Gianluigi Deiana

SCALA QUARANTA: di latitudine, di temperatura e di ore di cammino – di Gian Luigi Deiana

SCALA QUARANTA

di latitudine, di temperatura e di ore di cammino

di Gian Luigi Deiana

 

(scritta due giorni prima degli ultimi devastanti incendi in Sardegna)

Ieri ho scritto una specie di rapporto su una specie di passeggiata, una camminata di 40 ore sul parallelo 40 per come questo traversa la Sardegna proprio in mezzo, da mare a mare e precisamente dalla costa di San Vero Milis alla costa di Baunei.

Ovviamente non ho fatto questo percorso con 40 gradi di temperatura, che è una cosa da non fare nemmeno a 30: il rischio di incendi o anche solo di mancanza di sorgenti è sempre reale.

Tuttavia quando si è costretti a giocare a rimpiattino con le ore di mezzogiorno, come oggidì, aprirsi una bella cartografia dell’isola sul tavolo di cucina e farsi una camminata immaginaria è sempre un bel modo di trascorrere 40 minuti: quindi, anche perchè qualcuno me lo chiede, torno sul tema cercando di descrivere con più dettaglio le singole tappe.

1: S’ARCHITTU – MONTIFERRU – TANCA REGIA, 8 ore:

Il bello di questo tratto sta nel fatto che puoi salire dal livello del mare a mille metri di quota in sole tre ore. Dalla borgata di S’Archittu devi sfiorare Cornus, luogo della storica battaglia e poi della prima  radicazione cristiana.

Di lì cominci a salire verso la piana montana chiamata Sos Paris, densa di lecci immensi e benedetta da una Madonnina.

Da noi alle Madonnine piace dimorare sulle alture.

Per salire a Sos Paris si transita da un ameno pianoro centrato su un laghettino di servizio antincendio, ove si trova un rifugio e una magnifica vista sul mare.

Poi da Sos Paris fai la sommità tirando a nord verso un’area di pascoli alti chiamata Pabarile.

Pabarile è spazzata sempre dal vento e le nubi vanno veloci.

È così che offre una visione di cento chilometri, fin oltre il Gennargentu e fino alle cime retrostanti del Supramonte: il cono di Sa Pruna e la pala di Monte Novu, lì dove dovrai passare di qui a due giorni.

Da lì da Pabarile, o per Badde Ùrbara piena di antenne o direttamente giù verso il canyon di Sos Molinos, sei a Santu Lussurgiu.

Santu Lussurgiu è un luogo particolare, anche solo per il fatto che il paese è sorto dentro il cratere.

Ciò infatti ha favorito una psicologia dell’autosufficienza nella risoluzione dei problemi della vita, e ha determinato quindi una reale peculiarità del luogo e di chi lo abita.

Potresti pernottare lì, ma poichè hai davanti venti chilometri di asfalto per traversare l’altopiano fino a Ghilarza, tanto vale che ne copra subito almeno metà fermandoti poi alla borgata di Sant’Agostino, o ai Nuraghi o a Tanca regia;

2: TANCA REGIA – PONTE OMODEO – STAZ. FORESTALE NEONELI, 8 ore:

Ghilarza, se ci si presenta per la causa dei popoli e in particolare, quanto a me, per la causa del prigioniero politico Abdullah Öcalan, presenta come grande motivo di interesse la casa di Antonio Gramsci.

Gramsci è un riferimento politico e filosofico fondamentale per come i kurdi guardano all’Europa: quindi di qui si deve passare.

Gramsci è un ponte della storia, tracciato dal novecento verso l’epoca che stiamo vivendo: ma questo lo capisce chi vi sta passando ora, più che noi che crediamo di esservi già passati.

Il ponte geografico invece, superato l’altopiano, è il ponte sul lago Omodeo.

Di qui in due ore devi raggiungere il santuario di Santa Maria di Turrana: puoi farlo su una stradina asfaltata in prossimità di Sorradile, o su uno o l’altro dei crinali che segnano il magnifico canyon del rio Boele, cioè in costa raighina o in malocchis nel territorio di Ardauli: però in questo caso non devi andare da solo: infatti è il tratto più intrattabile di tutto il quarantesimo parallelo.

Santa Maria di Turrana ispira una sensazione di pace ed invita a non avere fretta.

Insomma ti benedice, poi ti lascia andare sulla filiera di Domus de Janas verso il paese di Nughedu e di qui, in un paio d’ore, alla stazione forestale di Neoneli: bella di graniti, di bosco nobile e di cervi e daini.

La sorgente che la nutre si chiama ‘Assai’, ma nella fantasia toponomastica il nome più invitante è Sennoredda, la signorina: è un bel nome, se si pensa che indica una complicatissima altura di labirinti di granito.

3: STAZ. FORESTALE NEONELI – LAGO TORREI – MONTE SPADA, 8 ore:

La preghiera del mattino, appena ti alzi nel bosco sotto Sennoredda, ti impone di andare a Sa Crabarissa, la regina di tutto l’orizzonte: una che ha visto nascere e morire tutti i potenti della terra, dai faraoni agli imperatori romani e ai grandi papi.

Ma lei non muore.

Di qui devi dirigerti al paesino di Tiana e hai due facili modi per farlo, dal villaggio nuragico di Urbale e Su Mullone o dal paese di Teti.

Poco oltre Tiana, sulla statale verso Tonara, si incrocia una antica gualchiera, cioè un complicato macchinario di pestaggio della lana azionato a energia idraulica: quindi c’è un fiume.

Il fiume si chiama Torrei e di qui esso va risalito su una pista adiacente.

Dopo tre o quattro chilometri ci si trova sotto una diga, poichè le acque di Torrei sono in realtà custodite in un bacino lacustre realizzato decenni fa per riservare l’acqua potabile alla vasta zona a valle, fino al Tirso.

Dal lago di Torrei si deve risalire allo stradone Desulo-Fonni, di nuovo sopra mille metri di quota, in prossimità di Tascusì e più precisamente al curvone di Genna Jacca: non è facile, si deve proprio salire sul crinale del versante a nord del lago, sulla parte di Fonni, e quindi da Genna Jacca puntare sull’ampia spalliera nuda del Bruncu Spina chiamata dai desulesi Su Divisu.

Cioè bisogna oltrepassare il vallone del rio Aratu.

L’alternativa è un lungo giro sul versante desulese, verso Artillai. Come che sia, ora marci per ore sulla quota dei 1500.

Superare Su Divisu avendo come riferimento visivo la sagoma di Monte Spada non è difficile, ma è comunque lungo.

Come che sia, valicato Su Divisu ritrovi la bretella stradale diretta a Bruncu Spina: qui ci si può fermare, precisamente in prossimità dell’ingresso forestale di Genna Duio ovvero dalle parti di un agriturismo a un centinaio di metri da lì, chiamato Separadorgiu.

E pensare che stamattina eri giù a Neoneli.

4: MONTE SPADA – CORREBOE – FUNTANA BONA, 6 ore:

Ora che sei ai piedi di Monte Spada devi individuare necessariamente Genna Duio: si tratta di uno spartiacque decisivo ma anche facile da raggiungere.

Di qui va seguito il filo di cresta e in due ore ci si trova a Correboe, da sempre uno snodo cruciale delle direzionalità dei sardi.

Infatti su sopra c’è di nuovo la Madonnina.

