Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale. I COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica a Distanza, la Valutazione e gli Organi Collegiali on line.

COBAS Scuola Sardegna

Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale.

I COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica a Distanza, la Valutazione e gli Organi Collegiali on line.

 

Documento dei COBAS Scuola Sardegna su tutte le implicazioni e le problematiche create nella Scuola Pubblica dall’emergenza Coronavirus e dalla cosiddetta Didattica a Distanza sponsorizzata dal Ministero e diffusa e incentivata a piene mani da tante/i, troppe/i Dirigenti Scolastiche/i e, ahinoi, eseguita in maniera formale e burocratica da tante/i, troppe/i colleghe e colleghi Docenti.

 

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Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale – i COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica e la Valutazione a Distanza

 

 

 

Aiuti da Cuba. Mazzate dagli amici – di Cristiano Sabino

di Cristiano Sabino

 

Mio nonno (un vecchio democristiano che la sapeva lunga) mi diceva: «dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io».

Spesso ho avuto modo di verificare la veridicità di questo detto e in questi giorni è sotto gli occhi di tutti: UE, USA e NATO spariti.

Cina, Cuba, Venezuela, Vietnam e tanti altri stati, fino a ieri definiti “canaglia”, presenti!

L’immagine della brigata dei medici cubani accolti in Lombardia come angeli salvatori in posa con un ritratto di Fidel Castro rientra nelle immagini segnanti di un epoca sull’orlo di un profondo cambiamento…

 

da Cagliaripad

 

Aiuti da Cuba. Mazzate dagli “amici”

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

Bellissima scritta sulla facciata 
di un palazzo di Madrid: 

NON TORNEREMO ALLA NORMALITÀ

PERCHÈ LA NORMALITÀ ERA IL PROBLEMA

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IL NEMICO N.A.T.O. per morire: la natura illogica della logistica sanitaria – di Gian Luigi Deiana

IL NEMICO N.A.T.O. per morire: la natura illogica della logistica sanitaria

di Gian Luigi Deiana

 

Giorno dopo giorno trovo sempre più inutile la continua reiterazione di una verità nota a tutti come l’acqua calda, cioè che scontiamo ora trent’anni di spoliazione della sanità pubblica.

Purtroppo insistere ora su questo è dal lato pratico, oggi, quasi tempo perso.

È però utile riflettere, prescindendo dalle altre pregiudiziali, sulla logica attuale su cui è strutturato il sistema sanitario e la sua affidabilità.

Si può dire per grandi linee che il sistema sanitario nazionale è in realtà un agglomerato di sistemi sanitari regionali.

Ogni regione è stata spinta, proprio per queste rispettive delimitazioni, a favorire in termini sussidiari il complemento privato, divenuto col tempo sempre più pervasivo e paradossalmente, per gli investitori più forti, un sistema nazionale con filiali regionali: tendenzialmente si tratta di una vera e propria inversione del rapporto di sussidiarietà.

Ammesso che un modello di questo tipo possa soddisfare la domanda ordinaria, innumerevoli volte si è avuta prova del fatto che esso non è in grado di soddisfare le necessità dovute alle condizioni straordinarie e in particolare alle emergenze: le calamità naturali lo attestano inconfutabilmente. 

Tuttavia terremoti o alluvioni hanno quasi sempre una dimensione circoscritta e quindi una possibilità di ammortizzare i picchi esportandone una parte nelle regioni vicine: ma una vera emergenza, o peggio una emergenza planetaria e minimamente durevole, non può essera ammortizzata nei modi conosciuti.

Resta quindi un terzo supporto, di dimensione costitutivamente nazionale o addirittura internazionale: la sanità militare.

Ovviamente non si tratta dell’organico dei medici e degli operatori di sanità arruolati nei vari corpi, presumibilmente contingentato, ma delle disponibilità strumentali indispensabili in condizioni di emergenza, in particolare i cosiddetti dispositivi di autoprotezione: non solo strutture per ospedali da campo e provvidenze antiepidemiche, ma appunto camici, guanti e mascherine per monouso. 

In questo campo non può valere la limitazione dell’ordinarietà: un esercito è per sua ragion d’essere una istituzione deputata a fronteggiare la straordinarietà, in particolare la guerra e più in particolare ancora la guerra di tipo contemporaneo, batteriologica, chimica, o semplicemente pianificata per gettare nel caos le popolazioni civili.

Altrimenti qual è, secondo la sua definizione e non la mia, la ragion d’essere di un esercito?

Naturalmente dobbiamo ora osservare che questa parte speciale dell’organizzazione della società, deputata formalmente alla difesa ma di fatto riformulata per missioni internazionali di attacco benintenzionato, o presunta pace, necessita di una doppia articolazione: col sistema industriale e col sistema delle alleanze; i nomi fondamentali di queste due entità sono i seguenti: Finmeccanica e N.A.T.O..

Come opera il complesso militare-industriale in campo sanitario?

Se si occupa di guerra, che concetto ha di “emergenza”?.

