Gianluigi Deiana

NULLA PIENO DI NOMI – Islanda: il banditismo come istituzione madre di Gian Luigi Deiana

UN NULLA PIENO DI NOMI
Islanda: il banditismo come istituzione madre

Per quanto la storia islandese sia recente, essendo iniziata solo undici secoli fa, essa non è facile da capire per uno che viene da fuori, anzi non viene quasi considerata, essendo priva di eventi eclatanti e memorie monumentali; ma soprattutto è surclassata dalla geografia dei paesaggi: questa si presenta non sotto la parvenza della bellezza, che si apprezza e si racconta, ma sotto la condizione della sublimità, che ipnotizza e non si cattura (la distinzione tra bello e sublime è qui ripresa dal filosofo Kant), in una sequenza che colpisce continuamente a sorpresa, che affascina fino all’angoscia e che non ha fine.

Lo scenario smisurato di questa apparente geografia senza storia è il vuoto, e tuttavia questo immenso vuoto è pieno di nomi; ma i nomi sono cicatrici umane e dunque la terra di nessuno è stata una volta, almeno per un giorno, la terra di qualcuno: quel qualcuno è il bandito.

La storia umana di questa terra estrema nasce da due migrazioni, la prima di un clan vichingo cacciato come fuorilegge dalla norvegia e la seconda di eremiti irlandesi seguiti da monaci benedettini; con la prima banda vennero pecore e capre, con la seconda galline e maiali; vennero anche monache e icone religiose, e qui comincia il bello.

La banda di Eric il rosso venerava gli Dei del Walhalla, mentre i monaci passavano dagli eremi ai chiostri; gli atti di conversione hanno dato luogo a narrazioni epiche, con riti di distruzione di icone gettate nelle cascate e imputazioni di stregoneria e sesso diabolico su malcapitate novizie; nella realtà delle cose e dei nomi non si trova tuttavia una dominanza delle chiese o una toponomastica riferita ai santi; sembra quindi che il rapporto tra le due componenti si sia risolto con una ufficialità cristiana che veste una psicologia pagana.

La psicologia pagana è un universale, nel senso che è quella deputata a intraprendere la trasformazione di una terra di nessuno in un pagus, un luogo con un nome ed un muro, compatibile tuttavia col nomadismo del bestiame, necessitato dal furore degli inverni; il chiostro monastico instaura invece una stabilità rafforzata dall’istituzione dei cimiteri; è curioso, si imparerebbero un mucchio di cose dalla storia dei costumi funerari.

Il compromesso sopravviene per necessità allorquando il pagus o il chiostro danno luogo al villaggio e quindi a una legge e un giudice per il villaggio.

Ci troviamo qui di fronte a un sorprendente paradosso: una dispersione di clan marinari furilegge e di confraternite monastiche migranti inventa la legge e la inventa talmente bene da istituire come organismo supremo “il parlamento”: ciò avviene mille anni fa, con secoli di anticipo sul parlamentarismo continentale europeo.

La legge stabilisce il limite condiviso e prefigura quindi la condizione giuridica del fuorilegge; la soluzione clanica affermatasi in Islanda consisteva in questo: se un soggetto veniva considerato colpevole da un giudice la parte offesa acquisiva il diritto alla vendetta privata, e tuttavia l’imputato acquisiva a sua volta il diritto alla latitanza nelle terre di nessuno e cioè nei deserti interni.

Una tale necessità del dover decidere soggettivamente la misura del torto e della pena ha plasmato nel tempo un particolarissimo rapporto tra la giustizia giuridica ufficiale e il senso morale soggettivo, un rapporto di desiderabile consustanzialità: assumere cioè come valore sociale primario non la garanzia giudiziaria della pena erogata da un tribunale , ma la prevenzione morale del torto comandata dalla dirittura personale: il convincimento condiviso e pressochè scontato che la regola non sarà infranta, e che tale solidarietà nella condotta è essenziale per evitare che la vita di tutti e di ciascuno diventi ancora più difficile; si tratta anche di una prassi educativa del tutto evidente nella modalità di un comportamento sociale spartano e del tutto privo di smancerie; in questo senso l’efferatezza di cui sono intrise le saghe e i racconti è da intendere come una sublimazione narrativa della sfera oscura della condotta, da neutralizzare per principio in quanto mortale.

Torniamo quindi alla geografia: se amputiamo l’Islanda dai luoghi assolutamente inabitabili o allora inabitati, cioè il grande ghiacciaio a sud est e la grande penisola a nord ovest, ne rimane una specie di frittella di forma ellittica che possiamo immaginare quasi circolare; questo cerchio ha poco meno di quattrocento chilometri di diametro, ma solo una striscia perimetrale di circa venti chilometri è approssimativamente abitabile: questo significa che la terra di nessuno è un grande cerchio freddo e desertico, senza erba e senza vita, il cui diametro misura trecentocinquanta chilometri; cioè, se ti trovi al centro e sopravvivi in stretta prossimità di una sorgente termale nutrendoti di angelica e carne secca, per razziare qualche pecora dalle terre abitate hai sempre davanti almeno centocinquanta chilometri di pietra e sabbia, o di neve e ghiaccio.

Dunque, chi ha dato i nomi a quei luoghi?

Chi li ha popolati di elfi, troll, streghe e fantasmi, così ancora onnipresenti nelle ballate e nelle nenie per i bambini?

Chi ha tracciato i segni delle uniche piste percorribili per gli incontri clanici, le combinazioni matrimoniali, i processi per le imputazioni di furto o omicidio e l’annuale convocazione del parlamento?