In arrivo a Correboe il monte è impervio ed è bianco a sud e nero a nord.

Era chiamato monte bruttu, cioè monte sporco.

Poi però la Madonnina è bella pulita e guarda tutta la Sardegna del sud.

Tu però devi proseguire a est e quindi devi incrociare il tratto iniziale del Flumineddu.

Dopo un paio di chilometri il fiume presenta un’ampia ansa e curva decisamente verso nord, per buttarsi a Gorroppu.

È prima di quest’ansa che devi abbandonarlo risalendo la china di monte Maccheddu, poi Fumai, sul versante orgolese.

Fumai è un posto speciale, uno di quei luoghi pervasi da una specie di spiritualità.

È secondo me il luogo più spirituale del nostro quarantesimo parallelo.

Inoltre è molto comodo in quanto domina Funtana Bona, ed è quindi prospiciente la stazione forestale.

A un chilometro più a est si staglia il suo gemello, lo spettacolare monte Novu che vedevamo l’altro ieri da Pabarile, cento chilometri a occidente.

5: FUNTANA BONA – FENNAU – GENNA SCALAS, 6 ore:

La preghiera del mattino si fa ovviamente in cima a monte Novu: richiede un sacrificio di qualche decina di minuti, e si deve fare.

Sali su, guardi a giro il panorama e poi dici ‘oh Cristo’ e così hai fatto la preghierina.

Poi ridiscendi e cerchi la strada per l’ovile Coneai ed il guado sul Flumineddu chiamato Badu Otzi.

Di qui risali il versante di Urzulei e ti devi di nuovo fermare per ragioni spirituali: hai sotto i piedi un semicerchio di Tombe dei Giganti di incredibile potenza estetica, cioè di vera potenza estatica: il luogo si chiama S’Arena.

Dai contrafforti de S’Arena devi planare sull’ampia vallata di Fennau: essa appare, più che come una piana, come il ventre idrico del grande Supramonte che di lì si stende fino a Gorroppu.

Fennau è abitato da asini e qualche silenzioso gregge di pecore; è sovrastato da un lungo massiccio calcareo denudato e di un colore bianco che fa stringere gli occhi.

Il fieno sembra sussurrare: Fennai è un luogo meraviglioso per starsene qualche ora da soli.

Ma tu non devi andare a Gorroppu: tu devi andare verso il mare e quindi da Fennau ti devi indirizzare sempre a est e precisamente verso Campu Oddeu, il campo di Dio, e di qui seguire la strada spettacolare sull’ampia cengia che sovrasta Urzulei: superato il curvone sei quindi sulla statale orientale, la mitica 125 trafficata da capre, vacche e motociclisti.

Sei al km 175 dell’orientale e per stare sul parallelo 40 devi andare a sud, verso Baunei.

Potresti arrivare in paese stasera stesso, ma tanto vale riposare verso il km 165.

Vi è dappresso alle gallerie la cantoniera di Genna Scalas e appena sopra un’altra stazione forestale.

Ormai siamo quasi arrivati.

6: GENNA SCALAS – BAUNEI – PEDRA LONGA, 4 ore:

Ecco quindi il tratto più facile, tutto in discesa e tutto magnifico per quanto tutto asfaltato: è il gioiello stradale della 125, e qualche dozzina di chilometri di asfalto possono pure essere perdonati: infatti non richiedono pentimento.

Tra Genna Arramene e il paese si sfoglia sotto il tuo sguardo la grande pianura.

La china è precipite e quando appare il campo di calcio ti viene subito da pensare che se un centrattacco tira troppo forte, il pallone finisce almeno almeno a Lotzorai.

Vi è intorno un nuraghe grandioso e quindi immagino che un campo di pallone così ardito sia stato costruito proprio a quei tempi.

Come che sia, ora siamo a Baunei e con un’altra ora di discesa torniamo all’angelico parallelo 40, giù a Pedra Longa.

Vi è tuttavia un’alternativa alla strada asfaltata, su da Genna Scalas: prendere verso est la codula che confluisce sul vallone di Sisine e di qui risalire al Golgo, la voragine più paurosa e più attraente dei grandi calcari isolani.

L’altopiano del Golgo dà poi subito sul mare, e il luogo magicamente più vicino è Goloritzè.

Goloritzè, Monte Santu e poi Pedra Longa segnano la linea di costa.

Gli appassionati la chiamano il Selvaggio Blu.

 

È lì sul mare, all’inizio di questo sentiero della passione, che il parallelo 40 lascia la Sardegna proprio sull’esaltante picco di Pedralonga, proteso dal mare al cielo come in un bacio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GENOVA, 20 LUGLIO: “un giorno come tanti, un mare senza vento, non vedo un cambiamento” – di Gian Luigi Deiana

Grazie Gian Luigi

GENOVA, 20 LUGLIO: “un giorno come tanti, un mare senza vento, non vedo un cambiamento”.

di Gian Luigi Deiana

 

I sardi vedono Genova entrando dal mare, col groviglio dei palazzi oltre il groviglio del porto e il groviglio delle colline sopra quello dei palazzi.

Visti dalla nave che si avvicina all’approdo, i primi piani scivolano su quelli più lontani, e le grandi gru sugli alveari di case, come nel campo visivo di una grande macchina da presa.

Non sono in grado di contare tutte le volte che siamo passati di qui, da bambini, io e i miei fratelli presi rigidamente per mano, nelle avventure migranti dei miei genitori, come migliaia di altri.

Era dura, ai tempi, ma non si è mai creata in noi un’immagine di Genova come città ostile.

Col tempo abbiamo anche imparato ad associarla alle canzoni dei suoi poeti, alla sua fedeltà partigiana, e al coraggio esemplare dei suoi preti per strada.

Poi venne il tempo dell’alternanza, quella di sbarchi gravidi ora di riso ora di pianto.

L”otto giugno del 1976 fu ucciso a colpi di pistola il fratello di mio padre, poco dopo mezzogiorno, a cento metri dalla stazione dei treni per il nord.

Aveva accompagnato il giudice Coco a casa e lo aspettava di nuovo in macchina. Proiettili bucarono il giornale che stava sfogliando al volante.

Vennero altre volte, e ora ero io a prendere i bambini per mano, quando andavamo in vacanza qua e là.

Poi verso la metà di luglio del 2001 venimmo invece in una moltitudine variopinta, dalle varie isole e metropoli di questa Europa rivestita con abiti nuovi per la festa senza fine del libero mercato: erano venuti i giorni del G8, quelli della celebrazione del mondo nuovo.

Sono state scritte tante cose su quei giorni, e tutto quello che ancora oggi si legge e si scrive è ormai completamente futile: tutto, eccetto la radiografia crudele del mondo che ci è stato consegnato in quella celebrazione di allora.

Solo ieri 19 luglio 2021 le statistiche sanitarie hanno registrato una paurosa impennata di contagi, proprio ora che al 20 luglio doveva essere tutto finito, e contemporaneamente i grafici della finanza hanno registrato un pauroso tracollo delle piazze borsistiche mondiali.

Le polizie fanno ridere di fronte a questo spettacolo.

Buon giorno Carlo, oggi siamo qui ancora per noi e ancora per te.

Da quel giorno io sono tornato altre volte, e una volta importante per iscrivere mio figlio a questa università.

