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Libia: Macron umilia Governo Gentiloni – di Antonello Boassa

macronL’aggressione della Libia nel 2011 aveva per lìimpero francese almeno tre obiettivi 1) abbattere, secondo la Banca Mondiale, “il più alto tenore di vita in Africa” che faceva registrare “alti indicatori di sviluppo umano”, tra cui l’accesso all’istruzione primaria e secondaria ed un iter assistito a quella universitaria, e allo stesso tempo bloccare la nascita di tre istituti finanziari in Libia, in Nigeria, in Camerun che avrebbero dato vita ad una moneta africana, fondata sull’oro, che avrebbe travolto il Franco africano, moneta circolante nei Paesi francofoni, ma controllata dalla Banca cenrale francese 2) attraverso la distruzione dello stato libico sciamare nel sud, nella regione del Fezzan, dove addestrare bande terroriste per creare caos in Mali e nella repubblic centrafricana, giustificare così l’intervento dell’esercito con conseguente colpo di stato 1* e riappropriarsi di minerali preziosi quali l’uranio 3) strappare all’Italia i privilegi di cui godeva nelle relazioni commerciali e nelle concessioni petrolifere in Libia. Giustamente osserva Alberto Negri, brillante giornalista del Sole24ore ” Forse non è un caso che nel 2011, nella guerra contro Gheddafi, fossero inseriti dai nostri alleati i terminali dell’Eni in Libia tra gli obiettivi da bombardare ( come testimoniano l’ex ministro degli esteri Frattini e il capo di stato maggiore Camporini)”2*. Due alti rappresentanti dello stato italiano complici o silenti sulla distruzione di beni economici italiani! Del resto il grande statista Giorgio Napolitano non profferì”L’Italia aderisce al piano d’intervent della coalizione sotto guida Nato”? Anche il conte Gentiloni, successivamente, a linciaggio avvenuto, sentì l dovere di dire la sua “Gheddafi. Abbatterlo era una cosa sacrosanta”.

Una tragedia immane non solo per la Libia ma per tutta l’Africa che avrebbe avuto grazie alla spinta della Libia una crescita economica e sociale rilevante, il che non sarebbe stata una cosa buona per l’Unione Europea che preferisce un’Africa povera e disperata. Non ci sarebbero ora centinaia di migliaia di disperati costretti a rischiare la vita nel Mediterraneo e a subire umilazioni nei Paesi d’approdo. Ricordo che con Gheddafi lavoravano due milioni di Africani. Spariti dopo l’assassinio del colonnello.
Osserva puntualmente Alberto Negri ” La sconfitta(di Gheddafi) è stata è la più devastante debacle italiana del dopoguerra”3*
Ed io personalmente dico ” non sarebbe giusto allora incriminare per alto tradimento molti dei Papaveri che hanno voluto la guerra a favore della Francia e contro gli interessi italiani?”

Macron, che ora si atteggia a successore di Napoleone4) e non certo di Hollande e di Sarkozy, è intervenuto a gamba tesa contro l’Italia(ma direi anche contro la germanizzata Unione Europea) invitando a Parigi il 25 luglio Al Serray leader fantoccio inventato dall’Onu e dalla UE sotto la protezione del governo italiano( in effetti non controlla pienamente neanche Tripoli, nonostante le bande qaediste armate dall’Italia) e il potente generale Khalifa Haftar che controlla i più ricchi giacimenti (petrolio e gas) e gran parte della Cirenaica (ad eccezione di Misurata e di Derna), riconosciuto da Egitto e Russia 5* e con buoni rapporti ovviamente con la Francia.

Non invitare l’Italia all’incontro con i due leader libici non è solo “uno sgarbo” all’Italia che Macron vuole emarginare dalle succulente risorse della Libia ma a tutta la “comunità internazionale” che aveva indicato l’Italia pro tempore come supervisoreper lo meno della situazione a Tripoli.
Macron vuole invitare i due ad un governo unico( anche l’Onu è interessato a tale soluzione) ponendo però il suo sigillo. Soluzione difficile e Macron lo sa ma vuole evidenziare il suo impegno perché vengano tutelati gli interessi di entrambi i contendenti. Alfano, immediatamente, annusando l’aria, è corso da entrambi. Ma. povera stella, non sarà a Parigi(se non in qualità di osservatore). L’unico che potrebbe partecipare,se lo gradisse, è Donald Trump. Imperatore sì Macron ma non invasato. Mai contro gli States.

E’ difficile pronosticare gli esiti dell’incontro a Parigi.Certo è che Al Serray non si fida di Haftar e del suo esercito. Non dimentica che è stato a suo tempo un gheddafiano e che i gheddafiani hanno risollevato la testa e che molti di loro pensano di poter avere un ruolo politico nella futura Libia con Khalifa Haftar. Il generale,dal canto suo, ha voluto dimostrare fraternità e solidarietà offrendo a Tripoli il petrolio dela Mezzaluna strappato alle tanta bande che ne impedivano estrazione e trasporto. Un gesto intelligente che vuole dimostrare come il generale non voglia che il bene del popolo. Potremmo assistere a elezioni, a un referendum. Haftar è disposto- l’ha detto pubblicamente- a lasciare la divisa militare, a patto che sia lui a diventare il Presidente della Libia. Non gli mancherà l’appoggio interessato di Macron e, forse con il solito ritardo, quando i buoi saranno usciti dalle stalle, anche del governo(!?) italiano(!?)

Unificazione della Libia? Forse con l’aiuto dei gheddafiani (i militanti sono decine di migliaia)?6* Ma la somalizzazione della Libia che era stata tenuta sotto controllo da Gheddafi, è in stato avanzato, particolarmente nel Fezzan…Non so se il futuro
presidente della Libia riuscirà nell’impresa perché i più ostinati avversari di una Libia unita e forte sono molti, avidi, agguerriti e senza scrupoli e sono al di là del mare.
NOTE
1)Tre articoli del sottoscritto ” Mali, Repubblica centrafricana,ricolonizzazzione francese teleguidata dal comando usa Africom in “una parola contro le guerre” 22/27/30 dicembre 2013
2) Alberto Negri “Diplomazia del gas contro le guerre” Il Sole24 ore, 22/7/17
3) Alberto Negri, testo cit.
4) Macron ha voluto visitare la tomba di Napoleone assieme a Donald Trump come a indicare l’antica grandeur della Francia e la volontà di restituire alla Francia i fasti di un tempo, proprio con la sua persona, ora Presidente della Francia ed un giorno Presidente d’Europa con tutti i poteri
5) Senza dimenticare i progetti miliardari d’investimento, in particolare nelle aree portuali e aeroportuali della Cirenaica da parte dell’Impero celeste
6) Vedi in proposito sui gheddafiani e sulle loro divisioni politiche “Tunisie secret” 12/11/16 in “Aurora”

Doddore – di Gian Luigi Deiana

DODDORE
(sciacalli in corsa, per una morte che non muore)

in queste ore è capitato a me come a molti (virtualmente tutti i sardi, in quanto la notizia della morte di doddore meloni è riportata nelle prime pagine) di cercare un punto di equilibrio tra lo sgomento personale e le liquidazioni d’ufficio;

nella condizione della morte lo sgomento è sempre di difficile significato: è dato da una morte che non vuole morire, e che “non deve” morire; quindi per quanto mi riguarda questo sgomento durerà, perché deve durare: e penso che per tutti noi dovrebbe essere così, anche a prescindere dal corpo che ne è stato sopraffatto e dalle strade della sua vita;

nella condizione di una morte come questa le liquidazioni d’ufficio sono sempre d’obbligo e ricopiano sempre un protocollo da obitorio, quello del referto medico e quello del referto giudiziario: la cartella del giudice si chiude con lo stesso secco rumore delle casse refrigerate: è un modo di organizzare le cose, finalizzato essenzialmente a che le cose continuino a essere organizzate così e la chiusura della cassa sia la fine della domanda: perché avete fatto questo?