E come è organizzato in campo sanitario il sistema di alleanza N.A.T.O.?

E che concetto ha di “emergenza”?

Da queste semplici domandine scaturiscono alcune osservazioni assolutamente sconfortanti: come saremmo ridotti se davvero fossimo in guerra?

Come mai la più titolata industria mondiale nel campo della moda, dei tessuti in memory, del design e dell’ingegneria di precisione non sa riconvertire un segmento elementare di produzione per fare camici, mascherine e respiratori?

Come mai la provincia più titolata nella produzione di armi non riesce a fermare le sue fabbriche pur essendo al top dei contagi?

Come mai alcuni inguardabili seminatori di divisione hanno colto questa spaventosa occasione per proporre di affidare la gestione dell’emergenza proprio al gran capo di Finmeccanica De Gennaro?

Perchè non ci sono dispositivi elementari di protezione per medici, infermieri ed operatori sanitari?

E quanto alla N.A.T.O., come mai l’alleanza sanitaria su cui ha potuto contare finora l’Italia annovera la Repubblica Popolare Cinese, il Venezuela, Cuba e probabilmente la Russia, mentre la N.A.T.O. continua imperterrita le proprie esercitazioni come una stupida banda di minorati?

Non si tratta di domande provocatorie, poichè sarebbero fuorvianti e non rispondibili.

Si tratta di porle entro un quadro problematico estremamente realistico e tuttavia universalmente rimosso: chi è oggi “il nemico”?

Chi sarà nel prossimo futuro “il nemico”?

Prendendo a testimoni le innumerevoli guerre succedutesi dopo la seconda guerra mondiale “il nemico” era configurato nel risiko del petrolio.

In nome del petrolio si è crocifisso l’Irak, l’Iran, lo Yemen, la Libia, la Somalia, la Siria, il Venezuela e per effetto indotto il corridoio yugoslavo, il corridoio ucraino e si mandata in fumo una parte immensa della foresta amazzonica e in liquefazione una parte immensa della calotta polare.

Oggi la quotazione del petrolio è scesa a quindici centesimi di euro per litro e questa spirale prelude a un crollo catastrofico dell’equilibrio economico che apparentemente ancora resiste.

Ma “il nemico” non si staglia più da gran tempo all’orizzonte sui campi petroliferi del pianeta: “il nemico”, da qui in poi, è la malattia.

La malattia improvvisa,  autoespansiva, rapida e ampiamente mortale.

Se vi è un nemico si ha necessità di un esercito, una necessità ultimativa.

Se il nemico sa essere mondiale si ha necessità ultimativa di un esercito mondiale.

Se il nemico è la malattia autoespansiva si ha necessità di un’alleanza sanitaria mondiale, con un complesso sanitario-industriale capace di trasvalutare la funzione stupida e vorace del complesso militare-industriale fino ad oggi conosciuto.

“Il nemico” ha mandato per la  prima volta, in queste settimane, il proprio ambasciatore: nome internazionale, COVID 19.

L’homo pandemico di Fiorenzo Caterini

L’homo pandemico di Fiorenzo Caterini

Un interessante studio riassuntivo sui diversi approcci alla pandemia da parte dell’Asia, dell’Europa (ormai unificata nei suoi standard) e degli USA con una considerazione antropologica e una storica alla fine.

 

La parola fine alla controversia tra il modello inglese e il modello italiano per la lotta alla pendemia, sembra averla messa lo studio del prestigioso Imperial College di Londra.

Ormai esiste in Europa un unico modello strategico per la lotta alla pandemia, giocoforza sperimentato per primo in Italia, e che prende di conseguenza il nome di “modello italiano”, ma che altro non è che quello da sempre suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Una linea di separazione ha, per un attimo, attraversato il continente, ripercorrendo pressapoco il limite tra Europa protestante ed Europa cattolica. Max Weber ora rivendicherebbe i suoi studi sull’etica protestante, ma sappiamo già che verrebbe rintuzzato dalle proteste di Fernand Braudel. Quindi lascerei da parte antiche querelle. Il Regno Unito, si direbbe in coerenza con la Brexit, ha provato a distinguersi dagli standard asiatici ed europei: una gestione mirata dell’emergenza con l’obbiettivo di raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”. Olanda e Svezia hanno aderito a questa strategia, mentre la Germania, mantenendo un profilo comunicativo molto basso, è parsa ancor prima che UK, provare ad eludere misure troppo severe di controllo sociale. La Francia, come nel periodo delle guerre tra cattolici e protestanti, è parsa oscillare tra le due strategie.

Alla fine anche l’UK si è dovuta ridurre a più miti consigli, di fronte, in particolare, al dettagliato studio dell’Imperial College di Londra, che paventava il rischio concreto di mezzo di milione di morti. Il fondamentalismo dell’economia capitalista che, storicamente, vede nell’Inghilterra della Thatcher l’avamposto culturale, è crollato. Di fronte alla realtà delle cose, tutti gli stati finiranno per seguire la strategia del distanziamento sociale, o “lockdown” come si definisce oggi, se non vorranno incorrere in una catastrofe umanitaria.