Ogni volta i passi mi hanno portato da quell’ombra di via Balbi, dove proiettili uccisero un uomo che mi era caro mentre leggeva il giornale, a quell’ombra di piazza Alimonda, dove proiettili uccisero un ragazzo che come tutti noi altri cercava il suo spazio per parlare. Risolvere le cose a proiettili: quale demoniaca stupidità.

Quel giorno fummo bloccati sotto il sole accecante, in decine di migliaia, con le sirene incessanti delle ambulanze e le parolacce e il sangue, fino a quell’esito fatale.

Non serve descriverlo ancora.

Oggi però ne parliamo appena di nuovo.

Fra qualche ora torneremo in piazza Alimonda; intanto stamattina si tiene l’ultima assemblea di questi giorni di ricordo, qui a Genova, la riunione internazionale dei Forum che ha per titolo “voi la malattia, noi la cura”.

Qui è la piazza del palazzo Ducale.

È bella, qui di fianco ci sono due mostre, una riguarda le contestazioni del G8, e si intitola “Cassandra”, e una dedicata ai fotografi della Magnum e soprattutto all’Italia fotografata da Robert Capa.

Il tempo ritorna, il problema è capirne la strada.

“Voi la malattia, noi la cura”?.

Ho sempre un granitico moto di dubbio su queste divisioni così certe.

Se “voi” è il potere politico-economico vigente e “noi” è questa convergenza di buone volontà di ciò che resta di allora, più umilmente direi che voi siete la malattia, e che noi non siamo la cura.

Vorremmo esserlo, ma è ora che il testimone passi anche di mano.

Ragazzi miei, figli di questo mondo, non lasciatevi sbranare da quello che si vuol fare arrivare: ancora più liberismo, ancora più integralismi religiosi e razziali, ancora più menzogne, ancora più polizie, ancora più demoni.

Comprendere e perdonare, comprendere e combattere: noi ci saremo.

 

Buon giorno Genova, buon giorno Carlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CANZONE DEI FUOCHI DI SAN GIOVANNI (ARDAULI, crepuscolo dell’acqua muta: canzone per l’acqua, il fuoco, l’erba e le stagioni) – di Gian Luigi Deiana

CANZONE DEI FUOCHI DI SAN GIOVANNI

(ARDAULI, crepuscolo dell’acqua muta:
canzone per l’acqua, il fuoco, l’erba e le stagioni)

 

A bortas s’abba es muda
a bortas canterina
lughet in sa pischina
curret in sa campagna
tronat dae sa muntagna
cun undas de terrore
ma in rigas de suore
sunde’ sa fronte nuda

A bortas s’abba es muda
a bortas canterina

A bortas mud’ es su fogu
sutta de su chinisu
a bortas chen’ avvisu
si pesat a su ‘entu
cando zegu e violentu
brusat buscu e pastura
tremendu in sa natura
ma bellu in sa foghina

A bortas s’abba es muda
a bortas canterina

A bortas s’erba noa
istentat meda a crèschere
a bortas in d’un’ arbèschere
faet sa terra che isposa
e s’abe e sa mariposa
bolan dae frore a frore
a sole e a su lentore
in s’erba pius minuda

A bortas s’abba es muda
a bortas canterina

Fogu in donnia foghile
abba in donnia funtana
erba in tottu sa piana
e sémene ab ampra manu
s’attonzu faet su eranu
e lampadas su cabudanni
bivat santu juanni
e-i sa zente contadina

 

A bortas s’abba es muda
a bortas canterina

 

Gian Luigi Deiana

 

 

SOLSTIZIO: di Gian Luigi Deiana – 20 giugno 2021 

SOLSTIZIO
di Gian Luigi Deiana
20 giugno 2021

Solstizio: oggi è il compleanno della terra, da qualche miliardo di anni.
Io un po’ meno, ricevo auguri dagli amici ma la terra ne ha maggiore necessità di me.

Non nascondo di averne venerazione, proprio un anno fa le dedicai mille chilometri di bicicletta buttandomi al giro litoraneo di questa nostra Isola antica e paziente.
Quest’anno invece le ho dedicato la traversata a piedi sulla sua cintura di monti, sulla linea del quarantesimo parallelo.
Due giorni fa ho camminato da Correboe a Genna cruxi traversando i Supramonti, e giungendo praticamente alla fine.
Ho una breve tappa ora fino a Goloritzè, ma l’accesso è a numero chiuso, poi sono sotto vaccino e fuori ci sono quaranta gradi.
San Pietro del Golgo è paziente e aspetterà, oppure mi butto su Perda Longa che merita come gli splendori della creazione.
Trovarsi in pieno mezzogiorno nella piana di Fennau, dopo aver disceso i primi chilometri del Flumineddu tra pacifiche mucche, fa un effetto allucinatorio.
Fennau è un luogo carico di pathos, disseminato di tombe di giganti e rocce bianche.
Trovarvisi in piena solitudine aiuta a misurare la propria effimera presenza e conforta.
Proprio lì in mezzo mi sono imbattuto in una specie di torta di compleanno della terra.
Tutti i convitati erano in frac.
Ringrazio chi mi saluta oggi e rimando alla natura questo augurio.
Metto qui qualche foto: la Madonnina di Correboe e una bandiera importante per me.
La torta di Fennau con la gente in frac e la traccia di percorso che ho seguito, da S’archittu a Badde Urbara, a Losa, a Santa Maria di Turrana, a Sacrabarissa, alla gola di Torrei, e poi Tascusì, Bruncu spina, Genna duio, Correboe, Fumai, monte Novu, e infine Fennau e Genna cruxi.

Buon compleanno, terra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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BOMBE E BAMBINI aritmetica israeliana – di Gian Luigi Deiana

BOMBE E BAMBINI

aritmetica israeliana

di Gian Luigi Deiana

Il premier corrotto Benjamin Netanyahu inventa una guerra per disporre di un diversivo utile ad evitare la sua schifosa uscita di scena.

Con questo ribadisce la sua vocazione primaria, la morte senza nemmeno la pulsione di morte: la vocazione di uno stragista puro.

Il pretesto che adduce in pubblico, e che semplicemente ammanta la sua estrema malvagità personale, riguarda i fantomatici capi di Hamas.

Uccidere un Hamas, in genere inventato e sempre senza nome,  giustifica il tracollo di un palazzo di venti piani.

Quanto al bombardamento del palazzo dei media, una volta reso chiaro che non vi era alcun Hamas con nome  e cognome e carne e ossa, il grande impostore ha ripiegato sulla versione “attività” di hamas.

Vigliacco e falso.

Aritmetica: metà dei morti di Gaza sono donne e bambini.

Per la precisione, un terzo sono bambini: i bambini sono la traduzione reale della malvagità allucinata di un simile capo di governo e delle sue bande omicide.

L’allucinazione a caccia di un Hamas, regolarmente inventato, si traduce per ora in cinquantotto bambini morti, regolarmente morti, e molte centinaia persi, feriti, amputati o semplicemente bruciati.

Vi è stato mai un capo di Governo allucinato e malvagio un pò prima di questo piccolo stupido Benjamin, solo poco tempo fa?

