si scatena.

La scena rituale dello scatenamento è letteralmente primitiva: è il rogo; e le vittime privilegiate del rogo in cui si libera l’anima malata del fascismo eterno sono due: le donne e i libri.

Vi è un essenziale elemento comune tra le donne e i libri: la “coltivazione”; cioè la convinzione profonda del fatto che la natura umana non è semplicemente data, ma è il portato continuo di una paziente, tollerante e libera “coltivazione”: è cioè una natura “culturale”: essenzialmente femminile ed essenzialmente grafica.

Il rapporto tra il fascismo eterno e la cultura, cioè il rapporto tra il fascismo eterno e le donne e tra il fascismo eterno e i libri, non solo è un rapporto irrisolto, è un rapporto irrisolvibile; perché esso possa essere risolto il fascismo eterno deve acquisire l’etica della pazienza, della reciprocità e della libertà, cioè l’etica della coltivazione; deve cioè cessare di essere fascismo.

Dire a una donna “ti stupro” è come dire a un libro “ti brucio”: è la stessa identica azione, folle e assassina: ecco perché la casualità della cronaca ha potuto fotografare in simultanea la vicenda del salone del libro e la vicenda della casa popolare di casal bruciato.

Una bambina e una matita: questo è ciò che da sempre è intollerabile per i maniaci del fuoco purificatore.

PICCOLA STORIA IGNOBILE (stupro di gruppo sul venezuela)

non ho intenzione di giudicare qui ed ora la crisi interna del venezuela ed il ciclone che sta per investire il paese: non ne ho il diritto e poi sarebbe un giudizio approssimativo come un altro; intendo invece richiamare alcune illuminanti questioni passate, che si citano solo di straforo anche nei libri di storia;

il venezuela è una nazione molto giovane, nel senso che ha solo duecento anni; nei tre secoli precedenti era parte dell’impero coloniale spagnolo, che andò in pezzi appunto nei primi decenni del diciannovesimo secolo disseminando l’america di latina di grandi speranze e di nazioni indipendenti; beninteso, i processi di indipendenza erano (altro…)

LA SECONDA IMPOTENZA MONDIALE (l’informazione e il caso venezuela)

la prima impotenza mondiale è l’indifferenza, o l’ozio mentale o la beata ignoranza: niente e nessuno è in grado di sconfiggere una tale primigenia superimpotenza; la seconda impotenza mondiale è l’informazione, vantata dagli addetti come il cane da guardia del potere: ciò è vero nei due sensi, uno dei quali può dirsi nel seguente modo: il potere dispone di un grande cane al proprio servizio, una bestia obbediente istruita a fare la guardia a coloro che escono dai recinti dell’ozio mentale; le due (altro…)

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