admin

admin

(14 commenti, 1219 articoli)

Questo utente non ha condiviso alcuna informazione del profilo

Articoli di admin

IO, LO SCIACALLO: il morso dell’homo sapiens – di Gianluigi Deiana

IO, LO SCIACALLO: il morso dell’homo sapiens

di Gianluigi Deiana

 

Ciò che chiamiamo sciacallaggio non è soltanto una specifica modalità di predazione di alcune famiglie animali, è piuttosto un modo generale di spoliazione dei corpi, dei morti o degli inermi, da parte dei vivi.

Ma se per gli animali in genere si manifesta come una necessità alimentare, per gli uomini si presenta come una tentazione oscura  sempre ammantata di buone giustificazioni: sacre giustificazioni.

Quanto più sono potenti gli scenari di morte, tanto più lo sciacallaggio promette una rivalsa personale unita a una pubblica gratificazione: esso consiste sempre in uno scempio del morto, ma sotto le sembianze sacre della pietà.

Poichè sono convinto che nessuno ne sia esente, e che quindi il campionario degli esempi ne sia infinito, comincio da me.

Io, cioè me stesso, mi sono sempre nutrito della convinzione politica che la rete ordinaria di protezione medica debba essere costituita da un sistema sanitario pubblico, e che ogni travaso di sistema a vantaggio della sanità privata comporti un indebolimento di questo argine.

Tanto più questo mi appare  vero in situazioni imprevedibili di calamità, e sono certo che non vi sia alternativa a riguardo di un’epidemia.

Ma…

Ma quando quel tempo limite arriva, la mia mente propende quasi inconsapevolmente a tradurre il frangente reale dell’emergenza nel momento politico della ‘mia’ verità: la conclusione è che oggi avrei tutte le carte in mano per urlare che l’avevo detto e che avevo ragione, che se la situazione precipita ho prova della mia vittoria, e che tutti devono ruggire con me contro chi si trova ora a governare la tempesta.

Desidero davvero che la tempesta finisca col minimo di disperazione e di morte, o subdolamente di disperazione e di morte ne desidero persino di più, fino a vedere il mio ostacolo steso a terra e la mia verità trionfare?

Una verità è certamente una verità: ma a che serve un disco che la ripete al vuoto se non si pone mano all’unica via d’uscita imposta dalla condizione immediata? 

La sinistra politica nella quale io vivo può essere in grado di sciogliersi dalla ritualità dei pentagrammi e dal verbalismo delle accuse in cui troppo spesso si chiude e si frantuma?

A fronte degli sciacallaggi immaginari vi sono tuttavia gli sciacallaggi in contanti: per esempio l’emergenza sanitaria in Sardegna ha indotto la giunta regionale a cogliere l’occasione per soddisfare ancora di più la fame di affari degli investitori privati, in particolare a favore del grande ventre noto come Mater Olbia e a scapito della elementare protezione dei comuni operatori ospedalieri che trainano la baracca ogni giorno.

Cogliere l’occasione: la limitazione delle attività industriali a filiere essenziali è stata materia di difficili trattative tra confindustria, governo e sindacati. 

– 1, domanda alla confindustria: in che senso il complesso industriale rwm – rhein metall, che alimenta di bombe le guerre in corso oggi favorite dalla pandemia, costituisce una filiera essenziale? 

– 2, domanda al Governo: ministro Guerini, perchè è stato consentito al gruppo militare-industriale ‘Leonardo’ di continuare la produzione sui bombardieri F35?

Ministra Azzolina, al servizio di quali interessi pretende quasi cento milioni di euro dell’emergenza sanitaria per riplasmare la scuola sulla didattica digitale a distanza? 

– 3, domanda al sindacato: perchè succede che il comparto funzione pubblica della Cgil della Sardegna chieda l’erogazione dei buoni pasto per i dipendenti  regionali che attualmente espletano il lavoro nel proprio domicilio?

Cogliere l’occasione: in un ordinamento politico fondato sulla dialettica di maggioranza e minoranza è fisiologico che le forze di opposizione operino per indebolire o per far cadere il governo.