Tuttavia, se il modello di lotta alla pandemia ha finito con riconoscersi negli standard di riferimento, possiamo distinguere, nella sua applicazione, tre differenti modalità, nell’Asia orientale, in Europa, e negli States.

La prima modalità applicativa è quella asiatica, della Cina, del Giappone, della Sud Corea e degli altri stati di quell’area. Dati alla mano, non c’è alcun dubbio che questo modello applicativo sia il più afficace. La Cina, investita per prima dall’epidemia, ha ridotto praticamente a zero i casi di positività al coronavirus, fatta eccezione per alcuni viaggiatori provenienti dall’estero. Il Giappone, in ansia per gli investimenti economici dell’Olimpiade, ha praticamente contenuto al minimo gli effetti del contagio. La Corea del Sud ha mostrato una efficacia applicativa che ha del miracoloso, con un controllo pedissequo dei contagi, di tanto in tanto, però, vanificata da situazioni locali, sette religiose ed altri tipi di assembramenti, che hanno comportato la recrudescenza di focolai d’infezione, comunque isolati.

Si discute di come l’efficacia del modello asiatico sia stata resa possibile grazie a misure molto rigide e restrittive della democrazia. Ciò è vero ma solo in parte, perché la cultura di quei paesi ha profonde radici in un senso della comunità e del rispetto delle regole non solo politiche, ma anche sociali. Si tratta di aree del pianeta che hanno un tasso demografico addirittura superiore, e di molto, al già altissimo tasso demografico europeo. La fiorente agricoltura monsonica nel tempo ha consentito ad un gran numero di persone di assemblarsi in spazi densi, al punto che le città asiatiche oggi sono delle metropoli gigantesche. Wuhan, dove è nata la pandemia, è una conurbazione di 11 milioni di abitanti. Sotto il profilo antropologico e sociologico queste popolazioni hanno, con il tempo, sviluppato modalità di convivenza dove la rigidità nel concepire il libero arbitrio è necessario per non far colassare il sistema. Il paradosso è che oggi quelle società, in teoria le più vulnerabili per il tasso demografico alla pandemia, sono quelle maggiormente preparate a gestire l’evenienza, anche per l’esperienza accumulata con la SARS, la precedente epidemia.

L’Europa ha avuto il tempo per prepararsi all’evenienza, potendo giovarsi inoltre dell’esperienza dei paesi asiatici che l’hanno preceduta. Ma sembra che queste prerogative, nel suo insieme, non le abbia sapute bene utilizzare.

Una cultura democratica che affonda le sue radici nell’antica Grecia, nel diritto romano, nella Magna Charta inglese e nella Rivoluzione Francese, fa fatica a concepire delle restrizioni cosi decise della libertà degli individui. Ciò è un problema nel momento in cui l’epidemia passa da valori lineari a valori esponenziali. Si è notato l’enorme fatica ad affrontare subito l’epidemia con l’unico mezzo conosciuto al momento, quello dell’isolamento sociale. Nonostante la prima drammatica esperienza italiana, già partita in ritardo, nonostante le evidenze della scienza e della matematica che mostravano l’efficacia dei provvedimenti in misura maggiore laddove sono stati applicati tempestivamente e rigidamente (clamorosa la differenza tra Codogno e Lodi con Bergamo e Brescia), nonostante tutto questo, si è aspettato fino all’evidenza di un incendio ormai incontrollato.

L’Europa non ha gli stessi strumenti politici e culturali dei paesi asiatici per gestire questa emergenza. Manca, in molti casi, di una struttura sanitaria pubblica idonea, in parte smantellata negli ultimi anni per inseguire il verbo della privatizzazione. L’Europa più disunita che unita, che continua ad essere armata, fino ai denti, per esportare pretestuosamente nel mondo la “democrazia” in cambio dell’indebita appropriazione delle altrui risorse, sconta persino una impreparazione nella produzione industriale anche dei sanitari e dei dispositivi di protezione di base.

Poi c’è la modalità applicativa degli USA, che in realtà è una “non modalità”. La nazione economicamente e militarmente più potente del mondo si sta dimostrando completamente impreparata di fronte a questa catastrofe. L’impennata statistica nella vendita delle armi, ben visualizzata dalle immagini di lunghe file fuori dalle armerie, rende bene l’idea di un nazione del tutto impreparata, anche culturalmente, alla sfida. La speranza è che gli USA, con le immense risorse economiche e anche umane provenienti da tutto il mondo, possa, con lo spirito competitivo che lo contraddistingue, vincere questa sfida, anche nei confronti del suo “nuovo rivale” cinese, un po’ come è stato nell’epoca della Guerra Fredda e della corsa allo spazio contro i rivali Russi.

Si teme tuttavia che il Chinese Virus, come si ostina a chiamarlo l’ineffabile Trump, metterà a dura prova il “way of life” americano, e temo che nei prossimi anni il virus più o meno “foreign” se lo ricorderanno più gli americani, che i cinesi.