fin qui ci siamo: ma a che titolo vengono rilasciate dichiarazioni da parte di vacue figure politiche, in genere mezze calzette di espressione pd, sulla vicenda di doddore meloni? che senso ha deviare la questione essenziale (il fatto che sia morto di carcere in soli sessantasei giorni, a sangue freddo e per futili motivi) adducendo rilievi sciocchi sul suo modo di prendere la vita, la società e la politica? che senso ha affermare in una pubblica dichiarazione che gramsci sì era un prigioniero politico, ma doddore meloni no? e se io dicessi che tutta la sardegna è da trecento anni un prigioniero politico, che senso avrebbe disseppellire l’immaginetta di gramsci o chi per lui, da parte di questi qui?

la repubblica italiana è dotata di una costituzione che impegna le sue istituzioni a che ogni soggetto possa disporre di tutti gli strumenti per la libera espressione del suo pensiero: ogni soggetto, non solo gramsci, o mandela o pantani: ogni soggetto, ivi compresi i sardi allorquando si schifano di far parte di uno stato come questo, uno stato che ha il coraggio di tutto, dal fare leggi razziali al non abiurale mai, di tutto meno che di fare il conto dei conti in sospeso;

sarebbe inutile qui fare questo conto, non perché non basti la spazialità della registrazione elettronica, ma perché è del tutto inutile ragionare con asini politici;

qui è necessario partire dalla risoluzione carceraria, e non raramente anche dalla risoluzione omicida, su domande a cui l’asineria politica crede di non dover rispondere mai: ricordate l’asino beppe pisanu, ministro plenipotenziario e teorico del teorema dell’anarco-insurrezionalismo? dove è finito costui e dove è finito il suo teorema? quanta gente e quante famiglie hanno avuto rovinata la vita per questo asino elevato al quadrato?

la politica italiana, come tante altre, è in mano a degli asini; ma gli asini più elevati al quadrato sono gli asini italiani sardi: e beppe pisanu ne è l’esempio più recente; ma che ne dite di cossiga? che ne dite della giostra giudiziaria della vicenda arcadia? che ne dite del caso bellomonte? che ne dite del caso piliu? e se proprio vogliamo uscire di qui, che ne dite di valpreda, di pinelli e viceversa delle stragi di stato e degli assassini di giornalisti e delle archiviazioni dopo anni di vilipendio delle vittime e di menzogne al popolo italiano?

bene, qui inizia il problema delle menzogne al popolo sardo.

Manifestazione del 30 giugno a Cagliari – del Cagliari Social Forum

csfAl Prefetto di Cagliari
  e p. c.
Al  Questore di Cagliari
Al Sindaco di Cagliari
Agli Organi d’Informazione

Oggetto :  Manifestazione del 30 Giugno a Cagliari

Premesso che :
•    È  vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; XII disposizione transitoria e finale , comma 1 della Costituzione;
•    È reato l’apologia del fascismo ; legge 20 giugno 1952 N° 645, art. 4 , detta anche legge  Scelba;
•    È  reato la discriminazione razziale,  etnica e religiosa; Legge N° 205 25 giugno 1993 art.1, detta anche legge Mancino;
Il Cagliari SocialForum  esprime indignazione per l’autorizzazione  a manifestare il 30 giugno 2017 concessa al Movimento Sociale Sardo.
Dalle frasi riportate nella locandina della manifestazione, dai commenti su Facebook, doveva apparire evidente che la manifestazione avrebbe assunto il carattere che poi ha assunto: un carattere razzista, xenofobo, di odio etnico, nonché di esaltazione del fascismo in aperto contrasto con l’art. 1 della Legge N° 205  del 25 giugno 1993 ( recante materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa) e con l’art. 4 della Legge  N° 645 del 20 giugno 1952 nonché con i Principi fondamentali della Costituzione.
Il Cagliari Socialforum fa inoltre presente che le manifestazione indette, regolarmente comunicate, contro le basi militari , la guerra, la fabbrica di bombe sono state negate e sottoposte a restrizioni intollerabili, tali da vanificare le manifestazioni stesse e mortificare e criminalizzare i partecipanti, con episodi di violenta repressione attraverso  cariche ingiustificabili e mirate.
Vogliamo ricordare la vergogna dei fogli di via e i vari provvedimenti di restrizione della libertà delle persone, allo scopo  di criminalizzare e vanificare la grande manifestazione a Teulada del 2015.
Vogliamo ricordare un sit-in in via Torino, in data 1 Aprile 2016 contro la guerra in Libia e contro le basi, regolarmente comunicata, ma non autorizzata con la ridicola motivazione  dell’intralcio al traffico e alla circolazione.   Per non essere di intralcio al traffico, sono stati transennati, con adeguata e blindata custodia, tutti gli accessi a via Torino con conseguente blocco  di tutto il traffico nelle zone adiacenti.
Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi. Da sottolineare che in tutti questi casi abbiamo manifestato in “difesa” dei principi costituzionali.   
 Chiediamo sino a che punto possa arrivare la vostra “ discrezionalità” .
Vi chiediamo, infine, quali sono state  le motivazioni che hanno consentito lo svolgimento di una manifestazione che fin dalla sua “adunata” portava i germi del carattere  razzista, xenofobo e fascista in aperto ed evidente contrasto con le leggi e i principi fondamentali della costituzione.
Restiamo in attesa di una risposta.
f.to
Il Cagliarisocialforum.

Il diritto di Concittadinanza

jus-soli-2(jus soli: una questione nobile dentro una sabbia mobile)

la questione dello jus soli è precipitata in una specie di palude morta, una cisterna dei veleni; è una questione nobile e soprattutto antica, ma ad ogni suo ritorno viene spacciata come mai vista prima e come pericolosa; in realtà è semplicemente mal posta, o più precisamente è posta ancora oggi negli stessi termini in cui era concepita dagli antichi romani duemila anni fa, e per di più con soluzioni giuridiche persino peggiori di quelle adottate ai tempi del loro impero; e ancora, in un’epoca di globalizzazione in cui sono di fatto saltate le sovranità statuali e i confini che invece erano presidiati metro per metro dagli antichi imperatori, quando persino maria e giuseppe erano considerati cittadini e si mossero per il censimento;

constatare che d’improvviso teste di legno spiritose e ignoranti si esibiscono in formule latine, inducendo in meno di ventiquattr’ore tutta la nazione a discutere sullo jus soli come sul dribbling o sullo jus sanguinis come sul common rail, rallegra il cuore se si considera la naturalezza con cui d’improvviso mastichiamo le lingue antiche e le lingue straniere; ma in realtà cosa si è capito, e cosa c’è da capire?