Ma è altrettanto fisiologico che questo si verifichi sempre più brutalmente in giorni come questi, soprattutto attraverso la disseminazione delinquenziale di notizie false e persino attraverso recitazioni di requiem in tv, quando il fronte ospedaliero è sull’orlo del baratro e la tenuta generale delle regole sociali è al limite di rottura per il contagio e la malattia, la paralisi delle attività lavorative e la povertà?

Cogliere l’occasione: forse possiamo darci ragione della condotta criminale del fascista Erdogan, che non ha esitato a gettare nella frontiera europea della paura, un piccolo fiume di confine con la Grecia, migliaia di profughi siriani.

Ma come possiamo darci ragione dell’istituzione di una dittatura razzista in piena Europa, ad opera di un  fascista  quale il premier ungherese Orban, accolto dentro le fila del partito popolare europeo che ha in carico le sorti dell’intera unione?

Cogliere l’occasione: come ci si può dare ragione della condotta miserabile del miserabile presidente degli Stati Uniti, che in un colpo solo chiede al Governo italiano di non accettare offerte di aiuto da Cuba, annuncia da parte degli Usa una contropartita di cento milioni di dollari all’Italia e allo stesso tempo lancia un mandato di cattura contro il presidente venezuelano Maduro?

Ovunque il guardo io giro, immenso Dio, ti vedo.

È davvero una demoniaca tentatrice, la morte: essa sussurra alle oscurità della mente il piacere di una piccola gioia divoratrice.

Io sono lo sciacallo.

 

 

CACIARA: il quadro, il soqquadro e l’immunità di mandria – di Gian Luigi Deiana

CACIARA: il quadro, il soqquadro e l’immunità di mandria
di Gian Luigi Deiana

 Che fine ha fatto Buffalo Bill?

L’aspetto più disperante della devastazione che ora grava sull’italia è dato dalla reazione dei leader politici in cima alla graduatoria fino a ieri, e dei subordinati arruolati nelle loro file: capibastone, vip di talk show, agenzie di stampa, reti social ecc..

La questione non è irrilevante, poichè riguarda il tipo di eredità che lo stato di emergenza del momento presente riceve dal più vicino passato, che è appena ieri, e cosa ne sarà per domani, che nessuno sa quando avrà inizio.

L’eredità politica è disperatamente nota: buttare sempre tutta la partita in caciara.
Piccoli e grandi caciaroni alla testa delle miscele di talk show, false notizie e mandrie di bufale presidiavano infatti ad ogni ora e ogni minuto le sterminate praterie della stupidità.
Fino all’esplosione del virus trionfava per tutti e per ciascuno la nuvola dei bisonti, e l’immunità di mandria era un lasciapassare gratuito e perpetuo per tutti.
È così che è diventato possibile per ognuno investirsi della missione di cavaliere dell’apocalisse e di vivere per incolpare gli altri: gli immigrati, le banche, i cinesi, i tedeschi, l’europa ecc..

Ma cosa ne è oggi di Buffalo Bill e delle sue sparate?

Il caso di scuola è ovviamente quello costituito dal grande caciarone, il capo della lega Matteo Salvini: ha esordito a fine febbraio esattamente all’indomani dei primi timidi provvedimenti restrittivi del governo, tuonando la parola d’ordine “riaprire tutto”.
Quando la gente ha cominciato a morire, proprio in Lombardia più che altrove, ha ripiegato sulle carte facili facili, dalla moratoria fiscale all’invenzione di cinquanta miliardi.
Poichè questa litania si è spenta in un giorno egli ha riposizionato la prospettiva sull’idea di esautorare il governo stesso dalla gestione dell’emergenza, da affidare invece all’ex capo della polizia De Gennaro.
Ridicolizzata questa surreale pretesa, ha lanciato Nicola Porro in una scalmanata richiesta di riapertura immediata del parlamento, e poi Bruno Vespa in un proclama vigliacco diretto contro le ONG e contro Medici Senza Frontiere, accusati falsamente di occuparsi di migranti e di essere assenti dagli ospedali lombardi.
Poi appena è stato riaperto il parlamento si è prodotto in un intervento fallimentare, e allora ha ripiegato rilanciando un vecchio servizio della trasmissione ‘Leonardo’ col fine di imputare la pandemia a esperimenti segreti cinesi, proprio mentre il soccorso sanitario della repubblica popolare cinese atterrava in una Lombardia ormai prostrata e col personale sanitario decimato.
Infine si è rivolto al vituperato Mattarella e ha innalzato il progetto di sostituire il governo in carica con un nuovo governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi….
Una vera carica dei bisonti non sarebbe stata all’altezza di tutto questo rumore: ma invano.
Cilecca continua.