Chi ha segnato per primo le cicatrici umane del grande vuoto?

La risposta è una sola, documentata da racconti, saghe e leggende spaventose: loro, i banditi.

La domanda su come possano essere riusciti in questo compito da pionieri in territorio così assurdo, ed esservi riusciti con precisione quasi scientifica, può trovare risposta nella espansione orografica degli altopiani; i monti non sono tanto alti da essere dominanti sugli altopiani e quindi la portata visiva può contare nelle giornate di sereno su campi di visuale estremamente lunghi; le sagome montuose sono estremamente profilate e si stagliano sull’orizzonte consentendone la riconoscibilità una per una anche da immense distanze.

Salvo che poi c’è la nebbia, le nuvole di sabbia, il vento incessante e crudele, il freddo senza rimedio.

La canzone tradizionale più cara a tutte le famiglie è una ballata per bambini: racconta di una mamma che getta il figlioletto in una cascata, per risparmiargli la morte per fame; ninna nanna, bambino mio.

Gian Luigi Deiana

BEATA VERGINE DI HIROSHIMA nella blasfemia il porco non è il bestemmiato, ma è il bestemmiatore di Gian Luigi Deiana

BEATA VERGINE DI HIROSHIMA
nella blasfemia il porco non è il bestemmiato, ma è il bestemmiatore

Quando ero piccolo alla porta del tabacchino del mio paese dominava un avvertimento severo, non bestemmiare; in Sardegna si imprecava tanto, ma non bestemmiava quasi mai nessuno; poi da ragazzino sono finito in italia centrale e ho scoperto le differenze dei linguaggi; ma soprattutto ne ho scoperto le doppiezze senza fondo e ho capito ben presto che la malvagità rispetto al sacro non sta nella bestemmia, ma sta nella blandizie: blandire il sacro, esibirsi come paladino di esso, usarlo come sponsor del proprio potere, questa è la malvagità radicale del discorso pubblico.

In questi giorni io sono lontano da casa; molti anni fa ero a Reykjavik un sei di agosto, e di prima mattina incrociai un signore anziano a un semaforo con un cartello addosso; sul cartello era scritto “Hiroshima, remember”.

Io ero lì a zonzo in vacanza con tutti i problemi di chi non conosce il posto e nemmeno le direzioni stradali, ma quel cartello mi ricondusse alle priorità e mi impose una specie di preghiera.

Tre anni dopo fui di nuovo a Reykjavik negli stessi giorni, come capita per la fissazione delle vacanze; Reykjavik era piccola allora e i semafori erano sempre quelli, ma ebbi un sobbalzo quando trovai di nuovo quell’uomo con la stessa scrittura nel cartello che portava davanti: “Hiroshima, remember”; era di nuovo il sei agosto e questa volta mi venne quasi da piangere.

Ora sono di nuovo qui, nei deserti interni di quest’isola tremenda, ma rispetto ad allora è più facile decidere le direzioni e ricevere notizie quali che siano, e apparentemente tutto questo conforta; ma ieri mentre guidavo in questo grande vuoto il mio equipaggio leggeva con stupore il ringraziamento del ministro dell’interno e capo del razzismo italiano Matteo Salvini alla “beata vergine” per l’approvazione del decreto sicurezza bis, quello che crocifigge in partenza chi salva migranti in mare, e tale ringraziamento così speciale sarebbe riferito all’anniversario della prima apparizione della Madonna a Medjugorie, assunta in tal modo a tutrice della politica del respingimento totale, dato che una soluzione finale è da tempo dimostrata impossibile.

Ieri era di nuovo il sei agosto: Hiroshima, remember? Medjugorie, beata vergine?

Vi è una relazione volgare fra la retorica delle apparizioni e l’uomo solo al comando: Napoleone terzo fece di Lourdes il suo spot preferito, mentre Fatima accadde nel contesto di una guerra mondiale troppo piena di sangue per ricavare un format politico dal racconto di un’apparizione; Medjugorie a sua volta presenta risvolti torbidi, tanto da aver convinto la stessa gerarchia cattolica a una sostanziale sconfessione, ma non è questo il problema.

Il problema è che questa cosiddetta Madonna di Medjugorie, che per le vicende connesse non è stata rivendicata più da nessuno salvo che da qualche tour operator dei circuiti di pellegrinaggio, è stata adottata senza competitori e con enfasi pontificale da un uomo politico di estrema destra; l’ha chiamata “la beata vergine” ed io questo non lo sopporto.

Se questa Maria che mia madre pregava nelle settimane in cui le pecore figliavano ha un qualche luogo dove vedersi come madre, è laggiù oggi: Madonna del Golfo della Sirte.

ESTREME DIMORE case e tombe in Islanda di Gian Luigi Deiana

ESTREME DIMORE
case e tombe in Islanda

Non so perchè mai Giacomo Leopardi si sia intestardito a immedesimarsi con un islandese al fine di poter avere un dialogo con la natura; dubito che potesse avere un’idea di questo posto, se si pensa che tal giovane favoloso considerava ermo colle persino la collinetta dietro casa.

Insomma un’Islanda fai da te uno se la può inventare dovunque, se si desidera smuovere uno stato d’animo; ma l’Islanda reale non è uno stato d’animo e anche chi la abita non sembra primariamente dedito alle poesie.

Come che sia, ciò che sconcerta maggiormente qui è il rapporto tra l’uomo e lo spazio e quindi, in concreto, la psicologia profonda dell’ “abitare”; mentre noi di giù usiamo considerarci consuetamente “abitanti” e quindi abitanti di un luogo, la spazialità islandese è costituita visivamente da assenza di confine, insignificanza della linea dell’orizzonte e vuoto continuo; in realtà un abitante di tali non luoghi è inesorabilmente un disabitante, dalla culla alla tomba.