si dovrebbe essere capito che la cittadinanza vincola uno stato ai suoi cittadini per il tramite di un formale atto di riconoscimento; esso può essere costituito una tantum dalla discendenza (diritto di sangue) o dal suolo natìo (diritto di suolo), ma fuori dall’una tantum soprattutto dal pagare i tributi dovuti (dare a cesare quel che è di cesare); se queste condizioni sono soddisfatte tutti quelli che per lo stato sono “cittadini” diventano nei loro rapporti reciproci “con-cittadini”, nel senso che virtualmente contribuiscono tutti gli uni per gli altri,

se si affronta la questione a un livello più elevato (dare a dio quel che è di dio) ne viene che i membri che riconoscono un comune valore spirituale non sono semplicemente cittadini e nemmeno semplicemente con-cittadini, ma sono “fratelli”;

ovviamente non è compito dello stato coltivare la fratellanza, ma tanto meno è compito dello stato fare il contrario, cioè coltivare l’ostilità reciproca o la concorrenza sleale o l’indifferenza esasperata tra i suoi membri; rispetto a questo né lo jus sanguinis né lo jus soli appiccicano a niente, anzi come tali sono puro accecamento per gli occhi e puro veleno per la mente; l’unica comunanza che io riconosco ai miei simili è il diritto alla suola delle scarpe piuttosto che il diritto derivato dal suolo natio, cioè il diritto a camminare liberamente e a possibili rapporti di fratellanza che inevitabilmente sorgono tra chi si trova a camminare insieme; e quanto al tragicomico jus sanguinis, quale campione della stirpe rifiuterebbe in caso di necessità una trasfusione per il semplice fatto che la sacca di sangue viene dalla donazione di un somalo o di un bengalese?

ora, il punto chiave non è la cittadinanza (stato-cittadini) ma è la con-cittadinanza; quali devono essere i requisiti fondamentali che consentano agli individui di confidare in una mutualità dei diritti e dei doveri? che differenza fa essere nati a damasco o in sri lanka o essere nati in brianza o in versilia? zero, zero spaccato; la differenza la fa invece essenzialmente questo: dare a cesare quel che è di cesare, a partire dalla tassazione e a finire nel rispetto concreto delle leggi, e se proprio volete anche delle radici cristiane (ohibò, dare a dio quel che è dio ovvero coltivare il comune valore spirituale della fratellanza);

poiché rivendico come mio il mio diritto alla con-cittadinanza, io ripudio in primissimo luogo la mia concittadinanza con membri di questo stato che ne proclamano politicamente la negazione ad altri (salvini, grillo e circa metà degli italiani) e ripudio in secondissimo luogo la mia concittadinanza con membri di questo stato che ne impediscono economicamente ad altri la partecipazione (i grandi evasori, gli esportatori di capitali, i titolari di vitalizi e privilegi infami, gli sfruttatori di lavoro umano ecc.);

tolti questi, io sono concittadino di tutti gli altri: questa è “la repubblica”; ogni possibile idea di repubblica al di fuori di questa emana cattivo odore.

 

Gian Luigi Deiana

HISTORIA MAGISTRA MORTIS – di Gian Luigi Deiana

(i trucchi osceni della storia d’italia)

l’unione sarda di oggi 10 giugno riporta in pagine diverse due lezioni esemplari di contraffazione storica: dalla riflessione congiunta su queste due lezioni se ne ricava una terza, fondamentale per comprendere la pillola avvelenata del rapporto tra la sardegna e l’italia dal punto di vista storico;

– prima lezione: nelle pagine della cultura è riportata un’intervista alla scrittrice ebrea elena loewenthal, ospite in un importante evento programmato a cagliari; la tesi sostenuta dall’autrice è questa: il giorno della memoria è diventato per l’italia una comoda ricorrenza di omaggio agli ebrei, che non mette in conto la complicità italiana ed europea in genere nella programmazione del transito dei treni di deportati, e che ancora oggi consente all’italia di non assumere alcun atto formale e alcun impegno etico nel ripudio delle leggi razziali; l’olocausto è la copertura di questo sonno della ragione e di questa abdicazione della consapevolezza storica;

– seconda lezione: nelle pagine di cronaca nuorese è riportata la notizia secondo cui la prefettura di nuoro ha bocciato il programma di revisione della toponomastica cittadina recentemente approvato dall’amministrazione comunale di lanusei; il programma di revisione prevedeva che decadessero le intitolazioni di vie a umberto primo, vittorio emanuele secondo e luigi cadorna e che le nuove intitolazioni fossero attribuite a personaggi illustri di lanusei; la prefettura ha motivato la bocciatura con due argomenti: il primo, che vanno rispettate le scelte toponomastiche effettuate dalle generazioni precedenti; la seconda, che la commissione ufficiale denominata “deputazione di storia patria per la sardegna” giudica intangibile la salvaguardia del patrimonio storico rappresentato dal “risorgimento”;

– terza lezione: la terza lezione non sta nelle pagine del giornale, ma sta nella riflessione sui seguenti punti: che titolo “politico” ha una prefettura nel promuovere o nel bocciare le scelte di una comunità cittadina in materia di intitolazioni delle proprie vie? che titolo “storico” ha una cosiddetta “deputazione di storia patria” nel sancire i valori etici ufficiali da salvaguardare nelle intitolazioni di vie? che razza di repubblica è una repubblica nella quale questioni di tale genere vengono decise senza appello in un ufficio provinciale del ministero dell’interno che si avvale del parere di un misterioso consiglio notturno eletto da nessuno?

— conclusione: vediamo ora i personaggi che la repubblica italiana (nata dalla resistenza ma battezzata in compromesso con la monarchia e con tutte le sue istituzioni più autoritarie, corrotte e brutali: questure, prefetture, alta burocrazia centrale) considera di irrinunciabile statura etica per la sua storia nazionale, e che invece un piccolo comune come lanusei ritiene rinunciabilissimi per il loro oggettivo spessore storico (per es. vittorio emanuele secondo) o per la loro meschina o infame statura etica (umberto primo e luigi cadorna);

– vittorio emanuele secondo fu non solo il primo re d’italia, ma anche il re dei circa ventimila morti della guerra civile meridionale, condotta con l’occupazione militare, la repressione e le rappresaglie da parte di 110.000 soldati contro centinaia di villaggi contadini del sud alla fame (1861-1865); il capitolo sardo fu meno spettacolare, ma non meno tragico;

– umberto primo non fu solo il secondo re d’italia, fu anche il re dello stato d’assedio su campagne e città, fu il re delle prime spedizioni coloniali sciagurate e assassine, e fu il re che si compiacque di decorare il generale bava beccaris per avere usato i cannoni e la cavalleria contro una manifestazione di operai, donne e bambini a milano; per la sardegna fu il re della “caccia grossa” contro pastori e contadini, protrattasi tragicamente per molti anni; cadde vittima di un attentato portato a termine da un eroe anarchico tornato dagli stati uniti per assovere a un imperativo di giustizia, gaetano bresci (1901);

– luigi cadorna fu il comandante in capo delle truppe italiane durante la prima guerra mondiale; fu un personaggio cupo, militarmente irresponsabile, paranoico, cinico e umanamente vile; fu esonerato dopo il disastro di caporetto, e continuò la carriera slinguando riconoscimenti e favori per sé e per i suoi figlioli al cospetto del duce;

– è su questa fosca sequenza che si compì anche la lunga parabola di vittorio emanuele terzo, che fu il terzo re d’italia, che spianò la strada al fascismo e che compì proprio con la promulgazione delle leggi razziali il suo capolavoro sul medagliere della nazione, confortato senza dubbio dalle autorevoli “deputazioni” di storia patria che dominavano il mondo accademico di allora e ahimè, per certi versi anche quello di oggi;

— poiché la questione non riguarda solo lanusei ma è ricorrente in molti comuni sardi, sono del parere che si renda necessaria ora una campagna di solidarietà piena a lanusei, al suo sindaco e alla sua amministrazione.

gian luigi deiana, ardauli

IL CASO DI LUCIA A. – di Gian Luigi Deiana

(terrorismo e costruzione dell’isteria)

con “il caso di anna o.” sigmund freud tracciò il primo studio psichico della patologia isterica, e fu su quella intuizione rivoluzionaria che fondò la teoria dell’inconscio e la psicoanalisi; non rivelò il cognome della paziente per la condizione esemplare del caso, che fu da lui narrato con l’intento di farne appunto il caso di scuola;