 

 

NON DI SOLO COVID MUORE L’UOMO muore anche di pulizia etnica e di selezione sessuale: di Gerusalemme, di Kabul, e di omertà – di Gian Luigi Deiana

NON DI SOLO COVID MUORE L’UOMO
muore anche di pulizia etnica e di selezione sessuale: di Gerusalemme, di Kabul, e di omertà

di Gian Luigi Deiana

La prima causa di morte, in realtà, è oggi l’informazione che nasconde facendo finta di informare: si tratta di una morte sui generis, ovviamente, cioè di una semplice e lenta eutanasia della mente, ma propinata a milioni; funziona come se i professionisti dell’informazione agissero come quell’infermiera inappuntabile che ha fatto il record di seicento omicidi dolci prima di essere scoperta.
Possono farlo perchè appare normale che si dedichino venticinque minuti di telegiornale all’aggiornamento covid e alle sue chiacchiere e poi un minuto a morti sul lavoro, uno allo scudetto dell’inter, uno a duecento feriti alla spianata delle moschee, uno alla partenza del giro d’italia, e uno a una strage di ragazzine in una scuola femminile di Kabul.

È sconfortante trovare ogni volta come la gerarchia delle notizie rifletta i silenzi, i diversivi e le deviazioni della politica costituita, e in particolare del ministero degli esteri.

Tuttavia soppesare la gravità o la lievità dei fatti e riflettere sulla loro relazione sottesa resta necessario, e tocca a noi: a me e a te.
Quando Dio ti chiede: “cosa è successo a tuo fratello?”.
Tu non puoi rispondere “sono forse io il custode di mio fratello?”.

Oggi 8 maggio, con un indomani edulcorato e mite in cui si spaparazza la festa della mamma, siamo tenuti a connettere il legame analogico tra la violenza antipalestinese a Gerusalemme e la violenza antifemminile a Kabul: nell’essenza degli atti non vi è differenza, ed è per questo che l’adozione di due misure diventa complicità col delitto.

Con quale diritto il governo israeliano lancia lo sfratto di un intero quartiere palestinese per assegnare le case ai mitici “coloni”?
E che cosa sono questi “coloni” se non i quadri della guerra razzista del sionismo, ovvero le avanguardie della pulizia etnica israeliana, cioè oggi i terroristi di strada di Netanyahu?

Con quale codice d’onore i guerrieri della virilità, i talebani afghani, montano un ordigno in una scuola femminile, perchè il peccato mortale delle donne è leggere e scrivere, mentre la loro realizzazione esistenziale deve restare nel basso ventre?

Perchè quel quartiere di Gerusalemme, perchè quella scuola di Kabul?

Di cosa mi informa l’informazione?
Da cosa mi tutela l’omertà del mio governo?

Sono forse io il custode di mio fratello?

 

 

BREVETTO, INTELLETTO MALEDETTO vent’anni dopo: i fantasmi – di Gian Luigi Deiana

BREVETTO, INTELLETTO MALEDETTO
vent’anni dopo: i fantasmi
di Gian Luigi Deiana

Vent’anni dopo.

Nei giorni caldi di luglio si tenne a Genova l’assise mondiale della cupola liberista, nota a tutti come G8.

I governi italiani deputati a fare gli onori di casa, cioè il governo Amato nel 2000 e il governo Berlusconi nel 2001, cioè centrosinistra e centrodestra in armonica successione, giunsero a livelli di prostituzione politica e di organizzazione militare senza precedenti di tale portata. Predisposero ed effettuarono con cura la pratica della lotta armata contro chi, non potendosi di fatto ribellare, semplicemente protestava.

Il 21 luglio, in piazza Alimonda, fu assassinato Carlo Giuliani, centinaia di persone furono massacrate per rappresaglia, centinaia di migliaia insultate e offese senza limite di menzogna.

Era il trionfo dogmatico e militare di quello che da allora sarebbe stato chiamato neoliberismo: teorizzato fin dagli anni cinquanta dalla scuola economica di Chicago, congelato fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, scongelato dal reaganismo, consacrato con la nuova organizzazione mondiale del commercio nota come WTO, condiviso dalla nuova ampiezza dell’Unione Europea, effettuò a Genova in mondovisione il suo rito sacrificale.

Tre dogmi oggi sono stati messi in discussione: solo marginalmente, ma in maniera sufficiente a scatenare la psicosi del sacrilegio.

Infatti la Borsa, depositaria del sancta sanctorum, ha immediatamente reagito coi suoi vessilli da guerra santa.

È successo dapprima in sede UE con la richiesta pressante di provvedimenti finanziari eccezionali, nella prima devastazione della pandemia.

Oggi conosciamo questa vicenda come Recovery Fund: non una nuova rotta, ma semplicemente un paracadute davanti al rischio di un totale disastro.

Ma il dogma (la privatizzazione di ogni relazione sociale, e quindi il divieto assoluto di interventi di Stato persino nelle conseguenze economiche delle catastrofi) per la prima volta è stato scalfito.

Il secondo dogma, consistente nella cancellazione degli obblighi fiscali per le grandi multinazionali e quindi della giostra demoniaca dei “paradisi” fiscali, è stato fuggevolmente evocato dal neopresidente USA Joe Biden, con l’auspicio di una generale ridiscussione.

Solo un auspicio, ma immediatamente dannato come una bestemmia radicale.

Solo un auspicio: eppure è questo demonio, per esempio, che partorisce di continuo la chiusura di grandi fabbriche in funzione della loro delocalizzazione in luoghi di bassi salari e tassazione inesistente.

Il terzo dogma riguarda la dottrina fondamentalista (più o meno nel senso dell’ISIS), che tutela i brevetti.

Problema sollevato ancora da parte di Joe Biden, il cui contraltare resta tuttavia l’Unione Europea e soprattutto la roccaforte centrale del sistema  ovvero Berlino.

Ora, a parte le sconcezze propriamente demoniache dell’organizzazione giuridica mondiale dei brevetti (come ad esempio la sottrazione di sementi rare in paesi poveri e la loro brevettazione da parte delle big dell’agricoltura o come la mercantilizzazione strenua della composizione farmacologica anti-aids anche in paesi allo stremo) l’opposizione di Berlino anche solo alla temporanea sospensione dei diritti di brevetto relativi ai vaccini nell’emergenza mondiale della pandemia è motivata dall’intangibilità della “proprietà intellettuale”.

La “proprietà intellettuale”, la sacra eucarestia deputata a tenere eternamente in ginocchio tutto il resto dell’umanità.

È stato dunque ancora una volta Joe Biden a porre il problema, pressato alle spalle da una nuova vita della sinistra americana e pressato alla  fronte dalla sostanziale estromissione di almeno metà delle nazioni del mondo dall’accesso ai vaccini anticovid.

Lo sanno tutti che se anche solo alcune parti del mondo restano senza protezione vaccinale anche tutto il mondo già vaccinato rischia di tornare a breve nella bufera.

Lo sanno tutti, eccetto il dogma della “proprietà intellettuale”: chiediamoci appena cosa è “la proprietà”, e cosa è “l’intelletto”.

Se la proprietà non sia altro che la cima di un iceberg fatto sempre di carne umana nell’immensa e incommensurabile parte sommersa, e se abbia senso la semplice idea di un “intelletto” di esclusivo merito e proprietà del corpo individuale che lo possiede.

Questo è il demonio di tutte le bibbie, questa è la legge economica totalitaria di fronte a cui persino la crudezza delle sharie appare un catechismo di buona condotta per i bambini.

La “proprietà intellettuale” assunta come principio, a sua volta, da un elementare punto di vista filosofico si pone come fondante rispetto a ogni pedagogia, con la conseguenza automatica di una psicologia paranoica delle competenze e di una funzionalizzazione della scuola e dell’università’, che sono una proprietà e una funzione pubbliche, al puro interesse privato e alla sua giungla: cioè un integrale rovesciamento di funzione.