Tuttavia questa sconcertante condizione di non luogo ha indotto nei secoli i suoi disabitanti a dare nomi a tutte le sembianze percettibili di questo niente apparente e ad abitarlo di personaggi fantastici e mitici fuorilegge, e quindi gli immensi deserti interni sono costellati di cartelli di toponomastica e leggende; e così se devi fermarti per farti un panino o semplicemente fare pipì sulla pista sconfinata, senza timore che alcuno ti veda, non vi è niente di meglio che accostare l’auto vicino al palo e realizzare il proprio momentaneo desiderio: è strano, è solo un piccolo palo nel niente con un nome assurdo in vichingo antico, ma sembra quasi di essere a casa.

A casa: per capire il concetto di casa qui è necessario capire tre diverse spazialità: la prima è Reykjavik, la capitale, la seconda è la campagna coltivata, e la terza sono i villaggi di pescatori.

In realtà, per successione storica, si dovrebbe iniziare dai villaggi di pescatori: essendo essi edificati intorno a un approdo, prendono per necessità propria la fisionomia del villaggio, con le casette fianco a fianco e la piccola chiesa col cimitero sulla collinetta centrale; bene, questa è l’unica situazione abitativa propriamente sociale che qui sia dato vedere: c’è la scuola, l’emporio, le staccionate di stoccafisso, reti da pesca, il municipio con la bandiera ecc..

La campagna coltivata, che occupa le valli alluvionali costiere, invece è totalmente priva di soluzioni di villaggio: le fattorie, tutte bianche coi tetti rossi come quella del mulino bianco, distano anche chilometri l’una dall’altra; esse sono isole umane e animali nel niente, laboriose e ordinate con perfezione geometrica assoluta, con i trattori in linea come alla parata e i balloni di fieno in piena simmetria: solo le mucche si illudono di ignorare queste disposizioni, ma per il resto è impossibile per i mariti incontrarsi giù all’osteria o per le mogli stare a spettegolare mentre si stendono i panni: niente di tutto ciò, un contadino islandese può soddisfare queste esigenze sociali soltanto tra sè e sè.

Reykjavik, per chi ha potuto vederla anche solo vent’anni fa, è invece un esempio insuperabile di sacco edilizio: è incomprensibile una tale febbre palazzinara per una città che ha sacrificato in pochi anni tutta la sua identità abitativa piccina e onorata dai secoli e dal mare per tramutarsi in una proliferazione di architetture d’avanguardia disperatamente cubiche e vuote, sparse su uno spazio immenso rispetto alla dimensione demografica.

E allora, quale può essere una cartolina rappresentativa di tali situazioni, se si considera che l’Islanda è grande più di quattro volte la Sardegna ma contiene un quarto del numero di abitanti di questa?

Ecco la cartolina: in una landa del nord disseminata di fattorie sparse vi è a un certo punto del niente una minuscola chiesa con un minuscolo cimitero; il luogo, o non luogo, si chiama Akuela e il cimitero ospita una trentina di lapidi; raramente i defunti hanno superato in vita i sessant’anni, salvo quelli nati nel 1800 che evidentemente erano più longevi; le lapidi del 1800 sono almeno il doppio di quelle del 1900, il che indica una intuibile difficoltà per le nuove generazioni rispetto a un disegno di vita ubicato così.

Ebbene, la tomba più bella ospita due coniugi, nati rispettivamente nel 1832 e nel 1837 e poi felicemente convolati in cielo; il recinto della loro tomba è costituito dal loro inossidato letto di ferro, quello che presumibilmente ne aveva ospitato le notti durante la vita: bella, bella davvero l’estrema dimora.

Gian Luigi Deiana

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SETTE BANDIERE (pensieri prima della pioggia) di Gian Luigi Deiana

SETTE BANDIERE
pensieri prima della pioggia

Dice che stanotte pioverà, ma non so come; abbiamo piazzato una tenda sulla riva di un lago, nel territorio di Trasaghis in Friuli; dobbiamo prendere un aereo a Vienna per tornare in Islanda, una delle mie madrine, ma abbiamo ancora un giorno e passare qui fra le montagne calcaree della carnia in memoria di Carnera e di Bottecchia è una specie di dovere.

In questo territorio di Trasaghis c’è anche un piccolo lago, ed è uno di quei posti in cui è dato capire visivamente che cosa è il colore chiamato ‘indaco’; solo che è un indaco trasparente come gli occhi di ragazze come cenerentola e sta lì per testimoniare che una pace sincera sa lavare ogni guerra.

Ci sono due camping qui in riva al lago; il primo è pieno ma il secondo ha ancora dei posti; succede che uno entra, dà il nome e paga la riservazione e poi confidenzialmente il titolare ti dice che è vietato parlare male dei cani e dei negri; il senso di questo torbido umorismo è che bisogna finirla con questa italia che vieta di prendere a calci i negri come una volta si prendevano a calci e a pietrate i cani, e lo insegnava ai bambini.

Poi uno va al villaggio a vedere la gente per strada; ci sono quattro bar in una piazza per un giro di poche decine di case, uno si chiama moiko, uno baralla posta (così, baralla posta), uno poi bar di sara e l’ altro non so; ma la cosa importante è che la piazza, che onora i caduti, è ornata da sette bandiere in rigoroso ordine militare; la prima credo sia del Marocco e l’ultima boh, la seconda dell’Italia e la penultima della Francia, la terza di Gibilterra e la terzultima della Germania… ma quella di mezzo, capite, è la bandiera SARDA coi quattro mori al vento.