E’ interessante notare come, per il momento, la pandemia pare limitarsi, per ragioni evidentemente climatiche e si pensa ambientali (inquinamento da polveri sottili in particolare causate dalle industrie) alla fascia temperata, che è quella del cosiddetto “mondo sviluppato”.

E non sappiamo come sarà il mondo dopo questa pandemia.

Dopo l’11 settembre del 2001 si era soliti dire che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Ma a parte la tensione per il terrorismo crescente, e i noiosi controlli negli aeroporti, il mondo pare abbia proseguito esattamente come prima, anzi, sarebbe il caso di dire ancora “più uguale di prima” Perché quell’avvenimento, in realtà, non ha fatto altro che “rinforzare” la “storia” già esistente. Dopo l’11 settembre del 2001 si è rinforzato l’ordine mondiale a guida occidentale, con politiche di ingerenza e con interventi militari aggressivi nelle aree del pianeta di maggiore produzione di risorse energetiche. Il mondo, nel paradosso, è restato più uguale di prima, si è rinforzato nell’inesorabile prosecuzione della sua storia.

Questa volta invece il virus pare avere un carattere pervasivo ancora maggiore per il modo che abbiamo di rapportarci con il quotidiano. Il virus sembra voglia trascinarci in riflessioni molto profonde sul nostro modo di rapportarci con il mondo. Il percorso che l’umanità ha fatto dalla rivoluzione industriale in poi, e negli ultimi anni con forme di individualismo e di materialismo morale che sono tracimate nell’odio, nel razzismo, in forme di egoismo e di mancanza di umanità, intercettando questa crisi drammatica, ha evidenziato i limiti del nostro rapporto tra individualismo, sempre più narcisista e paranoico, e il bene comune, e tra il bene comune e la rappresentenza sociale. L’avidità ha preso possesso delle anime, facendoci dimenticare le cose essenziali della vita.

Oggi ci pensa il virus, a ricordarcele quali sono, quelle cose essenziali, nel momento in cui ce le fa mancare. La salute come bene pubblico; il rapporto con la natura, il desiderio di passeggiare, di stare al sole o in mezzo alle piante; la socialità, il contatto umano, i sorrisi spontanei, gli abbracci. Tutte queste cose ora, mancandoci da morire, saranno, credo, rivalutate quando tutto questo sarà finito.

Anche perché le crisi insegnano sempre qualcosa. Il periodo di crescita più impetuoso che l’umanità abbia mai avuto, è stato nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale. In tutti i campi: economico, sociale, scientifico, culturale. Un vero e proprio balzo in avanti dell’umanità, dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’60, nonostante gli umani limiti che perseverano, e continueranno a perseverare ancora a lungo.

 

https://www.sardegnablogger.it/lhomo-pandemico-di-fiorenzo-caterini/

Un anno fa a Baghuz moriva Lorenzo Orsetti – Ciao Orso

Un anno fa a Baghuz moriva Lorenzo Orsetti in combattimento contro Daesh.
Nel ricordare il sacrificio di Orso per la libertà non dovremmo dimenticare la gravissima situazione che si vive ancora in quella martoriata terra.

COBAS Scuola Sardegna

 

Il testamento di Lorenzo

“Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, – continua il messaggio – perché solo così si cambia il mondo.
Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza.
Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso, Tekoser, Lorenzo”

https://www.google.com/amp/s/www.avvenire.it/amp/mondo/pagine/il-daesh-abbiamo-ucciso-un-italiano-lorenzo-orsetti

 

 

La vera battaglia è culturale: nessun sistema sanitario può reggere se le persone non capiscono – di Fiorenzo Caterini

La vera battaglia è culturale

(nessun sistema sanitario può reggere se le persone non capiscono)

di Fiorenzo Caterini

https://www.sardegnablogger.it/la-vera-battaglia-e-culturale-ovvero-nessun-sistema-sanitario-puo-reggere-se-le-persone-non-capiscono-di-fiorenzo-caterini/

I TRAPEZISTI DEL LAISSEZ FAIRE: dalle piroette di Piero Bernocchi al dies irae di Boris Johnson – di Gian Luigi Deiana

I TRAPEZISTI DEL LAISSEZ FAIRE: dalle piroette di Piero Bernocchi al dies irae di Boris Johnson

di Gian Luigi Deiana

 

I personaggi sopra citati sono presi quasi a caso, data la grande abbondanza di trapezisti del corona virus, ma non del tutto a caso: si tratta di due casi emblematici della metafisica del “laissez faire”, una dottrina, o un atteggiamento, consistente nel supporre che la soluzione migliore sta sempre nel lasciar andare le cose al loro libero corso.

Ciò comporta per principio la negazione di eventuali “stati di eccezione” sovrastanti la prassi consueta e le normali abitudini di confronto.