Ma questo non è intelletto, questa è demenza.

Il virus che danza ora tra noi si sta rivelando in realtà come un biglietto di avviso sulla disumanità e sulla stupidità estrema di tutto questo.

Non lo avremmo mai voluto con noi, ma tuttavia è venuto.

Noi, chi?

Noi, i fantasmi di Genova, dove a breve dovremmo tornare.

Al porto, alla collina, a piazza Alimonda.

La storia cammina.

 

 

SARDARA CAPITALE: pranzo di barantena con fuga di Bacco – di Gian Luigi Deiana  

SARDARA CAPITALE

pranzo di barantena con fuga di Bacco

di Gian Luigi Deiana

Non sapendo alcunchè dell’arrosto, proviamo un poco a vedere qualcosa nel fumo.

Il quale col passare dei giorni, piuttosto che diradarsi, si fa curiosamente più denso.

Primo: i convitati erano tutti papaveri di rilievo, sia nella classifica regionale della politica che nella classifica regionale della burocrazia.

Secondo: l’oggetto della riunione non poteva essere semplicemente un incontro di cortesia conviviale poiché già solo il responsabile del ristorante non avrebbe corso un simile rischio per così poco.

Terzo: l’oggetto della riunione era quindi sub-politico, poichè se fosse stato politico avrebbe avuto luogo in sedi deputate.

Un oggetto sub-politico è un oggetto politico concertato di nascosto.

Quarto: dunque anche i convitati, venti o quaranta che fossero, erano con-vitati in ragione di questo comune denominatore sub-politico, cioè erano convenuti ad una concertazione di nascosto.

Quinto: riunioni conviviali di tal fatta, cioè con un elevato numero di alti referenti, in una condizione di segretezza ma in una struttura aperta al pubblico, e con la complicità del titolare della stessa, possono spiegarsi soltanto facendo riferimento al particolare legame associativo intercorrente tra i convitati stessi.

Sesto: di quale natura può essere questo legame associativo?

È stato un legame occasionale (per esempio pilotare un appalto o un concorso) oppure si tratta di un legame strutturato?

È un legame interno a un progetto politico, comune ad un’area politica pubblicamente conosciuta, o è un legame trasversale nascosto che impegna papaveri appartenenti ufficialmente a gruppi politici diversi?

Settimo: a fiuto, sembra molto probabile la fattispecie di un legame “trasversale”, “coperto” e “strutturato”, piuttosto che la fattispecie di una riunione occasionale, improvvisata e in allegria.

Quindi, i caratteri di trasversalità, segretezza, e strutturazione inducono a supporre una scena di carattere massonico, o paramassonico che sia.

Ottavo: obiezione: dei veri massoni non sarebbero così idioti da farsi beccare in un ristorante termale sulla superstrada in una domenica di vigilia della zona rossa.

Nono: contro-obiezione: in Sardegna i casi di massoneria degli idioti sono una specie di sport nazionale.

Però ci sono, sono onnipresenti e inquinano tutto: municipi, uffici, ospedali e servizi in genere.

Sono una specie di endemismo.

Decimo: pur solo per un giorno, la povera cittadina di Sardara ha conquistato il titolo di capitale regionale.

È da sperare che ne resti memoria: non per Sardara, che è un luogo degnissimo, ma per quello che siamo diventati.

LA  TOPPA: il copione non prevedeva un finale di nascondimenti in sgabuzzini e di fughe disordinate da porte secondarie.

I quali atti, a parte la goffa comicità, sarebbero reati individuali di interesse della Procura, o più semplicemente quaranta fughe da quaranta buchi.

Ma il buco vero in realtà è uno, ampio e di altra natura, e non vi è toppa che lo possa ricucire: è il discredito.

Esso riguarda le persone e da queste si espande sugli uffici loro assegnati e di qui dilaga sull’Istituzione.

Tutta la rete è in pezzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ESSERCI DELLA SEDIA CHE NON C’È: una goccia fucsia in un vaso di sangue – di Gian Luigi Deiana

L’ESSERCI DELLA SEDIA CHE NON C’È

una goccia fucsia in un vaso di sangue

di Gian Luigi Deiana

 

Trovo la vicenda della sedia, cioè dell’incidente diplomatico della U.E. in Turchia, assolutamente positiva e a suo modo provvidenziale: almeno per ora.

Trovo invece stucchevoli tutte le considerazioni di quelli che la sapevano lunga, secondo i quali quelli che invece la sanno corta avrebbero il torto di svegliarsi adesso per una frivolezza, e avanzerebbero l’ipocrisia di fare momentaneamente casino sulla sedia mancante mentre non hanno mai battuto ciglio su violenze sistematiche, guerre gratuite e morti ammazzati.

La questione della sedia mancante, in sè tragicomica, corrisponde in pieno invece alla comune figurazione della goccia che fa traboccare il vaso: ed in un ordine delle cose bloccato da almeno dieci anni e per almeno dieci anni assassino è proprio questo quello che conta, che una goccia, una sola, possa mandare tutto quell’ordine mortuario gambe all’aria.

Personalmente ritengo questo evento, la goccia, assolutamente provvidenziale.

Per la nostra comune modalità percettiva il concentrato della vicenda è propriamente surreale, come se lo avessimo memorizzato alla moviola analogamente allo sbarco sulla luna o al gol di Maradona all’Inghilterra: Ursula Von Der Leyen sta per un attimo in piedi, il presidente del consiglio europeo Michel si stira le gambe facendo finta di non vedere, mentre er carogna si siede tranquillo sulla sedia sultana esibendo il successo della sua regia di umiliazione.

Passiamo all’interpretazione: Erdogan si riteneva impegnato con Michel, in qualche modo suo omologo nel confronto diplomatico, ma non si riteneva impegnato con Ursula Von Der Leyen, in tal senso superflua e visibilmente sgradita.

Dal canto suo Ursula ha inteso come opportuna la propria partecipazione in quanto lui Erdogan, essendo un autocrate con poteri sia di presidente della repubblica che di primo ministro, è omologo almeno da ambedue questi lati e quindi anche rispetto a lei.

E anche solo alla vista, in realtà, il superfluo e tontolone è apparso a tutti il voluminoso e goffo Michel.

Alle spalle di questo evidentissimo qui pro quo sta sia la recentissima uscita della Turchia dalla Convenzione Internazionale sulla violenza contro le donne sia la preferenza turca per trattative coi singoli Stati europei piuttosto che con l’Unione.

Inoltre, egli Erdogan è uno che odia le donne e ci tiene a farlo vedere, e che ne tollera la vista solo attraverso il loro svilimento.

Quindi, in un tale contesto, viva Ursula e lode al suo contegno, a prescindere.

Ora, al prezzo di una donna esposta in mondovisione come un pezzo di arredo fuori posto, un poco di cristalleria è andata in pezzi: in sede di Parlamento Europeo molti deputati hanno chiesto le dimissioni di Michel, in Italia il presidente del consiglio Draghi, con spontaneità e senza retropensieri, ha definito Erdogan “dittatore”, dando titolo autorevole a una persuasione generale finora non detta.