“il caso di lucia a.” è un caso di scuola per un’altra ragione ed inoltre obbliga a rivelare il cognome, trattandosi di una nota figura pubblica del mondo dell’informazione e specificamente di quella lucia che si propone di far riflettere gli italiani la domenica appena dopo pranzo sui problemi della società; questa volta, ieri 4 giugno, lucia a. ha dedicato la sua trasmissione “in mezz’ora” proprio all’isteria, e precisamente alla sindrome isterica che secondo la sua tesi ha pervaso la psiche della nazione; la parola chiave di questa sua curiosa sociologia è “panico”;

freud aveva costruito la spiegazione della malattia isterica di anna o. sulla somma di due osservazioni decisive anche se apparentemente insignificanti: il legame della ragazza col genitore ammalato e bisognoso della sua presenza e un rapporto di fobia nei confronti dell’acqua: fece 1+1, e ci ragionò sopra;

annunziata costruisce invece la dimostrazione della sua tesi (che la gente in italia sia sull’orlo di una epidemia isterica) sulla somma di due vicende assolutamente significative, distanti l’una dall’altra ma praticamente simultanee, ovvero l’attentato terroristico di londra e il panico generatosi in una piazza di torino sul finire della partita juventus-real madrid; anche qui l’operazione proposta è stata 1+1, ma mentre il vecchio sigmund aveva correttamente sommato mela+mela, la grande lucia ha erroneamente e consapevolmente sommato mela+pera, e non si è affatto fermata qui;

annunziata si è circondata di autorità del ramo, e precisamente la star di al jazeera barbara serra, un decano di psicologia dell’università di torino e il lobbista italo-israeliano jonathan pacifici; nel bel mezzo di una tragedia reale (quella di londra) e di una quasi tragedia (quella di torino) l’opinione pubblica è stata trascinata da questa sacerdotessa dell’opinione pubblica in una avvilente commedia di costruzione immaginaria dell’isteria;

il copione prevedeva che barbara serra spiegasse che i londinesi a fronte di offese così gravi tutto fanno meno che cedere alla paura; prevedeva che il professore spiegasse che nelle sedute di psicoterapia è sempre più evidente che gli italiani sono sull’orlo di crisi di nervi a causa della dilagante minaccia terroristica; e prevedeva, dulcis in fundo, che il lobbista pacifici spiegasse come in israele il terrorismo non sia un problema in quanto la macchina della sicurezza è perfetta;

la conclusione, si direbbe, sta nell’auspicio in italia che ci si doti di un modello di sicurezza made in israele e di un modello di condotta made in england: imparare a convivere con la presenza della bomba pronta a esplodere senza cedere a fenomeni di panico quale quello di cui la vicenda di torino sarebbe la spia; e magari mettere il tallone di ferro sulle strade e l’intelligence di silicone sull’immigrazione islamica;

scomponendo le parti così grossolanamente assemblate, si deve almeno considerare che il panico provocato da un improvviso moto di folla (vedi stadio heisel) non ha niente a che fare col terrorismo ma solo con imperdonabili imprudenze organizzative; che gli inglesi di fronte al sangue non fanno una piega soltanto nella retorica letteraria e per il resto si comportano giustamente come tutti gli esseri umani; e che in israele l’esercito ha il pieno controllo della situazione in quanto è esso stesso l’agente di terrore più collaudato, più preventivo, più sistematico e più estremo;

sul mare luccica l’astro d’argento, placida è l’onda e prospero è il vento, venite all’agile barchetta mia, santa lucia santa lucia.

Gian Luigi Deiana

Ancora una magnifica giornata di “Monumenti aperti” ! – Comitato Antimilitarista

capofrasca2Questa volta però abbiamo un monumento alquanto insolito: un poligono militare a fuoco sistemato a Capo Frasca, che un tempo fu uno degli angoli più belli della terra sarda.
Il poligono cerca appigli per dimostrare di saper coesistere con la società civile, e con “Monumenti aperti” si offre di mostrare le bellezze paesaggistiche che ancora sussistono in quel territorio interdetto, zona di esercitazioni militari, in cui ogni anno si fanno devastanti prove di guerra aeree, navali, terrestri, durante le quali pesca, navigazione e balneazione sono vietate per un tratto di mare vasto quanto mezza Sardegna.

E a guardare il calendario delle esercitazioni, gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi, col mese di maggio interamente occupato da prove a fuoco. Breve sosta il sabato sera e la domenica, giusto il tempo per aprire al pubblico con la piccola pausa di “Monumenti aperti”.

Troppo stride la criminale finalità di preparare, sperimentare ed esportare la guerra con quella di mostrare bellezze naturali che ancora non sono state visibilmente scempiate. Per non parlare poi dello scempio che non si vede, l’inquinamento militare, ma che anno dopo anno si accumula nell’acqua e nella terra.

Quest’anno il calendario esercitazioni non ha neanche svelato quali sistemi d’arma siano stati impiegati, e sui veleni sparsi possiamo fare solo congetture. Sappiamo però che la guerra si espande ai quattro lati del mondo e lo stato italiano, incastrato in un’alleanza belligerante – la NATO – che non ha mai tregua, ha in programma spese militari sempre più ingenti.
I poligoni della Sardegna devono rispondere a queste prospettive, e ad attutire lo scontento vengono attivate le tattiche di convivenza con le comunità e il territorio: ecco gli indennizzi, seppure insufficienti e sempre in ritardo, sospensione delle maggiori interdizioni dall’inizio di Giugno, confronto Regione – Ministero della Difesa. E ora aggiungiamo la “chance” o meglio la mistificazione di poter vedere il poligono come un … Monumento, e magari l’occupazione militare come una “salvaguardia” dalla speculazione edilizia !

Grazie poligono di Capo Frasca, grazie Cocer interforze e Stato Maggiore dell’Aereonautica !
Grazie Ministero della Difesa !

Comitato Antimilitarista

ULTIMI (nino e il ‘che': aleida guevara nel paese di gramsci)

aleida-guevaraIeri 18 maggio aleida guevara è stata a ghilarza, ha visitato la casa di antonio gramsci e ha incontrato questo popolo dei due mondi, il popolo terzomondista di nino e del ‘che’, in una assemblea lunga e appassionata; tanto piena di gente e di passione che per me è troppo presto parlarne già oggi;

il motivo per cui cito qui comunque questo evento è piuttosto un motivo collaterale, ed è costituto dall’indicazione del tema dell’incontro così come girato alla stampa nei giorni precedenti: ovvero, letteralmente, “antonio gramsci e ‘che’ guevara dalla parte degli ultimi”;

la mia prima reazione alla lettura di questa espressione, probabilmente improvvisata e dettata dalla fretta, è stata di quasi imbarazzo ed affidata a una parolina salvifica che ho imparato da piccolo: “boh”; la seconda reazione è stata di quasi rassegnazione: infatti ormai la comunicazione, con tutta la sua evidenza ingenua e impolitica, era diventata pubblica e non restava che ribadirla comunque, anche se in modo sommesso;

la ragione del mio quasi imbarazzo e della mia quasi rassegnazione era costituita dal fatto che la persona reale che tutti ci apprestavamo ad incontrare, aleida, è in primo luogo una donna di oggi coi problemi di oggi, un medico pediatra di una repubblica molto speciale del caribe; ed in secondo luogo, ma solo in secondo luogo, conteneva in quell’incontro strettamente attuale un altro incontro di una attualità molto più ampia, cioè la relazione politica e morale tra gramsci ed il ‘che'; in questa composizione già abbastanza complicata il riferimento tematico ai fantomatici “ultimi” mi era parso un modo di dilatare il seminato nell’universo mondo, cosa che solo ai papi e ai poeti è concesso di fare;