Questa disposizione di spirito, che detiene il privilegio di criticare come la peste ogni intervento sul corso delle cose anche in stato di emergenza, unisce in modo bizzarro sia dottrine politiche libertarie, sia dottrine politiche liberiste, sia dottrine religiose provvidenzialiste: il principio sotteso è “viviamo nel meno peggio tra i mondi possibili”: per questo il racconto del filosofo francese Voltaire intitolato “Candide”, riferito all’ecatombe di un disastroso terremoto avvenuto al suo tempo nella città di Lisbona, resta una diagnosi esemplare della pervasività e del danno provocati dalle  dottrine del laissez faire e dalle fissazioni negazioniste in genere.

 

Piero Bernocchi è il portavoce di una organizzazione storica della sinistra italiana, i Cobas della scuola (organizzazione plurale e per la verità ormai in parte configurata in realtà locali anche nettamente divergenti da quella nazionale).

In questo mese di emergenza conclamata egli ha esordito deridendo i primi timidi provvedimenti governativi sull’epidemia come un patetico caso di provincialismo italico (“la wuhang de noantri”), poi si è associato al coro di allarme sui pericoli per la democrazia conseguenti ai divieti e infine ha denunciato il decreto governativo di chiusura delle scuole come “delinquenziale”.

Ha esposto proiezioni statistiche secondo le quali la libera evoluzione dell’epidemia, se fosse lasciata al suo corso, seguirebbe un trend analogo a quello delle influenze conosciute e, al netto del numero dei decessi, comporterebbe il vantaggio di non provocare contraccolpi gravi sull’economia.

Gli aggiustamenti del tiro su questa tetragona certezza iniziale, conseguenti al trend esponenziale dei contagi, sono sopravvenuti su questo verbo seguendo piroette opportunistiche qui assolutamente trascurabili, come eloquenti ma trascurabili sono i silenziamenti improvvisi di un ben più celebre urlatore della libertà individuale sgangherata, l’inarrivabile Vittorio Sgarbi.

Ma come è noto i più efficaci teologi del laissez faire non sono i libertaristi de noantri, non lo sono nemmeno i provvidenzialisti luterani tedeschi, meno ancora i candidi teoreti francesi: sono invece, per disposizione connaturata e consequenzialità, i capitalisti puri e semplici della vecchia Inghilterra.

Eccoci quindi a Boris Johnson e alla stella polare dell’immunità di gregge: ciò che lascia stupefatti nel suo discorso alla nazione non è affatto il contenuto, per quanto spaventoso (cinquanta milioni di contagi e milioni di morti) ma la nonchalance con la quale queste cosine sono state dette, ed il ricorso alla più britannica e darwinistica delle sintesi possibili: immunità di gregge, ovvero sopravvivenza del più adatto.

So di avere giocato di trapezio anche io ponendo in relazione in questo ragionamento gli spericolati trapezismi del libertarismo individualistico e i cinici trapezismi del liberismo capitalistico: ma qui non vi è rete di protezione sotto i trapezi, non vi è per nessuno e quindi le fisse dottrinali di ciascuno, impaurite o minimali o catastrofiste che siano, devono rendere conto a tutti.

Ogni problema pratico impone tre compiti: una giusta impostazione concettuale (in capo a ogni comunicazione pubblica), una coerente traduzione in comportamenti (in capo alla condotta di ciascuno) e l’adozione di strumenti e organizzazione adeguati (in capo alle responsabilità di governo).

Partiamo dalla fine: il fatto che gli strumenti e l’organizzazione, che sono in capo al Governo, non siano adeguati, o che anche le condotte individuali siano inadempienti o azzardate, non costituisce in alcun caso un alibi per gli indirizzi concettuali.

Quindi dobbiamo insistere sul concetto, prima che su statistiche e paure.

Il concetto oggi non riguarda in sè il numero di contagi o il livello di letalità o la soglia di immunizzazione (interpretazione Boris Johnson) ma riguarda il fatto che, data l’elevata contagiosità e la conseguente drammaticità clinica in un certo numero di soggetti predisposti, anche in assoluto non elevatissimo, la drammaticità clinica impone il ricorso a mezzi di respirazione artificiale il cui numero è tragicamente insufficiente: il concetto è che non si può lasciar crepare la gente quando sta soffocando per mancanza di ossigeno.

La soluzione cinese è consistita nell’abbattere draconianamente il numero dei contagi e creare immediatamente nuova strumentazione di soccorso.

La soluzione italiana è concentrata sull’abbattimento del numero dei contagi ma allentando gli effetti draconiani.

Tuttavia questa soluzione non si sta mostrando in grado di intervenire sulla dotazione di soccorso, rendendo con ciò manifesto da un lato il rigidismo della produzione industriale e dall’altro il rischio di saturazione delle strutture sanitarie oggi in trincea, e reiterandone di conseguenza l’effetto panico.

La soluzione inglese, presa alla lettera, significherebbe invece non solo che chi muore muore e chi campa campa, ma che chi muore deve mettere in conto di morire male.