La Turchia a sua volta esige scuse da parte italiana minacciando il ritiro dell’ambasciatore, e più estesamente spiattella in forma di ricatto il via libera a un milione di profughi contenuti entro i suoi confini.

La tecnica del ricatto sui migranti e della sua rinnovazione è semplice: la Turchia, paese membro della Nato, si spende come cliente fisso della nostra industria di armamenti.

Poi con un esercito di settecentomila uomini e un armamento delirante inventa guerre su fronti diversi.

Poi con le guerre crea centinaia di migliaia di profughi, e con i profughi lancia l’estorsione diplomatica dei grandi numeri. La Turchia, cioè questa Turchia di questo autocrate, è infame.

Ma: la Turchia è un cliente e un fornitore importante nel gioco del neoliberismo e delle delocalizzazioni.

Non solo è un cliente fondamentale per le grandi commesse di armamenti, è il partner industriale forse più importante per la produzione di componentistica delle grandi case industriali europee, eccetera.

Non solo: Erdogan flirta apertamente con Putin in Siria, a spese dei Kurdi; copre Putin sul Mar Nero, e quindi sul Dombass, come sul Caspio, e quindi sulla Cecenia.

Ha provocato la guerra Azera contro l’Armenia dilaniando ancora una volta il disgraziatissimo Nagorno Karabak.

Putin a sua volta ringrazia immettendo l’industria cantieristica turca nel mare artico, affidando la costruzione e gestione del più importante porto artico russo in previsione di uno spostamento planetario del commercio marittimo verso la rotta artica stessa.

Persino il cambio di scena costituito dalla brexit è stato preso cinicamente al balzo: l’ipotesi di una grande partnership britannica come opzione alternativa rispetto al mercato europeo è diventata per il dittatore una chance potente almeno quanto lo è la tentazione simmetrica per Boris Johnson.

E infine il petrolio, ivi compresa l’esportazione opaca verso reti paramafiose, e le avveniristiche rotte commerciali progettate dalla Cina verso l’Europa: le giugulari di tutta l’economia del continente, il traffico legale e quello illegale, gli accordi governativi e le mafie, tutti transitano più o meno per la Turchia. 

La partita è davvero tremenda.

Si è immobilizzata per un attimo, solo il tempo di un flash, davanti a un piccolo gilet fucsia per la provocazione di una sedia mancante. 

Cogliere l’attimo: questa è ora la necessità; l’attimo passa anche e necessariamente per il carcere di Imrali, per il prigioniero Ocalan, per le migliaia di detenuti politici in turchia, e per il riconoscimento della causa Kurda come problema internazionale.

Erdogan non cadrà per una generica ostilità internazionale, cadrà per l’onda di disonore che ha gettato sul Popolo che governa, cadrà per la resistenza di milioni di Kurdi, e cadrà per il sentimento della rivolta che anima i giovani e le donne in tutta la Turchia.

 

 

CRITICA DELLA RAGIONE IMPURA – Italia-Cuba: il servilismo e la moralità da un punto di vista trascendentale (!) – di Gian Luigi Deiana

CRITICA DELLA RAGIONE IMPURA

Italia-Cuba: il servilismo e la moralità da un punto di vista trascendentale (!)

di Gian Luigi Deiana

È passata ormai una settimana da  quell’indicibile scena di vergogna che ha visto la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite votare contro una dichiarazione di condanna delle sanzioni unilaterali.

La politica delle sanzioni, in modo particolare in un contesto mondiale di pandemia, non opera certo alla cieca: essa anzi ci vede benissimo, se è vero che colpisce paesi non ricchi e in pace, come Cuba e il Venezuela, mentre trascura visibilmente paesi in ascesa nella provocazione internazionale e attori di perenni guerre di aggressione, come l’Arabia Saudita e la Turchia.

È stata diffusa ieri la lettera con la quale la Sindaca della città di Crema, Stefania Bonaldi, scrive al Presidente del Consiglio Mario Draghi che con quel voto l’Italia ha violato principi fondamentali di lealtà e riconoscenza, in obbedienza ad un servilismo atlantico ottuso e sconsiderato.

La sindaca ricorda che proprio un anno fa, nel pieno della paura scatenata dalla prima espansione del Covid 19, il Governo italiano chiese aiuto ai paesi disponibili, rivolgendosi in particolare a Cuba,  e il Governo cubano inviò immediatamente in italia due missioni mediche, con 53 operatori immediatamente assegnati all’ ospedale di Crema e poi ancora 39 medici assegnati a torino.

Una missione che durò tre mesi e che ha lasciato un ricordo e una lezione morale indelebile in ospedali allora allo stremo e nelle comunità coinvolte.

Questa la cronaca.

Ma si tratta di uno di quei casi nei quali la cronaca diventa storia e lo diventa in modo talmente intenso che la storia necessita di filosofia, ovvero di un quadro adeguato per la comprensione dell’assurdo.

La celebre opera del grande filosofo Kant, edita in pieno illuminismo e nei fulgori della rivoluzione francese, si intitola “critica della ragione pura”.

Kant era mosso dal convincimento che la ragione umana, sia nella sua funzione conoscitiva, sia nella condotta morale, sia nella propensione estetica, è illuminata e guidata da una valenza “trascendentale”.

Ovvero, alla domanda su cosa sia l’uomo nella sua essenza, Kant risponderebbe che l’uomo è un animale trascendentale, vincolato cioè all’ autonomia a prescindere, nel giudizio e nella condotta, attraverso le forme della ragione. Altrimenti non vi è uomo.

L’accusa della Sindaca di Crema così come spiegata al Capo del Governo Mario Draghi, e cioè la trasgressione dei principi fondamentali di lealtà e riconoscenza, delinea questo venir meno e quindi questo auto- tradimento, laddove il soggetto che ne è responsabile assomiglia paurosamente, come scrisse un poeta, a un vestito senza uomo e a una scarpa senza piede.

Immaginiamo ora di portare questa vicenda in una scuola e di farne argomento di educazione civica, con in mano la Costituzione della repubblica e con l’opera di Kant sul carattere trascendentale della ragione e il carattere imperativo dell’autonomia morale.

Situiamo la scena in teatro di pandemia con in giro qualche milione di morti e con l’invocazione ancora ripetuta invano da Papa Bergoglio e dal Presidente delle Nazioni Unite Gutierrez di una moratoria generale sui conflitti in corso, e cerchiamo di spiegare ai nostri studenti per quale ragione siamo giustificati a chiedere aiuto alla disponibilità sanitaria di un paese straniero e contestualmente ribadire che quel paese deve restare al bando della comunità internazionale.

Come si spiega? Proviamo.

Il voto italiano sulle sanzioni è stato dettato da una disposizione “servile”.

Non è frutto di una autonoma valutazione, e nemmeno dell’ obbedienza a una costrizione superiore.

Risponde piuttosto alla più pigra rinuncia all’esercizio dell’autonomia razionale propria e della propria autonomia morale.

In termini letterali, si tratta della più profonda “infingardaggine”.

Il contrassegno più eclatante della condotta infingarda è il bullismo, cioè il carattere esibitorio e violento dell’appartenenza a una parte dominante e del ripudio violento di una parte sofferente ed esclusa.

Ciò che è avvenuto con quel voto è un atto di bullismo internazionale. Ma ciò che quel voto anche rivela, in termini di de-menza ovvero di atrofia della ragione, è la perdita della facoltà trascendentale, cioè l’annichilimento della soggettività.