per di più si è accennata fra alcuni di noi una comica rincorsa alla giusta interpretazione, visto che una correzione lessicale era ormai impossibile: quindi gli ultimi sono diventati gli oppressi, poi gli oppressi sono diventati i subalterni, poi i subalterni sono diventate le classi subalterne e così via ancora su altre subalternazioni semantiche;

ora, a cose fatte, mi sembra giunto il momento di puntualizzare il concetto di “ultimi” nel mondo attuale, considerando che il mondo attuale è in primo luogo un mondo di persone reali e di relazioni reali tra persone reali e che solo in secondo luogo è un mondo di parole e di relazioni concettuali tra le parole;

quindi ora devo confessare di avere rovesciato la mia posizione scettica, e sentendo di rivendicare la giustezza del concetto “politico” di “ultimi” non provo alcun imbarazzo nell’alone religioso o morale della parola; gli “ultimi” esistono realmente ed anzi essi costituiscono incontrovertibilmente la grande generalità degli esseri umani che oggi abitano il pianeta;

è pur vero che il concetto è relativo, in quanto ci sono gli ultimi nella scala del potere, gli ultimi nella scala della cultura, gli ultimi nella scala della salute, gli ultimi nella scala dell’occupazione, gli ultimi nella scala della ricchezza ecc.; ma è anche vero che il concetto è anche assoluto, in quanto in genere gli ultimi in una scala sono anche gli stessi ultimi di ogni altra scala e sarebbe il caso, una buona volta, di capire che questo è un fatto politico: anzi è il fatto in assoluto più politico di questa epoca storica;

il problema oggi consiste quindi nel fare in modo che questo enorme e inedito “fatto” politico dia luogo alla costituzione di un altrettanto enorme e inedito “soggetto” politico, che sorga dalle apparenti mille diversità di ogni “ultimo” in particolare;

questo problema necessita di considerare il fatto subordinato, altrettanto politico, che l’esistenza reale di “ultimi” comporta “sempre” l’invenzione propagandistica di “penultimi”, e comporta ancora la conseguenza che il centro di gravità dei problemi e delle soluzioni si sposti dal suo luogo decisivo (la piramide sociale edificata in funzione dei “primi”, i potenti, i padroni del pensiero, i normocappati, i manager, le aristocrazie operaie, i ricchi) al suo campo di guerra ovunque circostante aizzato quotidianamente ad hoc: il campo della guerra tra i penultimi e gli ultimi: disoccupati francesi contro immigrati magrebini, senza casa di centocelle contro campi rom, mutilati di aleppo contro artigiani di budapest, figli disoccupati contro padri pensionati, ecc.: e infine, poiché le scorciatoie sono sempre la più facile soluzione in tanta dolorosa e multicolore diversità, bianco contro nero;

il gioco, come dice il poeta, davvero si fa teso e tetro: mentre la discarica degli ultimi non contempla un trattamento differenziato, la geografia dei penultimi è sottoposta a una continua tensione di auto-differenziazione, poiché ciascuno è indotto a temere che domani sarà più penultimo di oggi e rischierà di diventare almeno provvisoriamente il negro di qualcun altro;

è vero che ogni epoca storica ha potuto vantare i suoi oppressi, i suoi sottoproletari e la sua plebe, cioè i suoi subalterni in genere; ma qui siamo di fronte a un fenomeno storico nuovo e tanto grande quanto può essere grande la proporzione di 99 contro 1 nella distribuzione della ricchezza, o quanto può essere grande il numero di tre o quattro o cinque miliardi di esseri umani in un pianeta così unico, così sbagliato e così piccolo;

ma non si tratta solo di uno spaventoso aspetto quantitativo; si tratta soprattutto della differenza decisiva per cui i subalterni in genere, per quanto oppressi, sfruttati, imbrogliati e massacrati, hanno goduto in ogni epoca storica di un riconoscimento di soggettività sociale, fosse anche soltanto per giustificarne il genicidio; è proprio nei subalterni in genere che lo stesso gramsci individua la sorgente profonda di ogni dimensione di cultura: riconoscimento e coscienza, l’alfabeto binario di ogni identità nel consorzio umano;

non è così invece per gli “ultimi” di questa epoca storica conformata sulla teologia totalitaria e nichilistica del neoliberismo; gli “ultimi” sono tutti e nessuno, e dispongono tutt’al più di una identità inservibile se non per essere respinti giuridicamente, se non dovesse bastare la loro condizione fattuale di annichilimento e di scarto; nessuno di noi dispone oggi di una adeguata comprensione di questo fatto e di una possibile concezione politica, ma a ciascuno di noi è ancora concesso di riflettere in un modo almeno pre-politico ma onesto con se stessi;

con questo ho deciso: antonio gramsci ed ernesto ‘che’ guevara: dalla parte degli ultimi

Gian Luigi Deiana

SA LOTA – Pratobello – Orgosolo 1969 – di Maria Bassu e Francesca Ziccheddu

l 27 maggio del 1969 sui muri del paese, dalle autorità, fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori, che operavano nella zona di Pratobello, a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’Esercito Italiano. Il 9 giugno 3.500 cittadini di Orgosolo iniziarono la mobilitazione; il 18 dello stesso mese, la popolazione del paese si riunì in piazza Patteri: dall’assemblea scaturì la decisione di attuare una forma di protesta nonviolenta e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello[1]. Dal 19 giugno iniziò l’occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l’esercito si ritirò. A seguito di questi fatti nacque il fenomeno del muralismo nel centro barbaricino.

Riportiamo il link del filmato su Youtube postato  da Maria Bassu:

 

Quirra: 28 aprile 2017 – di Claudia Zuncheddu

La presenza di tanti sardi a Quirra oggi è un atto dovuto, per ribadire la ferocia dell’occupazione militare in Sardegna da parte dello Stato italiano. Per ribadire che per noi sardi la Liberazione non c’è mai stata visto che di guerra, in casa nostra, si continua a morire.

Come giustificare la concentrazione nella nostra Isola del 62% dei poligoni militari previsti per tutto il territorio italiano?

Come non denunciare che violando la vocazione della nostra bella Terra, è qui che da oltre mezzo secolo eserciti di molti Stati del mondo fanno le esercitazioni con armamentari da guerra, è qui che l’industria bellica sperimenta armi letali, è qui che si producono bombe, con alti profitti e di certo non per noi sardi. Tutto questo in nome degli interessi economici dello Stato italiano nella sua Prima colonia: la Sardegna.
La manifestazione a Quirra si è svolta pacificamente. Lo schieramento spropositato di forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, ha bloccato il corteo facendo sì che la manifestazione si trasformasse in un sit-in forzato sotto l’assedio di militari, dotati anche di cani, pronti a reprimere ogni minimo sussulto.
Non soffia un buon vento. E’ un vento di repressione.

Claudia Zuncheddu

LETTERA A VINCENZO MIGALEDDU – di Gian Luigi Deiana

Caro compagno,

questa è la lettera che mai avrei voluto scriverti e che tu non potrai mai leggere; dopo anni di lotte comuni, appuntamenti per ogni dove, messaggi, mail e comunicazioni disparate, ora ci lega la cessazione di ogni possibile parola. Questo pensiero e questo sentimento così muto, tuttavia, è talmente intenso in questi momenti nel cuore dei tuoi amici che non può contenersi nel silenzio di ognuno. In qualche modo noi siamo te, siamo quello che da te abbiamo imparato: non solo la lettura delle cose, ma anche come essere più profondamente noi stessi. Ogni vero medico non si limita a proporre una medicina, ma insegna la cura del mondo; ogni vero scienziato non si limita a fornire informazioni e dati, ma insegna a prendere a cuore la scala dei problemi; e ogni vero politico non si limita a diffondere interpretazioni in cambio di consenso, ma insegna un’etica.