Trattare di imitatori di secondo piano non serve, tranne forse per la parvenza di serietà del governatore della Lombardia e la straordinaria comicità del governatore della Campania.

Tuttavia sembra ormai chiaro che quel panorama politico in cui tutto andava in caciara è inesorabilmente in rotta.
Il problema è che ora è una reale emergenza a disegnare la scena, e ad andare in caciara non è più la politica, ma l’emergenza stessa.

La megalomania dei caciaroni e la modalità delle caciare possono contare oggi su strumenti capillari e istantanei: ogni bufala è in grado di muovere all’istante gli zoccoli mentali e le corna pedestri di milioni di bisonti in rotta tutti insieme verso il burrone o verso il nulla.

Non si tratta solo di Salvini o di qualche imitatore senza truppa: il vuoto di prospettiva sta solleticando anche imperiture autorictas di università o più ancora note voci critiche di sinistra ammalate di visibilita e ora tristemente bloccate su argomentazioni scontate.
Ma si tratta anche di ministri troppo zitti e inerti, come il ministro della difesa Guerini, o viceversa di ministri lanciati al galoppo in pericolose millanterie, come la ministra della scuola Azzolina: il primo per evidente connivenza con le priorità militari-industriali, la seconda per stolida compiacenza nei confronti delle mitologie digitali e delle relative piattaforme, in agguato sul mercato quasi vergine della didattica a distanza.

Vanificare la caciara non è oggi soltanto un’opzione: è una necessità etica per la società e un dovere morale per gli individui.
Rispetto ai modelli di condizionamento di massa del passato, la caciara digitale è in una certa misura interattiva, e questo rende possibile e quindi doveroso, per ognuno, impegnarsi a reagire colpo su colpo.

Buffalo Bill finì miseramente per guadagnarsi da vivere in un circo.
Caciara, fino alla fine.

 

Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale. I COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica a Distanza, la Valutazione e gli Organi Collegiali on line.

COBAS Scuola Sardegna

Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale.

I COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica a Distanza, la Valutazione e gli Organi Collegiali on line.

 

Documento dei COBAS Scuola Sardegna su tutte le implicazioni e le problematiche create nella Scuola Pubblica dall’emergenza Coronavirus e dalla cosiddetta Didattica a Distanza sponsorizzata dal Ministero e diffusa e incentivata a piene mani da tante/i, troppe/i Dirigenti Scolastiche/i e, ahinoi, eseguita in maniera formale e burocratica da tante/i, troppe/i colleghe e colleghi Docenti.

 

COBAS Scuola Sardegna

 

Una Ministra irresponsabile e in stato confusionale – i COBAS Scuola Sardegna contro la Didattica e la Valutazione a Distanza

 

 

 

Su Bandu – di Gian Luigi Deiana

Componimento di Gian Luigi Deiana sulla deprecabile iniziativa del sindaco di Cagliari Paolo Truzzu il quale ha inondato la città di vergognosi manifesti contro chi non rispetterebbe le prescrizioni per evitare la diffusione del coronavirus.

SU BANDU

cantu es bonu su sindigu ‘e casteddu

cando avertet tuttu sas pessones

su chi molet dae notte in su crebeddu

du bandit a manzanu in cartellones

asi tenzet triulande mario nieddu

comporande mascherinas a miliones

pro podet tupponare a truzzigheddu

non bastad una fabbrica ‘e tuppones

ista calmu su primu cittadinu

cando prenes de morale sas istradas

piga infattu a prudentzia unu bazzinu

a tottus benit gana ‘e faer cagadas

ma lassa limpiu su muru e su camminu

e lavati le mani, ca es de badas

 

 

pubblichiamo uno dei vergognosi manifesti del sindaco di Cagliari Truzzu

 

 

 

 

 

 

 

di seguito pubblichiamo invece alcuni ironici (e meno ironici) manifesti pubblicati in rete

 

Aiuti da Cuba. Mazzate dagli amici – di Cristiano Sabino

di Cristiano Sabino

 

Mio nonno (un vecchio democristiano che la sapeva lunga) mi diceva: «dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io».