Morire male, questo è il capolavoro macabro della teologia del laissez faire e della sua traduzione liturgica nel capitalismo puro: che possano essere in funzione impianti sciistici o navi da crociera, e non si trovi il modo di fabbricare mascherine, allestire tende ospedaliere o reparti sanitari in caserme inutilizzate, assistere i senza casa, requisire reparti di ricovero privati, produrre macchine respiratorie o almeno avviarne la produzione per la prossima volta…

…la prossima volta.

 

Dies irae

Coronavirus, decreto Cura Italia – 16 marzo 2020

Coronavirus, decreto Cura Italia:

ecco gli interventi previsti per la scuola e tutte le misure.

Coronavirus, decreto Cura Italia: ecco le misure previste per la scuola

TAPPARSI LA BOCCA (stop ai viaggi e mascherina per le parole) di Gian Luigi Deiana

TAPPARSI LA BOCCA

(stop ai viaggi e mascherina per le parole)

di Gian Luigi Deiana

 

Gli spostamenti portuali e aeroportuali tra il continente e la Sardegna e sono sospesi: è una decisione saggia ma visibilmente tardiva.

Il ritardo ha certamente innalzato e disseminato la soglia di rischio, come è nella natura di ogni viaggio, ma soprattutto ha favorito la traduzione di questa preoccupazione in una istigazione isterica alla cacciata di chi è arrivato: una tentazione all’allarme che ha singolarmente armonizzato qualunquismi a vanvera e indipendentismi collaudati, nonchè le propensioni sinistre di destra e le propensioni destre di sinistra

Tapparsi la bocca non è solo una precauzione necessaria per i polmoni, lo è sempre anche per il cervello: ma purtroppo non esistono in commercio mascherine adatte allo scopo, e quindi il virus del respingimento è un pò dilagato.

Rispetto al virus polmonare esso concede però un vantaggio: puoi benissimo non farti contagiare, poichè il suo accesso dipende dal tuo cervello.

Ora, col senno di poi e con la consapevolezza che è del tutto imprevedibile quello che succederà tutto intorno solo di qui a qualche ora, e che l’imprevedibilità può durare giorni, settimane o mesi, cerchiamo di chiarici razionalmente la situazione.

 

1: Le condotte individuali sono regolate dalla legge, che vale per tutti, e dalla responsabilità, di cui deve essere capace ciascuno; purtroppo, se la legge arriva in ritardo su una emergenza come questa e la responsabilità può non essere stata sufficiente, è necessario riparare con strumenti prudenziali legittimi (in questa situazione, l’autodichiarazione di provenienza e di assunzione di dimora, l’autoquarantena da parte dei singoli e il controllo capillare delle borgate di seconde case da parte delle polizie).

Tutti gli spostamenti aerei e navali sono nominativi, la regione dispone di alcune migliaia di agenti di vigilanza ambientale, compagnie barraccellari e polizie municipali, e se si ritiene che con una struttura simile la sardegna non è in grado di provvedere, tanto vale dichiararsi minorati mentali.

E’ invece frutto di nebulosità mentale, o di malafede, l’invocazione di strumenti illegali e impraticabili quali provvedimenti eccezionali di respingimento, traducibili ora solo in ponti aerei con scorta militare.

La malafede è manifesta, esattamente come uno schiaffo a freddo, nei casi in cui chi lancia oggi l’appello alla cacciata sbraitava ieri contro i primi timidi decreti limitativi delle libertà individuali, denunciandone il pericolo per la democrazia: atteggiamenti di questo tipo, innumerevoli, sono dettati da schizofrenia o malafede, o ambedue le cose insieme.

Cosa c’è oggi di più reazionario di tali appelli al respingimento securitario di massa?

 

2: E’ vero che appena si è diffusa la voce di recinzione delle prime zone rosse si è verificata una fuga in massa verso il sud e le isole.

L’ordine sano di stare a casa è stato innestato su una libertà di circolazione su treni e auto chiaramente insana e la proclamazione della zona rossa nazionale non è stata strutturata su “filtri” adeguati a riguardo di chi, come e perchè avrebbe potuto giovarsi del diritto di muoversi in stato di eccezione. 

“Filtri”, ecco cosa è mancato e continua a mancare.

Infatti, ora che si è passati alla chiusura di porti e aeroporti si pone un nuovo problema, il problema del filtraggio dei ritorni o delle necessità ultimative di andata e ritorno per i sardi stessi: perchè il problema qui non riguarda essenzialmente i fantomatici dodicimila vacanzieri lombardi ricchi ed egoisti (o quanti sono nella realtà), ma un milione e mezzo di sardi in carne e ossa.

 

3: L’allarme su dodicimila lombardi ricchi ed egoisti, tradotto in numeri, presumibilmente si dimezza di suo se si considera tra questi la parte di sardi residenti in quelle regioni, necessitati a tornare a casa perchè licenziati o messi in ferie forzate o richiamati da urgenze familiari; ma anche non fosse così e la Sardegna fosse invasa dai vandali di Genserico, essa conta quasi quattrocento comuni i quali contano ciascuno, in media, quattromila abitanti.

Dodicimila vandali corrisponderebbero a tre vandali per ogni comune di quattromila abitanti.