Sei stato tutto questo, Vincenzo, un maestro; chi come tanti di noi ha passato le mattine della propria vita nelle scuole, e tanto spesso le sere nelle battaglie, sa che un maestro non muore mai, perché vive in ciò che ha insegnato. Ora sappiamo di dover essere noi ciò che è stata la tua vita, dolorosamente breve quanto intensa e amorevole. Ognuno dei tuoi amici in questi momenti è trascinato indietro al pensiero dell’ultima volta che ti ha incontrato: quell’immagine ricompare come una nitida visione, nell’animo di ciascuno con il suo luogo e la sua situazione: Nuoro, Cagliari, Gonnosfanadiga, San Quirico, Narbolia, La Maddalena, Porto Torres, Tossilo, Ottana, Carbonia, Portoscuso, Nuoro… e i tanti luoghi intristiti della nostra patria sarda. A ognuno di noi, nella visione di quello che non sapevamo essere l’ultimo saluto, torna l’immagine della tua disposizione a sorridere. Nel tuo delicato lavoro come nelle tue battaglie civili non hai mai distolto lo sguardo dal dolore: è per questo che in tutta la tua breve vita sei stato un uomo della gioia.

Vorrei dirti addio non solo per me, ma per questa mia casa, per il mio paese, per i comitati, per i Cobas della scuola, e per tutti quelli a cui non hai mai detto di no quando ti hanno chiesto aiuto.

Addio.

Gian Luigi Deiana

NEWROZ: UNA PRIMAVERA PER IL MEDIO ORIENTE – di Gian Luigi Deiana

IL  NEWROZ  fissa nell’equinozio di primavera l’inizio di ogni nuovo anno, fin dai tempi più antichi del mondo persiano e dei popoli che lo hanno abitato; è insieme una festa del popolo e della terra, identitaria e religiosa, profana e sacra, che individua la propria sacralità nella riforma religiosa di Zarathustra. Nella tragica storia medio-orientale il suo ricorrere stagionale ha segnato innumerevoli volte la catastrofe e la rinascita, il pericolo dell’annientamento e la speranza della liberazione. Questo nuovo anno di guerra, il 2017 dell’era cristiana ovvero il 1438 del calendario islamico, mostra nelle rovine dell’antica Mesopotamia e nella biblica via di Damasco lo scenario di una primavera che appare sempre più impossibile.

ABDULLAH OCALAN è stato fino al giorno della sua cattura, avvenuta in Kenia il 15 febbraio del 1999, il capo del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan; questa organizzazione, fondata appena venti anni prima nel Kurdistan turco, aveva raggiunto in breve tempo una dimensione di consenso e una capacità politica e militare tali da allarmare non solo lo stato turco ma tutti i governi occidentali interessati a preservare con ogni mezzo il controllo imperialistico di tutto il Medio Oriente: un controllo divenuto particolarmente precario negli ultimi decenni sia per l’evoluzione della politica iraniana sia per gli esiti della prima guerra del Golfo. Il complotto internazionale ordito per spegnere la voce di Ocalan ha visto all’opera per almeno quattro mesi governi e cancellerie, ambasciate, servizi segreti e apparati occulti di mezzo mondo agli ordini del presidente americano Bill Clinton; tuttavia la condanna a morte di Ocalan, pur sopraggiunta con una giurisprudenza a orologeria, è stata sospesa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nell’estate del 1999: il cappio non ha potuto spegnere quella voce. Essa, come del resto quella del suo popolo, resta comunque una voce prigioniera: e tuttavia, in sede storica, sono proprio le voci prigioniere quelle su cui si deve misurare la verità.

UN MONDO SENZA VERITA’. La lotta di Abdullah Ocalan per la verità è indirizzata alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: potrebbe sembrare l’usuale ricorso di un imputato ad uno strumento di utilità processuale, ma non è affatto così. Attraverso la Corte Ocalan si rivolge al proprio popolo, si rivolge all’Occidente e si rivolge alla Storia: la sua lotta per la verità assume quindi la dimensione di una grande visione storica e di una concezione filosofica profonda: e di fatto è anzitutto su questo che si deve misurare una lotta per la verità. Questa sua opera fu consegnata alla Corte due anni dopo la sua cattura, nell’aprile del 2001. Pochi mesi dopo, con l’attentato dell’11 settembre, lo scenario era destinato a mutare radicalmente: con la plateale menzogna di Colin Powell alle Nazioni Unite sulle armi di distruzione di massa iniziava la guerra in Iraq. Quella che con tragica metafora Saddam Hussein aveva definito “la madre” di tutte le battaglie, e che con cieca stupidità George Bush aveva  annunciato come “il Nuovo Ordine Mondiale”, ha disseminato in medio oriente in questi ultimi quindici anni decine di conflitti regionali, migliaia di bombe e centinaia di migliaia di morti, con tutto il corredo di mutilati, di profughi e di ricadute razziste nell’intero Occidente. Il Newroz di questo equinozio di primavera, nel 2017, conta sul terreno tra le case distrutte e i fiori disseccati le immagini di uomini, donne e bambini straziati dai gas. E come sempre in questi casi, inizia tra i mentitori il triste valzer delle accuse, ovvero il balletto osceno della “verità”.

NASCITA DELLA CIVILTA’.  La tesi fondamentale di Ocalan, fedele in questo alla lezione dello storico greco Erodoto sul concetto di “verità”, consiste nella necessità di non prescindere mai dalla conoscenza e dalla coscienza di quello che è stato l’inizio: e l’inizio, inteso come l’inizio di tutta la storia, consiste (secondo Ocalan) nella prima forma di vita sociale organizzata costituitasi nella Mesopotamia settentrionale circa diecimila anni fa. La rivoluzione neolitica, le prime confederazioni tribali, la nascita dell’agricoltura, la miscela demografica dei Sumeri, la prima formazione di classi proprietarie, il passaggio dalle forme animistiche di mitologia a una religione diretta dal tempio, la pianificazione schiavistica dell’economia, le guerre per i metalli, l’imperialismo militare di Sargon ecc. costituiscono l’orditura primaria di tutto il processo storico che ne sarebbe poi conseguito. E ogni volta, quando il carico di sopraffazione diventava insostenibile, l’Oriente ha saputo opporre come prima forma di resistenza un elemento etico irrinunciabile e radicale: il Profetismo.

PROFETISMO.  Il profeta non è affatto un sacerdote, ne costituisce anzi una antitesi radicale; il suo rapporto col divino parte sempre dall’umano e specificamente dal ripudio dello sfruttamento e dalla necessità della liberazione. Il profeta è l’uomo che coltiva la speranza in tutto il popolo. In particolare Ocalan attribuisce alla figura di Abramo una rilevanza storica fondativa, per tutto il corso della civiltà, nella concettualizzazione liberante del divino; ed attribuisce alla figura di Zarathustra una rilevanza storica ugualmente fondativa, per la storia e per l’identità medio orientale fino ad oggi, nella concettualizzazione della libertà individuale. L’idea del divino come liberazione dall’oppressione e l’idea dell’umano come libera volontà sono il lascito del profetismo ed Abramo e Zarathustra, come Isaia o come Mani, ne sono le figure emblematiche. E’ per tale ragione che le grandi religioni universalistiche, nate all’inizio e alla fine dell’immenso ordinamento schiavistico rappresentato dall’Impero Romano, cioè la religione di Gesù e la religione di Maometto, non avrebbero potuto prendere forma altrove se non in Medio Oriente. La civiltà ha trovato nel profetismo la ragione antica del superamento della stessa schiavitù religiosa, come ha maturato essenzialmente nel profetismo il proprio orizzonte etico e la propria intelligenza storica. La civiltà trova nel Profetismo l’embrione stesso dell’Umanesimo; e nelle epoche di crisi (quale quella in cui è precipitato il mondo e soprattutto il Medio Oriente oggi)  affida al Profetismo la salvezza estrema dell’Umanesimo stesso.