Al bar c’è un vaso di vetro in cui si raccolgono spiccioli per il cambio periodico delle bandiere; è bello questo, io vorrei poter mettere soldi per vedere al vento le bandiere dei negri e dei cani, insieme alle altre.

GENERAZIONE ERASMUT (in difesa della torre di babele: considerazioni sul mutismo e sulla mutualità) di Gianluigi Deiana

GENERAZIONE ERASMUT
(in difesa della torre di babele: considerazioni sul mutismo e sulla mutualità)

di Gianluigi Deiana

Io ho sempre trovato ambiguo il mito della torre di Babele, quella sua maledizione sulla diversità di tutte le lingue e quella sua desiderabilità di riduzione della comunicazione umana a una lingua sola benedetta dall’onnipotente: quel suo auspicio religioso della lingua dell’onnipotenza, cioè quella situazione in cui potrà dirsi a ogni individuo e a ogni comunità e ogni comunicazione “non avrai altra lingua al di fuori della mia”.

Penso che il valore supremo della comunicazione umana consista nel desiderio di riconoscimento, la cui condizione è la reciprocità, cioè la mutua disposizione alla curiosità per l’altro e alla condivisione del suo orizzonte; senza questa mutualità, Dio è morto.

Si dice che questo sia il tempo fatidico della generazione erasmus, la grande avanguardia senza passato lanciata al dominio del futuro; presi uno per uno questi bravi avanguardisti planetari, che muniti di trolley e voto massimo in inglese piovono da montepulciano a Bangkok, da Gradisca d’Isonzo a Tromsö, da Campobasso a Palo Alto ecc., diventano in un batter d’occhio il vanto di presidi di liceo e zie, l’oggetto di invidia di amici meno scafati e il modello di riferimento dei discorsi sulla gioventù; eppure…

Eppure credo non sia mai esistita nella storia una fascia giovanile così tanto vocata ai ruoli di classe dirigente e così socialmente muta; così analiticamente ritagliata sulle rotte low cost, così spigliata in ogni angolo protetto del pianeta, così rapida su smart e tastiere, e così politicamente inerte, così esistenzialmente inutile e assente.

Si dovrebbe poter supporre che il viatico fondamentale deputato a illuminarne la via sia almeno erasmo in persona, la conoscenza del valore e del prezzo dell’umanesimo educato sul libero arbitrio, la pratica coraggiosa della buona follia, la disposizione quotidiana alla “traduzione” di una lingua in un’altra, di una casa di significati in una capanna di altri significati, di un dolore in una poesia; ma cosa potrà mai essere disposta a “tradurre” una generazione erasmut?

(dedico queste righe alla memoria di Carlo Giuliani, alla babele di lingue del g8 di Genova di diciotto anni fa, e alla denuncia di quel monolinguismo muto il cui fonema fondamentale è un colpo di pistola).

IL VIVO, IL MORTO E IL BECCAMORTO (sotto il velo di Bibbiano) di Gianluigi Deiana

IL VIVO, IL MORTO E IL BECCAMORTO
(sotto il velo di Bibbiano)

di Gianluigi Deiana

Io fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno che esistesse un posto chiamato Bibbiano; ora so che è un comune in provincia di Reggio Emilia e che è balzato ai disonori della cronaca per una gestione spregiudicata e infame degli affidi di bambini da parte di una società a ciò deputata.

Sul caso specifico io mi sono fatto un’idea terra terra, la quale consiste nella presa d’atto di una discrasia che nessuno si sforza di correggere: essa riguarda l’inadeguatezza professionale degli operatori, dovuta alla superficialità degli istituti di preparazione (corsi universitari e parauniversitari di assistenza sociale, psicologia ecc.) e alla condizione di imperio ideologico di luoghi comuni sulle devianze familiari; ho il fondato sospetto che quello di Bibbiano sia solo un caso fra i tanti, ma un caso eclatante in quanto la vulgata si è incarnata nella stessa agenzia di cura; per il resto credo che il risveglio e la presa di coscienza debbano essere generali.

Tuttavia se ne è fatta materia di bilanciamento del peggio su una bilancia della merda nel cui altro piatto stava il contratto petrolifero di un emissario di salvini, finalizzato alla fornitura di fondi occulti alla lega; è estate e a tanta gente piace mischiare le melme in cui sguazzare.

Qualche giorno fa una signora di Verona ha mollato il vecchio genitore in carrozzella nella sala di attesa del pronto soccorso e se ne è andata tranquillamente al mare, salvo poi essere ricercata affannosamente dagli uffici della sicurezza; nelle stesse ore un babbo di Livorno ha mollato il bambino di sei anni solo in casa e se ne è andato tranquillamente in una sala slot refrigerata a giocare per l’intera mattina, salvo poi essere ricercato dalla polizia dopo che il piccolo è salito sul tetto del palazzo e si è messo a urlare sotto il sole del mezzogiorno…

Questo è quello che succede sempre più spesso giù al nord, l’area dell’intera europa maggiormente implicata, tanto per fare un esempio, nel turismo sessuale a destinazione minorile.

Ma qui il problema dei problemi pare essere quello della garanzia di purità etnica dei professori dele scuole, per evitare che docenti meridionali contaminino con la loro ignoranza e barbarie la civiltà cisalpina e cispadana.

I governatori di quelle regioni hanno definito il capo del governo “un cialtrone” per il suo freno a tale deriva; e allora, melma per melma, se Conte è un cialtrone Fontana è un morto, e Zaia un beccamorto: esteticamente essi si vestono esattamente così.