Spesso ho avuto modo di verificare la veridicità di questo detto e in questi giorni è sotto gli occhi di tutti: UE, USA e NATO spariti.

Cina, Cuba, Venezuela, Vietnam e tanti altri stati, fino a ieri definiti “canaglia”, presenti!

L’immagine della brigata dei medici cubani accolti in Lombardia come angeli salvatori in posa con un ritratto di Fidel Castro rientra nelle immagini segnanti di un epoca sull’orlo di un profondo cambiamento…

 

da Cagliaripad

 

Aiuti da Cuba. Mazzate dagli “amici”

IN RICORDO DI GIANNI MURA, giornalista e scrittore

IN RICORDO DI GIANNI MURA, giornalista e scrittore

È morto oggi, 21 marzo 2020, Gianni Mura, una figura nota del giornalismo italiano e uno scrittore degno del suo ruolo.

La sua attenzione professionale allo sport è sempre stata espressione di una intensa tensione morale e per questo la sua scrittura si è sempre presentata come esemplare lezione civile.

Milanese integrale, Gianni Mura resta comunque un figlio della Sardegna ed un figlio di Ghilarza, paese di Gramsci.

Suo padre, Nico, era un carabiniere ed era un partigiano: entrò in clandestinità il 9 settembre 1943 ed operò nell’ organizzazione dei gruppi clandestini e della rete operativa della resistenza lombarda fino ai giorni della liberazione.

Portiamo con la gratitudine della nostra Associazione il cordoglio della cittadinanza.

Associazione per Antonio Gramsci di Ghilarza

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

Bellissima scritta sulla facciata 
di un palazzo di Madrid: 

NON TORNEREMO ALLA NORMALITÀ

PERCHÈ LA NORMALITÀ ERA IL PROBLEMA

Condividiamo

COBAS Scuola Sardegna

 

IL NEMICO N.A.T.O. per morire: la natura illogica della logistica sanitaria – di Gian Luigi Deiana

IL NEMICO N.A.T.O. per morire: la natura illogica della logistica sanitaria

di Gian Luigi Deiana

 

Giorno dopo giorno trovo sempre più inutile la continua reiterazione di una verità nota a tutti come l’acqua calda, cioè che scontiamo ora trent’anni di spoliazione della sanità pubblica.

Purtroppo insistere ora su questo è dal lato pratico, oggi, quasi tempo perso.

È però utile riflettere, prescindendo dalle altre pregiudiziali, sulla logica attuale su cui è strutturato il sistema sanitario e la sua affidabilità.

Si può dire per grandi linee che il sistema sanitario nazionale è in realtà un agglomerato di sistemi sanitari regionali.

Ogni regione è stata spinta, proprio per queste rispettive delimitazioni, a favorire in termini sussidiari il complemento privato, divenuto col tempo sempre più pervasivo e paradossalmente, per gli investitori più forti, un sistema nazionale con filiali regionali: tendenzialmente si tratta di una vera e propria inversione del rapporto di sussidiarietà.

Ammesso che un modello di questo tipo possa soddisfare la domanda ordinaria, innumerevoli volte si è avuta prova del fatto che esso non è in grado di soddisfare le necessità dovute alle condizioni straordinarie e in particolare alle emergenze: le calamità naturali lo attestano inconfutabilmente. 

Tuttavia terremoti o alluvioni hanno quasi sempre una dimensione circoscritta e quindi una possibilità di ammortizzare i picchi esportandone una parte nelle regioni vicine: ma una vera emergenza, o peggio una emergenza planetaria e minimamente durevole, non può essera ammortizzata nei modi conosciuti.

Resta quindi un terzo supporto, di dimensione costitutivamente nazionale o addirittura internazionale: la sanità militare.