UMANESIMO. La tesi conseguente proposta da Ocalan pone il problema del perché il Profetismo sia rimasto un fenomeno storico essenzialmente orientale mentre l’Umanesimo si sia costituito come un fenomeno storico essenzialmente occidentale. In termini più estremi, perché l’Oriente abbia avuto un Profetismo che non è maturato come Umanesimo e perché l’ Occidente abbia maturato l’Umanesimo senza avere nel suo germoglio il  Profetismo. Questa doppia contraddizione è di fondamentale importanza per la comprensione della dialettica storica, ovvero per la comprensione del carattere autoprogressivo delle contraddizioni reali. Ocalan spiega che la prima forma storica dell’Umanesimo si venne a costituire in Grecia, e specificamente nello stesso frangente storico della predicazione profetica di Zarathustra, il profeta della libera volontà e dell’identità individuale; e tuttavia il mondo greco non incontrò Zarathustra, e non lo incontrò in quanto la direttrice imperialistica del colonialismo greco nel Vicino Oriente entrava in diretto e radicale conflitto con il mondo persiano. I Greci presero tutto dall’Oriente, dai fondamenti della matematica ai propri dei, ma grazie alla struttura aperta della loro società ne realizzarono un superamento talmente forte e talmente originale da comportare nei confronti della madre orientale una irreversibile frattura. Qui, nell’umanesimo della prima filosofia greca e nella democrazia delle prime città greche, si pone il primo epocale divario tra Oriente e Occidente. A questo seguì il grande contributo della romanità, che non consiste tanto in una grande coltivazione umanistica, peraltro difficile in un impero a base schiavistica e militare, quanto nella genesi e nella giustificazione del diritto (il Diritto, inteso come la regolazione giuridica dei rapporti sociali relativamente alle forze sociali tout court piuttosto che alla tradizione o agli dei). E’ poi vero che le forme schiavistiche di organizzazione sociale e poi le forme servili di un interminabile Medio Evo frenarono anche in Occidente il processo espansivo dell’Umanesimo greco come anche il processo evolutivo del Diritto romano, ma è altrettanto vero che in Occidente il Medio Evo ha poi avuto fine: ciò che è avvenuto in Europa cinque secoli fa, cioè un mutamento generale del panorama delle forze produttive indotto dal progresso scientifico e tecnico, ha spalancato in Occidente il nuovo orizzonte del Rinascimento e della riforma generale di tutta la società. Il Medio Oriente invece, quanto più procedeva nella unificazione geografica indotta dall’Islam, tanto più sprofondava negli identitarismi dogmatici, sia religiosi che tribali, funzionali ad una perpetuazione della struttura servile dell’intera società al servizio di oligarchie: sprofondava cioè in un Medio Evo senza fine.

MARXISMO.  La tesi conseguente di Ocalan riguarda la modernità e infine il mondo contemporaneo; riguarda quindi anche il futuro, ovvero la direzione verso cui indirizzare le possibilità di azione della politica. Per quanto la posizione di Ocalan nei confronti di Marx e soprattutto dello scolasticismo marxista sia estremamente critica, in termini di metodo e di costruzione teorica essa resta del tutto interna alla concezione rivoluzionaria propria del comunismo. Ocalan prosegue qui l’analisi della contraddizione Oriente-Occidente e osserva, in primo luogo, che il cammino storico progressivo indotto in Occidente dalla rivoluzione umanistica è stato bloccato dal capitalismo; per tale ragione i risultati reali della primavera dell’illuminismo, consistenti negli straordinari progressi della scienza e della tecnica, in forza del loro uso perverso si stanno rivelando ogni giorno di più nel loro potenziale mostruoso e antiumano. L’imperialismo, esito obbligato e cieco di questo autismo dell’economia e dell’organizzazione della vita materiale e spirituale, ha di conseguenza investito tutto il mondo di questa malattia, la malattia autoimmune dell’Occidente. In particolare ne ha investito il Medio Oriente, riaprendo a parti invertite la frattura epocale sopravvenuta venticinque secoli fa tra i Greci e i Persiani. Allora fu l’occidente greco a produrre il superamento di una condizione storica ormai ferma nel grande Medio Oriente; e così oggi, a parti invertite, il futuro chiede al Medio Oriente di rendere possibile, con la propria rivoluzione e con la propria salvezza, anche la salvezza dell’Occidente. Ocalan è persuaso che la corsa folle imposta dalla macchina del capitale non potrà essere fermata con un processo politico interno al mondo capitalistico stesso, o almeno che ciò non possa avvenire prima che eventi di carattere catastrofico sull’ambiente e sui popoli si siano realizzati; e dunque è la Storia stessa che nella sua logica impone il percorso necessario: è di nuovo compito del Profetismo costruire l’ancora di salvezza dell’Umanesimo. Vi è però una condizione: che il Medio Oriente di oggi sappia essere all’altezza del suo grande passato, sappia finalmente accendere il suo Rinascimento, la sua Riforma e il suo Illuminismo. Che il Medio Oriente, in tutte le componenti etniche che ne hanno segnato la storia, sappia superare le ancestrali consuetudini tribali, i dogmatismi confessionali e gli inganni dei propri nazionalismi; che sappia smascherare la connessione perversa tra gli interessi imperialistici del capitale e gli interessi di classe delle oligarchie nazionali locali. Che cioè sappia entrare realmente nell’epoca della democrazia.

IL  POPOLO  KURDO.  In questa visione storica il compito del popolo kurdo è assolutamente particolare: non dovendo rendere conto alla ragion di stato, non avendo un proprio stato, il popolo kurdo è forse l’unica entità storica in grado di cominciare a sperimentare una democrazia sgravata del carico stesso dello stato e delle sue logiche autoconservative. Le varie componenti kurde devono saper essere leali nell’ambito di ciascuno stato nella misura in cui esse sono riconosciute, e nella misura in cui sono rispettate in condizione costituzionale di uguaglianza di diritti e di parità sociale. Questo impone loro da un lato di organizzare il diritto alla resistenza armata laddove i diritti fondamentali non vengano riconosciuti, e dall’altro di organizzare il progresso democratico di ciascuno stato di cui sono cittadini, a partire dall’organizzazione democratica della società civile. In questa unicità storica il popolo kurdo, che si trova nel centro della nascita della storia umana ed insieme nel centro della sua attuale catastrofe, è chiamato ad essere protagonista, in una volta, sia del profetismo che della rivoluzione.