ULASSA

Dal Seminario estivo
COBAS Scuola Sardegna
di Ulassai luglio 2019

 

ULASSA

Dice che il mondo è bello perchè è vario
visto vicino e visto da lontano
ma vuoi mettere quassù sull’altopiano
privi di connessione e calendario?

Oh quanto vorrei stare al seminario
di questo pieno luglio a Genazzano
oltre la nube del grande smog romano
sparar cazzate da sopra a quel sipario.

La scala di San Giorgio è in una gola
sotto il gran cielo silenzioso e terso
qui ti si svela piccina ogni parola.

Ogni certezza svela anche l’inverso
chiedi alla notte il senso della scuola
e cerchi la misura al tempo perso.

di Gian Luigi Deiana

SE (“sopra il cuore un’ancora”: una poesia per Carola) e SCALA QUARANTA i sommersi e i salvati

SE (“sopra il cuore un’ancora”: una poesia per Carola)
e SCALA QUARANTA i sommersi e i salvati

di Gian Luigi Deiana

 

A volte si deve prendere una decisione sapendo di poter perdere: ma non si tratta di vincitori e vinti, si tratta di sommersi o salvati;
se la comandante avesse obbedito all’alt e fosse tornata di nuovo indietro?
se la giudice avesse convalidato l’arresto o semplicemente avesse ordinato la liberazione con motivazioni meno chiare?
se qualcuno dei naufraghi, esposti per settimane al ludibrio di un pubblico rabbioso, non avesse resistito?
se una sola voce morisse, come si muore in queste circostanze?
questa è una vera lezione, prima di tutti per te e per me;

dedico alla comandante Carola questa poesia, che mi gira in mente fin dal primo giorno di questa storia;

è di Rafael Alberti:

SE LA MIA VOCE MORISSE IN TERRA
PORTATELA AL LIVELLO DEL MARE
E LASCIATELA SULLA SPIAGGIA

PORTATELA AL LIVELLO DEL MARE
E NOMINATELA CAPITANA
DI UN BIANCO VASCELLO DA GUERRA

OH ! LA MIA VOCE DECORATA
CON LE INSEGNE MARINARE:
SOPRA IL CUORE UN’ANCORA
SOPRA L’ANCORA UNA STELLA
E SOPRA LA STELLA IL VENTO
E SOPRA IL VENTO UNA VELA

SCALA QUARANTA
i sommersi e i salvati

Dopo aver riportato una poesia marinara, per quaranta migranti messi in mare settimane fa sulla costa libica e sbarcati fortunosamente la notte scorsa, e per la liberazione della capitana della nave sea watch che li aveva raccolti, appena avevo finito di trascriverla ed i notiziari di questa mattina trasmettevano la notizia di un bombardamento su un campo di detenzione alla periferia di Tripoli, uno dei tanti definiti come porto sicuro;

il primo conteggio dava esattamente quaranta morti, oltre un numero imprecisato di feriti; non riesco a pensare al carico di disumana speranza o di umana disperazione che ha gravato per tanto tempo su questi ostaggi della civiltà, prima che la grande consolatrice scendesse dal cielo; qualcuno ama assimilare i suoi pretesi dis-simili ai topi; questi hanno dovuto portare il peso della loro vita come uomini, buoni o cattivi che fossero; poi però hanno dovuto vivere la loro morte come topi, e almeno fra topi si muore tutti uguali;

quaranta salvati contro quaranta sommersi: l’aritmetica presenta in tempo reale la sua vendetta;

l’aritmetica?

RELIGIONE: L’ESSENZA E LE FORME (“the bloody church of england in chains of history”) di Gian Luigi Deiana

RELIGIONE: L’ESSENZA E LE FORME

(“the bloody church of england in chains of history”)

di Gian Luigi Deiana

 

Ieri notte ho scritto una considerazione mentre aprivo la finestra prima del sonno; riguardava la religione ed era casualmemte scaturita da una conversazione al bar; la conversazione era terminata inconclusa, come sempre in questo tema, per il carattere  composito della religione stessa.

Ora provo a reimpostare l’argomento in modo più chiaro, se dio vuole (!)

Poco meno di duecento anni fa un importante filosofo, tale L.F., pubblicò un libro intitolato appunto “L’ESSENZA della religione”; e poco più di cento anni fa un altro importante filosofo, tale E.D., ne pubblicò un altro intitolato “LE FORME elementari della vita religiosa”.

Questi due titoli offrono la comodità di una dualità oppositiva e di qui due distinte linee di ragionamento: l’essenza della religione, cioè la sua ragione psichica profonda è una, le forme della religione, cioè le “confessioni” religiose vere e proprie, sono svariate; l’errore fatale consiste nel trascurare questa semplicissima distinzione.

Nella conversazione del bar io ero preso da una mia annosa insofferenza per l’ateismo, sia dogmatico che popolare, e ora cerco di spiegare che c’entra.

L’ateismo è in genere un atteggiamento, e talvolta una dottrina, perennemente all’erta contro la religione, la religione in senso lato: ma considerare la religione in senso lato significa appunto trascurarne il carattere composito e procedere con la confusione fondamentale: l’ateismo usa muovere guerra alle “forme” storiche della religione dando a intendere che la religione è malata nella sua “essenza”.