Ovviamente non si tratta dell’organico dei medici e degli operatori di sanità arruolati nei vari corpi, presumibilmente contingentato, ma delle disponibilità strumentali indispensabili in condizioni di emergenza, in particolare i cosiddetti dispositivi di autoprotezione: non solo strutture per ospedali da campo e provvidenze antiepidemiche, ma appunto camici, guanti e mascherine per monouso. 

In questo campo non può valere la limitazione dell’ordinarietà: un esercito è per sua ragion d’essere una istituzione deputata a fronteggiare la straordinarietà, in particolare la guerra e più in particolare ancora la guerra di tipo contemporaneo, batteriologica, chimica, o semplicemente pianificata per gettare nel caos le popolazioni civili.

Altrimenti qual è, secondo la sua definizione e non la mia, la ragion d’essere di un esercito?

Naturalmente dobbiamo ora osservare che questa parte speciale dell’organizzazione della società, deputata formalmente alla difesa ma di fatto riformulata per missioni internazionali di attacco benintenzionato, o presunta pace, necessita di una doppia articolazione: col sistema industriale e col sistema delle alleanze; i nomi fondamentali di queste due entità sono i seguenti: Finmeccanica e N.A.T.O..

Come opera il complesso militare-industriale in campo sanitario?

Se si occupa di guerra, che concetto ha di “emergenza”?.

E come è organizzato in campo sanitario il sistema di alleanza N.A.T.O.?

E che concetto ha di “emergenza”?

Da queste semplici domandine scaturiscono alcune osservazioni assolutamente sconfortanti: come saremmo ridotti se davvero fossimo in guerra?

Come mai la più titolata industria mondiale nel campo della moda, dei tessuti in memory, del design e dell’ingegneria di precisione non sa riconvertire un segmento elementare di produzione per fare camici, mascherine e respiratori?

Come mai la provincia più titolata nella produzione di armi non riesce a fermare le sue fabbriche pur essendo al top dei contagi?

Come mai alcuni inguardabili seminatori di divisione hanno colto questa spaventosa occasione per proporre di affidare la gestione dell’emergenza proprio al gran capo di Finmeccanica De Gennaro?

Perchè non ci sono dispositivi elementari di protezione per medici, infermieri ed operatori sanitari?

E quanto alla N.A.T.O., come mai l’alleanza sanitaria su cui ha potuto contare finora l’Italia annovera la Repubblica Popolare Cinese, il Venezuela, Cuba e probabilmente la Russia, mentre la N.A.T.O. continua imperterrita le proprie esercitazioni come una stupida banda di minorati?

Non si tratta di domande provocatorie, poichè sarebbero fuorvianti e non rispondibili.

Si tratta di porle entro un quadro problematico estremamente realistico e tuttavia universalmente rimosso: chi è oggi “il nemico”?

Chi sarà nel prossimo futuro “il nemico”?

Prendendo a testimoni le innumerevoli guerre succedutesi dopo la seconda guerra mondiale “il nemico” era configurato nel risiko del petrolio.

In nome del petrolio si è crocifisso l’Irak, l’Iran, lo Yemen, la Libia, la Somalia, la Siria, il Venezuela e per effetto indotto il corridoio yugoslavo, il corridoio ucraino e si mandata in fumo una parte immensa della foresta amazzonica e in liquefazione una parte immensa della calotta polare.

Oggi la quotazione del petrolio è scesa a quindici centesimi di euro per litro e questa spirale prelude a un crollo catastrofico dell’equilibrio economico che apparentemente ancora resiste.

Ma “il nemico” non si staglia più da gran tempo all’orizzonte sui campi petroliferi del pianeta: “il nemico”, da qui in poi, è la malattia.

La malattia improvvisa,  autoespansiva, rapida e ampiamente mortale.

Se vi è un nemico si ha necessità di un esercito, una necessità ultimativa.

Se il nemico sa essere mondiale si ha necessità ultimativa di un esercito mondiale.

Se il nemico è la malattia autoespansiva si ha necessità di un’alleanza sanitaria mondiale, con un complesso sanitario-industriale capace di trasvalutare la funzione stupida e vorace del complesso militare-industriale fino ad oggi conosciuto.

“Il nemico” ha mandato per la  prima volta, in queste settimane, il proprio ambasciatore: nome internazionale, COVID 19.