E con numeri simili solo un Salvini in piena forma  potrebbe lanciare un appello alla cacciata degli invasori in quanto lussuosi untori in vacanza.

E’ vero che sarebbe stato necessario un filtro, ma in fondo abbiamo in ogni comune un buon numero di carabinieri, per chi ama questo genere di soluzioni.

Per inciso, l’affermazione secondo cui senza l’invasione di questi vacanzieri egoisti la Sardegna sarebbe stata “virus free” è falsa: i focolai manifestatisi in Sardegna sono stati innescati da sardi doc più doc dei carciofi e del cannonau, certo solo per sfortuna, per essere capitati in luoghi sbagliati al momento sbagliato, ma certo per una frequentazione sarda in zone rosse in emergenza dichiarata.

Putroppo non eravamo virus free.

 

4: Ora che con l’ultimo decreto possiamo metterci l’anima in pace e provvedere a mettere Genserico sotto sorveglianza, il vero problema per i sardi in carne e ossa è prendere atto del fatto che dalla Sardegna non si può uscire, e che a loro volta anche le altre regioni a loro modo hanno tradotto in fatti le istanze reali, le pulsioni isteriche e gli sciacallaggi politici.

La Lombardia, in particolare, ha dichiarato guerra al governo nazionale chiamando il grande centurione Bertolaso a gestire l’emergenza lombarda a beneficio dei soli lombardi, dopo che i grandi triumviri della destra italiana (Salvini, Meloni e Berlusconi, con il Giunio Bruto di turno altrimenti noto come Matteo Renzi) hanno insistito da giorni per investire addirittura il vecchio De Gennaro (già capo della polizia ai tempi del G8 di Genova, uomo della CIA e poi capo di Finmeccanica e dell’industria militare) dei pieni poteri sull’emergenza virus.

Ora, con porti e aeroporti chiusi, tutti i vandali di questo mondo possono fare a meno di navi e aerei da e per la Sardegna: ma possono farne a meno i sardi? 

No, non possono farne a meno; questa è la ragione per cui respingere con una demagogia di mucchio è sempre sbagliato, e filtrare i flussi indispensabili è sempre giusto.

 

5: FILTRI: questa è la ragione per cui il primo filtro in assoluto nelle situazioni di emergenza deve essere il filtro su ciò che si dice e su come lo si dice: le orde barbariche non esistono e le persone sono persone, non sono il mucchio selvaggio.

GLI AVVOLTOI HANNO FAME: il far west della didattica digitale e i suoi sceriffi – di Gian Luigi Deiana

GLI AVVOLTOI HANNO FAME

il far west della didattica digitale e i suoi sceriffi

di Gian Luigi Deiana

 

Pochi giorni di chiusura delle scuole per ragioni di assoluta emergenza sono bastati per scatenare su questa grande e indifesa prateria sociale la campagna di conquista digitale del territorio.

La conduzione di questa gigantesca operazione si avvale, come nella progettazione di estrazioni minerarie, ferrovie e bordelli del leggendario west, di un grande dispiegamento di capitali d’assalto, programmatori, esperti, trafficanti, e soprattutto sceriffi: si vuole che la scuola cada integralmente e letteralmente nella rete, la “rete”.

“Gli avvoltoi hanno fame” è il titolo di un film di Clint Eastwood inteso a costruire un vero e proprio “idealtipo” del carattere insieme utopico e disumano, generoso e avido di quello che appariva allora come il mondo nuovo delle grandi pianure. 

Ma qui non si tratta di un territorio fisico, si tratta del territorio mentale e del farsi della coscienza individuale e collettiva.

E’ nella natura delle cose umane che un territorio fisico sia colonizzato, in quanto ciò almeno in linea di principio comporta il controllo sociale dei mezzi adottati e una dialettica sociale dei “limiti”: la miniera, la ferrovia, il bordello, ecc., ma la colonizzazione del territorio mentale, cioè dei processi educativi e della coscienza comune, non è una grande pianura stesa ai piedi di una panoramica vista da un cavallo: è invece una contraddizione in termini in quanto se una mente viene colonizzata cessa di essere una mente.

La colonizzazione diventa comunque possibile sempre allorquando il “mezzo” diventa esso stesso il “messaggio”, come intuì ormai mezzo secolo fa il primo grande filosofo della comunicazione di massa, tale Marshall Mc Luhan.

Oggi infatti la “rete” detiene manifestamente questo straordinario potere, essere un mezzo, il mezzo onnipotente, che si impone come messaggio essa stessa in forza della propria pretesa di esclusività.

E’ indubbio che la scuola deve potersi giovare della rete in quanto mezzo, ma non può in alcun modo cedere alla pervasività della rete la potestà sul messaggio.

La concorrenza tra i vecchi attori conosciuti, gli insegnanti, ed i nuovi apparati programmati, le piattaforme, è certamente una concorrenza impari, ma la contesa è decisiva su risultato umano del processo.