Bene, io penso che la religione nella sua “essenza” sia una delle poche cose vivicanti e sane della condizione umana oggi; non riesco nemmeno a immaginare la situazione di un mondo popolato da sette miliardi di esseri umani religiosamente vuoti e integralmente votati al nichilismo, questo modernissimo nichilismo dettato oggi dal funzionamento automatico dei mercati, dalla riduzione di individui e di intere società a codici a pin e dal depauperamento generale delle relazioni umane.

Ora, l’ateismo non è l’opposto conclamato della religione, è invece e soltanto l’opposto conclamato del teismo; ma non tutte le religioni sono teistiche, il che rivela che l’esito storico di tipo teistico è per una religione solo “una” possibile e non necessaria risultanza “formale”, che viene a costituirsi come “confessione” religiosa particolare ovvero come “chiesa”.

E’ storicamente vero il fatto che le religioni proprie di grandi popoli, o di grandi coesioni tribali o di grandi nazioni, abbiano sempre finito per assumere una caratterizzazione teistica, quindi sacerdotale, quindi dogmatica; ma questa è appunto una caratterizzazione storica, una configurazione di forme, un derivato fattuale, non affatto una essenzialità.

Poichè la religione è nella sua ragione profonda un intruso ‘spirituale’ connaturato alla psiche l’ateismo, incapace di spiritualità e disturbato dalla sua presenza,  ne va a caccia senza tregua: e tuttavia si ritrova nel suo mirino sempre e solo i travestimenti  corporei della modalità religiosa, cioè le credenze, i teismi e le chiese, ovvero le sue forme confessionali; ma mentre confligge contro le forme “confessionali” della religione, crede e fa credere di confliggere contro la scaturigine profonda della religione stessa, il radicamento del sacro, contro cui in realtà non può nulla.

Questa perenne ricorrenza ci impone di distinguere fra il concetto di religione e il concetto di “confessione religiosa”; infatti si può essere integerrimi da un punto di vista confessionale ed essere assolutamente vuoti da un punto di vista religioso: anzi è quasi sempre così, come dimostra il fatto che tutte le chiese sono edificate su sepolcri imbiancati (cit. Gesù di Nazareth).

Ma l’essenza del sacro è un’altra e non è talmente solitaria ed eccezionale da poter essere ridotta nei recessi oscuri del misticismo (che pure costituisce una componente importante della spiritualità); io ritengo che il sacro, o la distinzione sacrale nella condotta, sia un retaggio psichico anteriore a qualunque dio, a qualunque dichiarazione di fede e  a qualunque chiesa: questo è il punto.

L’esempio più coinvolgente per me sulla essenza del sacro è quella che gli indiani nativi canadesi chiamano la “preghiera della morte”: riguarda la pausa di rispetto che il lupo osserva quando l’animale da lui inseguito, esausto, si è arreso; il lupo non lo attacca subito, come imporrebbe la sua necessità; ambedue gli animali si fermano, e si fermano, secondo la visione dei nativi di quei luoghi, come in preghiera.

Questa è l’essenza della religione.

 

(i filosofi citati con le iniziali sono Ludwig Feuerbach ed Dmile Durkheim)

L’ ESSENZA DELLA RELIGIONE (non c’è dio senza preti?) di Gian Luigi Deiana

L’ ESSENZA DELLA RELIGIONE

(non c’è dio senza preti?) di Gian Luigi Deiana

 

Scrivo queste righe verso mezzanotte, nel prendere atto che anche questo giorno è finito e “già vedo danzar l’altro”; in questo istante solitario io trovo tutta l’essenza di ciò che considero sia la religione, o più precisamente la disposizione religiosa.

Ogni volta il mio rito consiste nell’ aprire la finestra, anche nel gelido inverno, e respirare con la consapevolezza dell’aria; so che è un rito, e che da un punto di vista fisiologico non ha niente di necessario; non ha neanche alcunchè di di simbolico o di comunicativo, poichè qui ci sono io solo tra me e me: eppure questa elementare necessità di aprire per poco una finestra, e accomiatarmi dal “fuori” con la compagnia immaginaria dei miei morti, è la mia azione sacra.

L’essenza del sacro sta dunque in questo ritaglio separato, cioè in questa separazione dalla successione quotidiana di eventi; la disposizione religiosa non è “eventuale”: essa consiste nella necessità di odorare la notte, ovvero di confermare anche oggi il mio rapporto col fuori, il mio saluto, il mio augurio e il mio omaggio.

La disposizione religiosa sa bene che una sua codificazione comporta l’immissione di dio, e in genere la complementare immissione di catechismi e di preti: ma nè i preti, nè i catechismi e nemmeno dio stesso costituiscono l’essenza della religione.

La scuola che si dedica a combattere la religione, cioè l’ateismo militante, è mossa da uno spirito di crociata fanatizzato, ma fanatizzato contro elementi disparati della religione, dio o la chiesa in particolare, che sono solo complementi secondari della religione stessa; in ragione di questo l’ateismo è la forma più chiesastica, più catechistica e più vacua tra gli attori oggi in campo.

Tanto tempo fa fui sbattuto in gattabuia per alcuni giorni, in una cella la cui presa di luce e di aria era una bocca di lupo; non era possibile vedere il “fuori” ed io ero costretto a finire il mio giorno senza il mio sguardo sul buio; questo impedimento era letteralmente tortura, e la mia mente reagiva passando le ore della notte a pensare la strada, le strade.

Questa è l’essenza della religione.

CRESCETE  E  SBRANATEVI  (inverter: prolificità e sterilità nella cronaca di un giorno di giugno)

CRESCETE  E  SBRANATEVI 

(inverter: prolificità e sterilità nella cronaca di un giorno di giugno)

di Gian Luigi Deiana

 

Non ho in mente considerazioni sulla macelleria dei corpi, ho in mente invece due osservazioni sulla macelleria dei significati. 