L’esempio storico offerto anche in questa vicenda di cronaca dalla nazione cubana, bullizzata da più di mezzo secolo dai bulli atlantici, presenta in modo palmare la condizione antitetica, che non è primariamente l’esaltazione retorica di una patria o di un sistema politico, ma è invece la tenuta strenua della soggettualità trascendentale, quindi dell’autonomia conoscitiva e morale.

La controprova di questo è l’esatto contrario del bullismo e della sanzione: è la disponibilità alla cura e all’aiuto medico, quando questo è necessario, a prescindere dalle convenienze contingenti.

Mi passano in mente fra queste righe le sembianze ed i nomi del Ministro italiano degli Esteri, del grigio Ministro della Difesa, e del grasso Presidente del partito dei Fratelli d’Italia, a sua volta primo referente politico dell’industria militare, che in una garbata intervista resa qualche settimana fa giustifica la necessità che l’industria italiana degli armamenti approfitti delle opportunità di questa epoca di guerre, di milioni di sfollati, di opportunità di nuovi contratti e di concertazione tra industria privata ed esercito nella spartizione militare dei recovery fund.

E suvvia, dedichiamo al sorridente Di Maio, al grigio Guerini e al corpulento Crosetto qualche verso di una vecchia canzone, scritta tanto tempo fa proprio negli anni in cui l’embargo su Cuba cominciava:

“come Giuda dei tempi antichi

voi mentite e ingannate

ma io vedo attraverso le vostre maschere

e vedo attraverso il vostro cervello

come vedo l’acqua che scorre giù nella fogna:

voi non valete il sangue

che scorre nelle vostre vene”

…..

Ma vi è “una” questione più propriamente filosofica che è fondamentale considerare: si tratta della condizione rigidamente antitetica fra “pensiero unico” e “io trascendentale”.

Se è l’essenza trascendentale umana che crea l’interpretazione del mondo, che determina la qualificazione dei bisogni della vita, la scala dei valori e la risolvibilità dei problemi, l’assuefazione ad un “pensiero unico” (precostituito ideologicamente, autoregolato militarmente e automatizzato dallo scambio monetario e dalla gabbia tecnologica) annichilisce l’essenza trascendentale e riduce l’uomo in una cosa che esegue altre cose.

La conseguenza bullistica ne è solo il riflesso condizionato, utile a conservare l’illusione di essere sè.

E cosa ne è di un soggetto umano simile, di una collettività simile, quando gli usuali parametri di sicurezza sono saltati, come è oggi in questa emergenza pandemica? Come può una società simile riconfigurare se stessa e il suo mondo se non ha più la capacità di pensare i principi fondamentali, come il riconoscimento e lealtà, e più propriamente non è più capace di autoriflessione e di visione?

Questa è la vera lezione di Cuba e del suo popolo: una nazione ripudiata dal novero delle nazioni non tanto per il peccato originale di comunismo, ma per il peccato originale di ragione trascendentale, di autonomia morale e di insopprimibile amore estetico per il mondo.

Cuba, espulsa da oltre mezzo secolo persino dalla tecnologia elementare della filettatura dei rubinetti e dagli elementari approvviggionamenti di elementi di ricambio negli utensili di ogni tipo, non si è persa in un disorientamento disperante: no affatto, ha invece reinventato la condizione materiale e spirituale della propria vita.

Cuba è il tesoro in terra della grande filosofia di Kant, e del grande sogno illuministico della pace, perpetua e senza guerre, tra i popoli della terra.

 

 

Lettera per CUBA della Sindaca di Crema, Stefania Bonaldi, al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
31 marzo 2021

Lett.-Sindaco-a-Presidente-Draghi-per-Cuba

 

TUTTE LE STRADE PORTANO A LOSA: quarantena sarda sul quarantesimo parallelo – di Gian Luigi Deiana

TUTTE LE STRADE PORTANO A LOSA
quarantena sarda sul quarantesimo parallelo
di Gian Luigi Deiana
 
In realtà non stiamo vivendo una quarantena, ma qualcosa di meglio, poichè non siamo ingabbiati, e qualcosa di peggio, perchè la pena dura ben più di quaranta giorni.
Andare da soli in giro è dunque un ragionevole compromesso con la situazione.
 
Purtroppo però chi di noi può farlo deve attenersi a un limite di trenta chilometri dal proprio luogo di residenza, e dunque trenta ad est e trenta ad ovest impongono comunque un limite definito, come in una colonia penale. 
 
Tuttavia a me è capitato di iniziare nell’ultimo giorno di zona bianca, che corrispondeva al primo giorno di primavera.
Nutrivo un forte proposito e avevo anche una bandiera con me: attraversare la Sardegna sul quarantesimo parallelo, da ovest ad est, onorando il Newroz del popolo kurdo oggi di nuovo sotto attacco nella Siria del nord, e trovare il modo di parlarne. 
Each small candle.
 
Così in quel primo giorno ho marciato di fretta, poco meno di quaranta chilometri, dalla riva del mare a S’Archittu fino alla cima della montagna, punteggiata di antenne, fino al crocevia nuragico di Losa, tra Paulilatino e Abbasanta.
E’ stata davvero una bella giornata, ma nel primo pomeriggio su al monte ho schivato di fortuna una breve ma bruttina bufera di neve.
 
In sardo Losa è due cose: in minuscolo è la tomba, mentre in maiuscolo è da sempre il luogo di crocevia più importante di tutta l’isola, oggi segnato dallo snodo delle superstrade, dalle stazioni di servizio e dal nuraghe imponente e taciturno da tremila anni: in ambedue i significati, che tutte le strade portino a Losa è una specie di verità, sia geografica che esistenziale.
 
E poi inizia il tempo della riserva, col vincolo chilometrico sul terreno; quasi altri trenta chilometri per Turrana, sulla gola tra Ardauli e Sorradile e un magnifico piccolo santuario, e altri trenta ancora fino a Teti, con il Gennargentu ormai proprio davanti. 
 
Di qui poi aspettiamo, aspettiamo che la quarantena velata e interminabile alla fine passi, perchè si deve continuare.
 
Tra Santa Vittoria e eti si erge il punto mediano del quarantesimo parallelo in Sardegna: si chiama Sa Crabarissa e si tratta di una formazione rocciosa in cui la morfologia del granito ha trovato la sua forma espressiva nella morfologia della fiaba.
La pietrificazione della figura femminile è un luogo ricorrente nelle saghe dei popoli: la punizione della moglie di Lot, solo per essersi voltata indietro nella fuga da Sodoma, ne è una specie di archetipo.
Si tratta di un retaggio psichico brutale e stupido: le donne hanno un’anima e nessuna anima sottostà ad alcuna pietrificazione.
E le rocce, a loro volta, assumono forme anche bizzarre e inquietanti ma assolutamente inerti e disanimate: è semplice.
 
E’ curiosa la traiettoria del quarantesimo parallelo.
In Sardegna di là da Sa Crabarissa la sua linea lambisce Monte Novo, che è la grande torre calcarea del Supramonte, e poi le Tombe dei Giganti sul Flumineddu a Fennau e la voragine del Golgo più in là, di nuovo sul mare.
 