La più abominevole contraffazione oggi avanzata da chi punta le fiches su questo gioco di conquista, monopolisti xica, allucinati ministri dell’istruzione e sottosegretari d’assalto, professionisti esaltati primi im carriera ecc., consiste che nel mentre che si denuncia la vecchiezza e la noiosità della cosiddetta “lezione frontale” tenuta da un docente davanti a venti allievi, si esalta per contrasto la procace eterna giovinezza della “lezione virtuale” impartita da un centro e fruibile sul proprio schermo.

C’è del vero in questo, a patto che la costruzione del messaggio e la selezione degli elementi molecolari che lo compongono sia concepita come ausiliaria, sia effettuata nei limiti di questa ausiliarietà, sia rinunciabile e soprattutto sia conformata alla funzionalità piuttosto che alla formalizzazione. 

La combinazione fra l’incapacità di autolimitazione, connaturata al mezzo informatico, e la tetragona risoluzione dirigenziale, connaturata alla gerarchia scolastica, verrebbe ad istituire un vero e proprio incesto ideologico e pratico a fondamento della scuola.

Troviamo improvvisamente in campo, infatti, in questi giorni di forzata emegenza, lo scatenamento di una corsa avventata e soprattutto illegittima a “marcare il territorio”.

Una corsa che vede protagonisti numerosissimi Dirigenti Scolastici in veste da sceriffi della leggendaria e cieca febbre dell’oro, con mandante il Ministero dell’Istruzione e le varie Agenzie di “profit” da esso partorite o ad esso collegate.

Questo processo è di lungo corso ed il mondo della scuola, in nome dell’intera società, non può e non deve accettare in alcun modo fatti compiuti.

Il compito degli sceriffi dovrebbe essere proprio l’opposto della crociata sul cui vangelo vuole marciare la più sconfinata colonizzazione di quest’epoca storica: marcare con appositi collari gli avvoltoi, recintare la loro funzione ecologica in apposite riserve, oppure sparare loro addosso con assoluta precisione:

bang!

chiusura temporanea sedi COBAS in Sardegna

chiusura temporanea delle

sedi COBAS in Sardegna

 

A seguito dell’emergenza sanitaria e delle disposizioni emanate dal Governo Italiano, in particolare i DPCM del 8 marzo 2020 e 9 marzo 2020, comunichiamo che le sedi dei COBAS Scuola Sardegna di Cagliari, Nuoro, Olbia, Oristano e Sassari da oggi 10 marzo 2020 saranno CHIUSE fino a nuova comunicazione.

Saremo comunque raggiungibili a mezzo mail, con gli indirizzi di posta elettronica delle diverse sedi COBAS, ed ai diversi numeri di telefono delle sedi territoriali nei normali orari di apertura (anche il numero di rete fissa della sede di Cagliari sarà attivo con deviazione di chiamata).

Alleghiamo di seguito il file dove potrete visualizzare tutti i numeri telefonici e gli orari dei COBAS Scuola Sardegna.

Un saluto a tutte/i

per i COBAS Scuola Sardegna – Nicola Giua

COBAS Scuola Sardegna – recapiti sedi e orari apertura                                                                                                                   

nessuna competizione tra diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio – estratto dalla autorevole rivista Evidence

Nessuna competizione tra diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio – estratto dalla autorevole rivista Evidence

 

Di seguito un estratto dalla autorevole rivista Evidence sul tema dell’efficacia della chiusura / sospensione delle attività didattiche nelle scuole nel contrasto delle epidemie influenzali.

La rivista esamina scientificamente i risultati di precedenti studi epidemiologici, mettendo in evidenza tutte le incertezze sul tema. 

Tuttavia tra i dubbi e le incertezze scientifiche di scienziati ed epidemiologici di livello internazionale su un fenomeno così nuovo nelle sue proporzioni globali e le certezze granitiche di chi nella vita ha sempre fatto altro ed ora si improvvisa “Infettivologo de noantri” noi preferiamo le riflessioni dei primi. 

Le scuole sono state chiuse o ne sono state interrotte le attività didattiche come in Italia, in altri 12 Paesi. 

A questi vanno aggiunti altri nove Paesi che hanno adottato restrizioni locali.

Crediamo, dunque in buona compagnia che, nella confusione generale che pervade il Paese, ogni misura volta a prevenire e ridurre i danni nefasti di questa calamità sanitaria, sia preferibile ad ogni spocchiosa analisi politico-economica che si preoccupa del calo dell’attività turistica in Italia. 

Rifiutiamo ogni tentativo di volere mettere in competizione diritto alla salute, diritto al lavoro e diritto allo studio. 

Questi sacrosanti diritti costituzionali vanno tutti garantiti con misure appropriate e ponderate.

Se necessario esse andrebbero coerentemente estese ad altri settori del vivere sociale (vedi supermercati) e non certo ridotte in nome del Pil.

 

per i COBAS Scuola Sardegna

Giancarlo Della Corte   

 

Editoriale Evidence su Coronavirus e chiusura scuole – COBAS Scuola Sardegna 

 

 

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