Gianluigi Deiana

IL PRINCIPESSO SUL PISELLO (RWM in Sardegna)

la questione rwm, cioè la presenza in sardegna di una fabbrica di bombe destinate prevalentemente alle popolazioni civili, è nota da almeno due anni; ci sono state in sardegna molte numerose manifestazioni sulle strade e numerose denunce istituzionali, con zero risposte sul merito e altrettanto numerose attenzioni di polizia; c’è stata nel parlamento italiano una memorabile interrogazione parlamentare con una indimenticabile risposta (gli stupri, si dice, sono impossibili da dimenticare) della ministra del commercio di armi roberta pinotti; ora la questione è sul new york times;

il consiglio regionale della sardegna è composto da ottanta consiglieri, la cui retro-questione preliminare, da anni, è come spendere i fondi ai gruppi senza finire sotto processo; il resto viene dopo, e dopo di dopo di dopo eventualmente la questione rwm; il governo italiano ha appena stasera redatto una comunicazione in cui si garantisce che ogni vendita italiana di armi, compresa questa, è avvenuta in piena ottemperanza al diritto internazionale; a occhio e croce, anche l’occupazione hitleriana dei sudeti è avvenuta nello stesso modo, e a dire il vero ogni controversia internazionale è nata in questo ventre prostituzionale del diritto internazionale;

tuttavia, pur nella diffusione a tappeto di tutta questa melma e nella bruttura di questa puzza nell’aria, una cosa non cessa di sorprendermi: che un presidente di regione quale quello attualmente in carica non abbia mai avuto niente da dire;

la sardegna, invece, “ripudia”!

Gianluigi Deiana

SOLSTIZIO D’INVERNO (un volantino per Vincenzo Pillai)

ognuno di noi col tempo ha imparato a vivere quotidianamente molte vite, spesso persino indipendenti l’una dall’altra: la vita familiare e la vita sociale, la vita privata e la vita pubblica, la vita politica e la vita impolitica, il tempo libero e il tempo dedicato, gli hobby e le necessità, il mondo dei desideri e il mondo della realtà e mille altre varianti ancora; non ci si riflette quasi mai, ma questa incessante e simultanea variabilità di vite costituisce la vera eccezione di dio per la natura umana: consente a chi ne ha la fortuna di uscire da una e divagare in un’altra, e sfuggire almeno per poco la sofferenza, o la noia, di una strada unica, povera e obbligata; ma comporta anche il rischio di consumare la vita vera, che alla fine è sempre una sola, in una continua divagazione, priva di direzione alcuna;

vincenzo non ha ceduto all’ambiguo dono di dio di poter vivere quotidianamente diverse vite, ciascuna disponibile a ogni ora per sfuggire il peso di quell’altra, tra esse, volta a volta più incombente: egli di vita ne ha vissuta una sola; non ha evitato alcuna delle varianti che questa gli ha presentato, ma non ne ha mai fatto oggetto di divagazione e men che mai di riposo; e quella sola vita che ha vissuto ha tenuto ben stretto nelle mani, come si deve fare coi fiori, il mazzo di tutte le altre: vincenzo ha concepito la vita, la sua come quella di ogni essere umano, come una vita “integrale”, come una vita con “una” direzione; e in questo è consistita, nell’essenziale, la sua pazienza come la sua durezza;

ora noi compagni gli riconosciamo un titolo che per imbarazzo non gli abbiamo mai confessato, quello di essere stato un maestro; un maestro è un uomo a cui si riconosce la titolarità di un insegnamento importante ed insieme di un esempio inconfutabile; non si tratta di una lezione sofisticata né di un esempio eroico, ma dell’unica lezione e dell’unico esempio necessari all’umanità: vivere una vita integrale, darle una direzione e proporre questa come la misura di valore necessaria in termini di universalità;

una vita integrale, rispettosa di ogni condizione della vita in genere a cominciare dalla rigenerazione della natura e dalla cura per la terra; una direzione, e specificamente una direzione politica: la libera individualità e la costruzione del comunismo; un valore preliminare in termini di universalità: la responsabilità di ciascuno nei confronti di se stesso e nei confronti della verità e della pace;