I significati possono essere partoriti, gemellati, smembrati, travestiti e fatti sparire molto più che non i corpi, e più di qualunque altra cosa del creato, possono essere mascherati o nascosti o sdoppiati a piacere, e persino essere appesi a testa in giù e messi a penzolare

Ci sono situazioni che fanno piangere, ma appena trasferite in un significato possono proprio far ridere, e viceversa.

 

Sull’Unione Sarda del 7 giugno 2019 vi è un articolo di cronaca relativo a un lenzuolo bianco appeso ad un balcone nel paese di Isili.

Sul lenzuolo c’è scritto: “Meloni e Salvini, il vostro odio è sterile”; la scritta è stata ritenuta offensiva, quindi da un lato è sopravvenuto l’ordine di rimozione, e dall’altro si è contrattaccato con una raccolta di firme.

Da un lato la tetraggine dell’autorità costituita, e dall’altro l’autorevolezza di intellettuali esacerbati; 

 

La mia osservazione è questa: l’affermazione riportata sul lenzuolo è sbagliatissima, quindi le due parti contendenti si stanno opponendo le une alle altre per un errore incrociato: infatti l’odio, ma in particolare l’odio seminato con la seminatrice della retorica patriottica e della demagogia razzista, non è affatto sterile, anzi è la cosa meno sterile che ci sia nel creato.

Anzi è proprio la madre più prolifica di tutte e giorno dopo giorno, ora dopo ora, è in grado di moltiplicare dal nulla la sua prole.

Lo schema esemplare è che uno come Renzi dissoda in profondità il terreno e poi uno come Salvini ci semina sopra.

E’ facile facile, quindi io invertirei del tutto il dispiegamento del lenzuolo e ci scriverei: “Meloni e Salvini, il vostro odio fa un sacco di figli” e con questo sarebbero tutti contenti, i carabinieri non avrebbero motivo di intervenire e gli intellettuali non spenderebbero il loro genio a fare da ventriloqui a un lenzuolo.

 

Sempre sullo stesso numero dell’Unione Sarda c’è un altro articolo di cronaca relativo a non si sa quanti lenzuoli neri; riporto il testo: “un infermiere tedesco di 42 anni, Niels Hoegel,è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di 85 pazienti; ma con la riesumazione di oltre 130 corpi la perizia sospetta che il bilancio delle vittime possa essere superiore a 200. 

L’uomo è considerato il serial killer più prolifico del dopoguerra in Germania”.

 

La mia seconda osservazione è questa: posso capire che il crollo della natalità in Europa abbia toccato livelli preoccupanti, ma come si fa in un giornale a definire “prolifico” un caso di mortalità seriale che ha partorito le sue salme col ritmo di almeno una ogni nove mesi in meno di vent’anni di ormonalità riproduttiva?

 

Conclusione: l’odio non è sterile, ma è molto prolifico: quindi chi se lo nutre dentro di sé deve sapere che è padre e madre di altro odio.

L’omicidio seriale non è prolifico, ma è sterile come l’integrale disfacimento: nel conto dell’infermiere Hoegel non è possibile registrare i nomi di quante tra le sue vittime siano state cremate dopo il loro ultimo soggiorno nel luogo in cui ritenevano di essere curate, e a queste non è concesso quindi nemmeno il privilegio della riesumazione e del riconoscimento della causa di morte.

 

Che vi sia una interfaccia reale fra situazioni così semanticamente opposte esige una esplorazione dei sottosuoli di come sia l’animo umano nell’epoca che stiamo vivendo, o che stiamo morendo: la iniziò il grande Sigmund Freud, e la chiamò la pulsione di morte.

 

 

Per Massimo: 25 anni senza Massimo Troisi

Sono passati 25 anni (4 giugno 1994) da quando ci ha lasciati, prematuramente, il grande Massimo Troisi.

In suo ricordo pubblichiamo una poesia di Gian Luigi Deiana, a lui dedicata.

 

POESIA PER MASSIMO TROISI

 

ANCHE LA MORTE RUPPE QUASI IN PIANTO
QUANDO PER TE DISTESE IL SUO LENZUOLO,
ANCHE IL SILENZIO MORMORAVA IL CANTO
O MASSIMINO PER PORTARTI IN VOLO

CORRESTI CON COLOMBO E MARCO POLO
PER QUESTO MONDO DISPERATO E VANO,
TU COME IL PETTIROSSO E L’USIGNOLO
COME PABLO NERUDA E MAGELLANO

NEPPUR LA MORTE TI PORTO’ LONTANO
APRENDO IL NOSTRO CUORE COME CULLA
PER RICORDAR COS’E’ L’ESSERE UMANO
CHE AMA LE CREATURE E SI TRASTULLA

COS’E’ UNA STELLA ACCESA IN MEZZO AL NULLA,
COSA MUOVEVA IL POVERO DI ASSISI,
TAMBOURIN MAN, QUEL TUO TAMBURO RULLA
IL JAZZ ETERNO DEI PERSI E DEGLI UCCISI

MIO MENESTRELLO DI SMORFIE E DI PAROLE
SENZA MERCATO, SENZA SPOT E CRISI,
CHE PARLI CON IL LUPO E PARLI AL SOLE,
VIVI PER SEMPRE, MASSIMO TROISI

gian luigi deiana

EUROPA : MILLE MASCHERE PER UNA IDENTITA’ (un voto al buio in cerca di luce) di Gian Luigi Deiana