Ma se per via immaginaria potessimo continuare oltre il Tirreno troveremmo Elea, sulla costa Lucana vicino a Capo Palinuro.
Elea fu l’acropoli di Parmenide e il tempio della grande metafisica greca.
E lì il timoniere Palinuro morì per incanto d’amore.
Ma se poi voli ancora più a est saluti Santa Maria di Leuca e oltre lo Jonio trovi l’Olimpo, il monte di tutti gli Dei.
E poi Ankara, e poi tutto il Kurdistan adagiato sui monti dell’alta Mesopotamia.
E poi Ararat, il monte alle cui falde approdò Noè dopo la furia del diluvio.
E poi Bukhara, Samarcanda e Pechino, e perfino Pyong Yang prima dell’oceano.
E di là ancora Sacramento, e i deserti dello Utah, del Nevada e del Colorado, Denver, Springfield e Philadelfia. E poi le Azzorre e Coimbra e Madrid.
E infine, infine, Losa di nuovo, dove torna ogni strada: e tutto senza confine.
Tutto senza confine.
 
((Devo aggiungere qui un piccolo ringraziamento ad una classe di liceo di Ghilarza, che mi ha invitato in questa occasione per parlare della situazione kurda oggi. E quindi della repressione in Turchia, della guerra ai confini, del coinvolgimento italiano nella fornitura di armamenti per una guerra contro i civili, dell’uso degli sfollati di guerra come ostaggi di massa nei confronti dell’unione europea, della prigionia di Ocalan e di migliaia di perseguitati politici, dello sciopero della fame come forma estrema di resistenza, e infine di Helin Bolek, voce della band Grup Yorum, morta proprio un anno fa, il tre aprile, all’epilogo di uno sciopero della fame di 288 giorni: venerdì santo, Helin)).

NEWROZ Sardegna, quarantesimo parallelo Gian Luigi Deiana

NEWROZ
Sardegna, quarantesimo parallelo

di Gian Luigi Deiana

 

Il primo giorno di primavera è qui, per quanto provvisoriamente, anche l’ultimo giorno di zona bianca e di libera circolazione.

Il cielo è velato e l’onda in fuga dell’inverno ha lasciato un vento molto freddo.

Da qualche anno tanti di noi hanno imparato a riconoscere questo giorno come il Newroz, il capodanno della Mesopotamia, delle sue montagne e dei suoi popoli, e cioè il capodanno della culla.

Per quanto posso inizio da qui, da questo piccolo arco sul mare occidentale della Sardegna, la mia marcia di Newroz, anche se da domani dovrò interrompere in attesa della rinascita, che cade curiosamente al compimento di Pasqua.

Farò tutta la strada (yol, la strada), con questa bandiera e il suo bastone, lungo il quarantesimo parallelo, per la durata di sei o sette giorni, fino al mare orientale.

Fra due ore sarò sulla prima montagna, e comincerò a vedere l’altra parte.

Non solo con questa bandiera, ma col suo senso: libertà per i prigionieri in Turchia, libertà per migranti ingabbiati in Bosnia, libertà per Abdullah Öcalan.

 

Ora vado.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MAGGIORDOMO: domenica delle salme. Isola in albis – di Gian Luigi Deiana

IL MAGGIORDOMO: domenica delle salme. Isola in albis.

di Gian Luigi Deiana – 17 marzo 2021

 

Cominciamo da Machiavelli, un presunto genio intellettuale che io ho sempre odiato. Machiavelli è l’inventore del ‘principe’, cioè il mago della politica enigmistica. 

Io odio Machiavelli, anche se era apprezzatissimo da Antonio Gramsci, proprio perchè la politica non deve ridursi mai a una cosa enigmistica, in quanto essa è invece nella sua essenza una cosa nella quale il pensare, il parlare e il capire devono essere sempre in definitiva “sì, sì; no, no”, come diceva Gesù riferendosi ai farisei.

La storia italiana degli ultimi cinquecento anni dimostra che il ‘principe’ più principale di tutti, in questo paese, è sempre e solo il maggiordomo: qui i principi in carne e ossa sono sempre delle tragiche barzellette, ultimo esempio Matteo Renzi.

Il maggiordomo però deve essere prima presunto e invocato come taumaturgo, come supertecnico e come il più accreditato nel mondo.

E’ in forza di questo cliché che oggi Mario Draghi è il più perfetto dei maggiordomi, con un presidente della Repubblica che stende il tappeto ai suoi piedi e tutti i telegiornali in vanteria petulante. 

L’ora del maggiordomo diventa più chiara ma anche più inquietante nel periodo pasquale, quando l’oscurità dell’inverno se la sono fatta quegli altri, ora rigettati senza riguardo dimenticati, e l’ora della primavera sembra sorridere ai nuovi entrati.

E’ comprensibile, salvo che il sorriso di Draghi assomiglia proprio davvero al sorriso della melagrana.

Il passaggio pasquale, o della primavera, corre liturgicamente dalla domenica della gioia illusoria, la domenica delle palme, alla domenica della pazienza dopo lo scampato pericolo, la domenica in albis; per la prima vale la traduzione di un poeta, la domenica delle salme. Per la seconda un comune dizionario di latino, la domenica bianca.

Io non ce l’ho col maggiordomo, ce l’ho con chi lo referenzia come tale: a-partitico, competente, instancabile, efficace, neutrale ecc.. E’ vero che è un virtuoso: la condizione apicale di un vero maggiordomo consiste nel saper essere contemporaneamente burattino e burattinaio: qui sta il capolavoro antropologico del maggiordomo italico, e Mario Draghi ne è la perfetta incarnazione.

Ora tagliamo le metafore e andiamo al nocciolo: Mario Draghi è il burattinaio di una scena politica, mediatica e sociale completamente priva di bussola, ed è insieme il burattino della lega e dei guastatori funzionali ad essa. Draghi è un vero maggiordomo di classe, intendendo sommariamente come “classe” quella compagine sociale che anche in una situazione di prostrazione generale non sa ripensare minimamente nemmeno alle ricadute collettive delle proprie frivolezze, e impone al proprio maggiordomo burattino di soddisfarle, queste frivolezze, come priorità generali.

Questo spiega molte cose, ma qui ne indico due.

Prima cosa: Draghi ha liquidato il comitato tecnico scientifico che ha governato un anno di pandemia, semplicemente per azzerare le tracce del governo Conte e imporre la conquista leghista della leadership sanitaria. Il fiore all’occhiello consiste nell’inclusione dei tecnici della regione Lombardia, (ripeto: della regione Lombardia), nella nuova compagine nazionale del CTS: che è come mettere il predatore a guardia del pollaio.

Seconda cosa: Draghi ha sancito, sulla regola pandemica pasquale di zone rosse e divieto di spostamenti, la grande eccezione sulle “seconde case”. Nessuno può muoversi eccetto che per la ragione di andare alla seconda casa. Bella cristiana priorità per un venerdì santo che affligge da un anno qualche milione di senza casa, gente sotto sfratto e migliaia di famiglie con rate di affitto arretrate. 

C’è un’intera isola in albis, infatti: in bianco, ed è la Sardegna, tempestata di seconde case ‘di classe’ e ancora piena di cicatrici, e di lapidi, per le devastazioni di agosto. Ripulire orti e cortili dalle erbe di primavera si può ben risolvere senza movimentare ancora una volta decine di migliaia di frivoli che non hanno scrupolo di conformare la funzione di governo ai propri capricci.

 

Questo è oggi, in senso puramente contabile, Mario Draghi: il maggiordomo, e questo è il suo entroterra umano.

 

 

 

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