quando senti nel profondo di avere avuto un fratello sai che nemmeno la morte te lo potrà più togliere; nelle mani di vincenzo, nel suo modo di dialogare, di rimproverare, di arrabbiarsi, di scuotere la testa, di guardarti senza parlare, il rapporto umano è sempre lievitato, silenziosamente e quasi senza contezza, come un rapporto di fratellanza; forse nella profondità del suo animo questa era una movenza inconsapevole: in fondo, come canta una antica canzone delle piantagioni, egli è stato fin dalla prima adolescenza un bambino senza madre, un figlio di un padre grandioso e tuttavia un orfano, animato da un profondo amore per il mondo;

a volte un orfano, proprio perché non potrà mai uscire da questa sua condizione di bambino, è in grado di trasformare l’incommensurabile che gli è negato in una incommensurabile ricchezza: vincenzo non sapeva spiccicare in sardo due parole di fila, eppure tutti gli riconoscono la strenua coerenza e la forza nella lotta per la dignità della lingua e per l’indipendenza nazionale della sardegna; non è mai stato un dirigente di burocrazie di partito o di sindacato, eppure tutti gli riconoscono quanto niente della sua vita politica e sindacale sia stato occasionale, opportunistico o effimero e dunque quanto abbia lasciato il segno; e infine, la sua malinconia di terza età tornava ora fugacemente, a volte, sull’origine occitana di sua madre; tua madre, fratello mio: ora capisco meglio perché ti sei fatto una ragione di venire da me, solo due anni fa nel giorno in cui morì la mia, in un luminoso pomeriggio di maggio; andiamo avanti, e gradisci la piccola canzone occitana che riporto ora qui in questo volantino che ho dovuto scrivere stanotte per te.

Gianluigi Deiana

LETTERA A VINCENZO MIGALEDDU

Caro compagno,

questa è la lettera che mai avrei voluto scriverti e che tu non potrai mai leggere; dopo anni di lotte comuni, appuntamenti per ogni dove, messaggi, mail e comunicazioni disparate, ora ci lega la cessazione di ogni possibile parola. Questo pensiero e questo sentimento così muto, tuttavia, è talmente intenso in questi momenti nel cuore dei tuoi amici che non può contenersi nel silenzio di ognuno. In qualche modo noi siamo te, siamo quello che da te abbiamo imparato: non solo la lettura delle cose, ma anche come essere più profondamente noi stessi. Ogni vero medico non si limita a proporre una medicina, ma insegna la cura del mondo; ogni vero scienziato non si limita a fornire informazioni e dati, ma insegna a prendere a cuore la scala dei problemi; e ogni vero politico non si limita a diffondere interpretazioni in cambio di consenso, ma insegna un’etica.

Sei stato tutto questo, Vincenzo, un maestro; chi come tanti di noi ha passato le mattine della propria vita nelle scuole, e tanto spesso le sere nelle battaglie, sa che un maestro non muore mai, perché vive in ciò che ha insegnato. Ora sappiamo di dover essere noi ciò che è stata la tua vita, dolorosamente breve quanto intensa e amorevole. Ognuno dei tuoi amici in questi momenti è trascinato indietro al pensiero dell’ultima volta che ti ha incontrato: quell’immagine ricompare come una nitida visione, nell’animo di ciascuno con il suo luogo e la sua situazione: Cagliari, Macomer, Gonnosfanadiga, San Quirico, Narbolia, La Maddalena, Porto Torres, Tossilo, Ottana, Carbonia, Portoscuso, Nuoro… e i tanti luoghi intristiti della nostra patria sarda. A ognuno di noi, nella visione di quello che non sapevamo essere l’ultimo saluto, torna l’immagine della tua disposizione a sorridere. Nel tuo delicato lavoro come nelle tue battaglie civili non hai mai distolto lo sguardo dal dolore: è per questo che in tutta la tua breve vita sei stato un uomo della gioia.

Vorrei dirti addio non solo per me, ma per questa mia casa, per il mio paese, per i comitati, per i Cobas della scuola, e per tutti quelli a cui non hai mai detto di no quando ti hanno chiesto aiuto.

Addio.

Gian Luigi Deiana

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