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NEL GREMBO DELLA RELIGIONE.  La riflessione storica e filosofica di Ocalan è contenuta nel primo dei suoi saggi carcerari, intitolato Gli eredi di Gigamesh. Essendo presentato come “appello” all’Europa nella forma giuridica di ricorso alla Corte per i Diritti dell’Uomo, già nella prima pagina Ocalan afferma che è come se la vecchia madre (il Medio Oriente da cui è nata tutta la storia della civiltà) si presenti a chiedere giustizia ai suoi figli da tanto tempo immemori di lei. Stando a questa dolorosa metafora, il seno di questa madre ha nutrito per millenni l’umanità, secondo Ocalan, non solo con la progressione dell’organizzazione produttiva e sociale ma anche con le sovrastrutture intellettuali e religiose: l’Europa è integralmente figlia del Medio Oriente sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale. Ocalan, in modo evidente grande conoscitore di Hegel e grande estimatore di Gramsci, dedica la parte “essenziale” della sua riflessione proprio all’eredità spirituale che l’Europa ha ricevuto nel corso di tremila anni, cioè a ciò che nel lessico marxiano è indicato come “la sovrastruttura”. Giustifica questa opzione interpretativa, eretica per la scolastica marxista, in quanto ritiene che il legame sociale fondamentale che tiene insieme i gruppi umani è l’identità ideologica. Ora, da un punto di vista propriamente storico, la sostanza prima e ineliminabile dell’ identità ideologica (di tribù, etnie, nazioni, popoli e degli individui che ne fanno parte) è la religione.

 
LA  RADICE  RIVOLUZIONARIA  DELLE  RELIGIONI.  Ocalan spiega che la transizione dalle mitologie animistiche del neolitico all’ istituzione cultuale dei templi (dalle deità femminili alle teogonie maschili ai re-dei ecc.) è avvenuta nella società dei Sumeri. L’irrigidimento della condizione schiavistica che si determinò nella fase apicale del sistema sociale sumerico, cioè nel periodo accadico e assiro, provocò la ribellione dei gruppi etnici ad esso marginali, e in specie la ribellione ai riti dei sacrifici umani e quindi la distruzione degli idoli: ciò avvenne nell’epoca di Hammurabi (1700 a.C.) e diede luogo a due varianti: la linea di profetismo di etnie ariane insediate nella montagna (che porta dal mito del fabbro ribelle, Kawa, alla predicazione di Zarathustra) e la linea di profetismo di tribù semitiche prossime ai deserti (che porta dalla distruzione degli idoli da parte di Abramo alle Tavole della Legge). Ciò che caratterizza ambedue i casi non è soltanto la radice sociale della rivoluzione religiosa, ma anche e soprattutto il salto psichico da una immagine degli dei configurata da attribuzioni concrete, ad una concettualizzazione di Dio in cui si astrae e si unifica ogni idea valoriale di salvezza (giustizia, misericordia, ecc.). Gesù e Maometto non faranno che replicare questo schema, accentuandone al massimo grado non solo la radice di rivoluzione sociale, ma anche l’astrazione monoteistica e la destinazione universalistica: Gesù in riferimento all’ordine schiavistico e all’occupazione militare romana in Palestina e Maometto in riferimento allo sfruttamento esercitato dalle oligarchie urbane sulle tribù beduine.

MOSE’, GESU’ DI NAZARETH E MAOMETTO.  Ocalan mostra grande ammirazione per la predicazione di Zarathustra, in quanto massimo profeta della libera individualità e di un’etica fondata sull’amorevolezza; tuttavia la portata propriamente storica delle grandi religioni non si attua nell’ambito delle tribù ariane in cui visse Zarathustra, ma si realizza nell’ambito di popolazioni semitiche segnate da un retroterra storico di nomadismo, o di rapporto tra deserti e centri di società sedentaria. Per tali ragioni egli ritiene indispensabile la comprensione del rapporto tra il principio di scambio (connaturato al commercio) e il rapporto del dare e del ricevere rispetto a Dio. In Mosè è evidente la limitatezza del “dare” di Dio e la sua condizione obbligata (il riconoscimento dell’ unicità di Dio,  l’ubbidienza alla “sua” legge, il sacrificio, il tempio ecc.) e quindi la sua limitazione a un popolo “eletto” per Lui ma perennemente esule all’interno di altri popoli. In Gesù (“chiedete e vi sarà dato”) l’orizzonte spirituale della beatitudine deriva invece “come tale” dalla condizione esistenziale del povero, che è chiamato a viverla nell’edificazione del prossimo e in una prospettiva di universalità.  In Maometto il vincolo dello scambio è rimarcato invece nel principio assoluto della condotta, la “dedizione”, virtualmente senza limite nei confronti di Dio. (Peraltro Ocalan rimarca, in altre parti della trattazione, la forma umanamente più desiderabile dello scambio sociale formulata a suo tempo da Marx per la società comunista: “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”: che vi sia anche nell’enfasi marxiana una eco del profetismo, è cosa abbastanza evidente).

L’ ISTITUZIONALIZZAZIONE  CONTRORIVOLUZIONARIA  DELLE RELIGIONI.  Ocalan segue analiticamente la metamorfosi delle grandi religioni dalla loro fase profetica, sempre rivoluzionaria, alla fase della loro istituzionalizzazione, sempre controrivoluzionaria. In nuce questa valutazione fu già presente negli scritti filosofici giovanili di Hegel come anche del giovane Marx; ma Ocalan delinea un’ originale comparazione storica fra le tre vicende in esame, soffermandosi sia sui modi dell’istituzionalizzazione del Cristianesimo (da Costantino al Medio Evo) sia sui modi dell’istituzionalizzazione dell’Islam (da Muawia all’impero Abbaside): la stagnazione delle forme sociali dell’epoca feudale,  la loro diversa forza e la loro diversa durata fra Oriente e Occidente sono esaminate con attenta cura, in quanto è da questa struttura istituzionale che viene impedito l’accesso all’Umanesimo, che resta la strada obbligata per rendere storicamente possibile una società universalmente umana. E in particolare per i popoli del Medio Oriente, afferma Ocalan, questo significa che il presupposto di ogni rivoluzione consiste, oggi più che mai,  nella capacità di sferrare l’attacco contro la gabbia dogmatica e istituzionale della religione stessa.

IDENTITA’  IDEOLOGICA  E  LIBERA  INDIVIDUALITA’.  Posto che l’umanità ha impiegato “centomila anni” per rendere possibile la socialità umana, e che il legame sociale che da diecimila anni tiene in vita l’umanità è l’identità ideologica (cioè la consapevolezza collettiva di una appartenenza sociale); posto che la pienezza dell’essere umano sta soltanto per una sua parte nell’appartenenza, ma per una parte altrettanto essenziale sta nella libera individualità, il compito della Storia consiste nel giudicare quanto siano rispettate le appartenenze (in primis le etnie, le lingue madri ecc.) e quanto sia promossa l’individualità (la libera volontà, il rispetto ecc.). Il momento storico che stiamo vivendo oggi presenta un quadro drammatico nel quale l’Occidente è parassitato da un capitalismo al suo zenit e al suo prossimo declino, pervasivo al punto che nutre l’individualismo solo per renderlo sempre più obeso e asociale, mentre il Medio Oriente mutila l’individualità in nome di dogmi nazionalistici maniacali, tanto distruttivi nelle guerre fratricide quanto ridotti alla funzione di “manichini” nello stesso risiko imperialistico occidentale. Un mondo in cui il cerchio rischia di chiudersi, poiché forze imponenti convergono per fare della vecchia madre il manichino di un figlio cieco.

SIT-IN – Fermiamo le megacentrali

FERMIAMO LE MEGACENTRALI
SIT-IN Contro la speculazione energetica
CAGLIARI – PALAZZO DEL CONSIGLIO REGIONALE
MERCOLEDì 28 SETTEMBRE 2016 – ore 9,30 – via Roma, 25
PARTECIPIAMO NUMEROSI

è importante essere in tanti, il sit-in sarà in coincidenza con la discussione in consiglio sui termodimanici.

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