EUROPA : MILLE MASCHERE PER UNA IDENTITA’ 
(un voto al buio in cerca di luce)

di Gian Luigi Deiana

l’appuntamento continentale con il voto del ventisei giugno è assolutamente paradossale; già in tutta la sua breve storia l’istituzione europea ha assegnato con piena regolarità e totale confusione il check up della propria esistenza al voto popolare, ma questa volta la regolarità e la confusione hanno proprio toccato l’apice; votano ventisette paesi, il più occidentale dei quali ha decretato per referendum il proprio exit, e i più orientali dei quali sono guidati nella propria entry da governi incompatibili coi principi fondativi dell’istituzione stessa;

ma poiché noi siamo in mezzo, ed anche con esalazioni fasciste fino al collo, ci si rende necessario evitare di fare spallucce ed anzi ragionare a fondo su questo enigma; propongo quindi alcuni passaggi di un possibile coerente ragionamento:

primo: dal punto di vista della dinamica storica e della proiezione antropologica il processo di unificazione europea è irreversibile, così come è ormai irreversibile il fatto che io g.l.d. non sono diventato vescovo di dusseldorf o centravanti del celtic di glasgow o pastore di renne in lapponia; quindi fare comparazioni tra la scena attuale e una immaginaria scena alternativa dotata dei connotati di quarant’anni fa (avere come moneta la lira o come legge suprema la costituzione) è tempo perso; oggi il campo di battaglia è questo e non ve ne sono altri;

secondo: il processo di unificazione si è realizzato finora, in circa sessant’anni, su tappe forzate, la cui forzatura è passata di mano su quattro fasi: nella prima fase i profeti, entrati in scena in nome della pace in seguito alla grande carneficina conclusa nel 1945 (spinelli ecc.); nella seconda fase i ricostruttori, cioè le grandi leadership politiche della comunità economica europea (schumann ecc.); nella terza fase i riformatori liberali post-socialdemocratici ispiratori di maastricht (delors ecc.); nella quarta fase i neoliberisti in senso stretto (juncker ecc.); oggi l’intera baracca è alla mercé di questa leadership, chiaramente incapace di ragionare in termini riformatori (terza fase ), politici (seconda fase) e tanto meno profetici (prima fase); il risultato sono figure scialbe come moscovici, o tusk, di cui non ci si può nemmeno lamentare in quanto ogni alternativa oggi sul campo può essere peggio;

terzo: posto che il processo è irreversibile ma che il suo prosieguo è al buio, cosa può fare questo voto? la risposta deve tener conto del fatto che in realtà l’istituzione che si va a votare è prevalentemente pletorica, in una architettura istituzionale che è strutturata molto sulla “governance” (la commissione) e poco sulla “rappresentanza” (il parlamento); tuttavia il voto per il parlamento assume un forte peso simbolico, soprattutto se ne derivasse un successo forte del cosiddetto “sovranismo” o di un protagonismo postumo degli stati-nazione; ((quindi secondo il sottoscritto è necessario andare a votare per indebolire questo esito reazionario oggi quanto mai pericoloso e nefasto));

quarto: i paesi fondatori sono approdati al progetto profetico di unificazione “a seguito” della scrittura di costituzioni nazionali democratiche avanzate, ispirate ai principi di democrazia, libertà individuale, diritti civili, giustizia sociale e pace tra le nazioni; curiosamente proprio quello che doveva essere il condensato unificato di queste costituzioni nazionali, cioè l’unione sovranazionale, non ha a sua volta una costituzione;

quinto: il non avere una costituzione vera e propria ha reso possibili due gravissime degenerazioni: la prima, il fatto che il potere è passato di mano ad oligarchie e articolazioni burocratiche avulse dal sistema reale dei bisogni e dal vaglio democratico degli indirizzi di governo; la seconda, il fatto che il vuoto di condizioni democratiche ha spalancato tutte le porte all’ingresso di paesi guidati da regimi reazionari e di campagne di propaganda nazionaliste allo stato puro;

sesto: tutte le costituzioni democratiche sono nate da passaggi storicamente tragici: grandi rivoluzioni sociali o grandi guerre; l’unione europea ha avuto l’ambigua fortuna di essere nata dalla pace costruita sulle ferite curate da quelle resistenze e da quelle costituzioni; ma le “ambigue” fortune, come le eredità di cui si è indegni, alla fine presentano il conto, ed oggi siamo appunto a una presentazione del conto il cui esito appare, appunto per questo, preoccupante e indecidibile;

settimo: per capire cosa sia davvero l’europa dobbiamo chiederci quale sia oggi la specifica identità di ciascuno di noi; se ci disponiamo a questo esercizio troveremo che l’europa è oggi per ciascuno di noi una scena di travestimenti e di maschere, laddove nessuno propriamente dice la verità; anzi nessuno sa quale sia almeno la verità sua propria; e dunque ciascuno di noi è spinto a connettere la sua singola identità (già di per sé incerta) alle pseudoidentità mutevoli ed effimere che compaiono confusamente in scena giorno dopo giorno: l’europa dei travestimenti, degli sproloqui e delle invettive, come nel frastuono di una giostra invasa da spot, venditori di spam e clown;

conclusione: ma… ma sotto il turbinio del presente perdura una lunga scia profonda, la storia nella sua lunga durata; qui va misurata e coltivata l’identità, anche se in genere non ne siamo all’altezza; questa identità profonda, questa comune discendenza, spiega perché non ci sarà di fatto alcuna brexit e perché, se riusciremo a riconciliare la visione profetica e l’intelligenza rivoluzionaria, questa propaggine del sole che va ad occidente si illuminerà.

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