L’homo pandemico di Fiorenzo Caterini

L’homo pandemico di Fiorenzo Caterini

Un interessante studio riassuntivo sui diversi approcci alla pandemia da parte dell’Asia, dell’Europa (ormai unificata nei suoi standard) e degli USA con una considerazione antropologica e una storica alla fine.

 

La parola fine alla controversia tra il modello inglese e il modello italiano per la lotta alla pendemia, sembra averla messa lo studio del prestigioso Imperial College di Londra.

Ormai esiste in Europa un unico modello strategico per la lotta alla pandemia, giocoforza sperimentato per primo in Italia, e che prende di conseguenza il nome di “modello italiano”, ma che altro non è che quello da sempre suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Una linea di separazione ha, per un attimo, attraversato il continente, ripercorrendo pressapoco il limite tra Europa protestante ed Europa cattolica. Max Weber ora rivendicherebbe i suoi studi sull’etica protestante, ma sappiamo già che verrebbe rintuzzato dalle proteste di Fernand Braudel. Quindi lascerei da parte antiche querelle. Il Regno Unito, si direbbe in coerenza con la Brexit, ha provato a distinguersi dagli standard asiatici ed europei: una gestione mirata dell’emergenza con l’obbiettivo di raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”. Olanda e Svezia hanno aderito a questa strategia, mentre la Germania, mantenendo un profilo comunicativo molto basso, è parsa ancor prima che UK, provare ad eludere misure troppo severe di controllo sociale. La Francia, come nel periodo delle guerre tra cattolici e protestanti, è parsa oscillare tra le due strategie.

Alla fine anche l’UK si è dovuta ridurre a più miti consigli, di fronte, in particolare, al dettagliato studio dell’Imperial College di Londra, che paventava il rischio concreto di mezzo di milione di morti. Il fondamentalismo dell’economia capitalista che, storicamente, vede nell’Inghilterra della Thatcher l’avamposto culturale, è crollato. Di fronte alla realtà delle cose, tutti gli stati finiranno per seguire la strategia del distanziamento sociale, o “lockdown” come si definisce oggi, se non vorranno incorrere in una catastrofe umanitaria.

Tuttavia, se il modello di lotta alla pandemia ha finito con riconoscersi negli standard di riferimento, possiamo distinguere, nella sua applicazione, tre differenti modalità, nell’Asia orientale, in Europa, e negli States.

La prima modalità applicativa è quella asiatica, della Cina, del Giappone, della Sud Corea e degli altri stati di quell’area. Dati alla mano, non c’è alcun dubbio che questo modello applicativo sia il più afficace. La Cina, investita per prima dall’epidemia, ha ridotto praticamente a zero i casi di positività al coronavirus, fatta eccezione per alcuni viaggiatori provenienti dall’estero. Il Giappone, in ansia per gli investimenti economici dell’Olimpiade, ha praticamente contenuto al minimo gli effetti del contagio. La Corea del Sud ha mostrato una efficacia applicativa che ha del miracoloso, con un controllo pedissequo dei contagi, di tanto in tanto, però, vanificata da situazioni locali, sette religiose ed altri tipi di assembramenti, che hanno comportato la recrudescenza di focolai d’infezione, comunque isolati.

Si discute di come l’efficacia del modello asiatico sia stata resa possibile grazie a misure molto rigide e restrittive della democrazia. Ciò è vero ma solo in parte, perché la cultura di quei paesi ha profonde radici in un senso della comunità e del rispetto delle regole non solo politiche, ma anche sociali. Si tratta di aree del pianeta che hanno un tasso demografico addirittura superiore, e di molto, al già altissimo tasso demografico europeo. La fiorente agricoltura monsonica nel tempo ha consentito ad un gran numero di persone di assemblarsi in spazi densi, al punto che le città asiatiche oggi sono delle metropoli gigantesche. Wuhan, dove è nata la pandemia, è una conurbazione di 11 milioni di abitanti. Sotto il profilo antropologico e sociologico queste popolazioni hanno, con il tempo, sviluppato modalità di convivenza dove la rigidità nel concepire il libero arbitrio è necessario per non far colassare il sistema. Il paradosso è che oggi quelle società, in teoria le più vulnerabili per il tasso demografico alla pandemia, sono quelle maggiormente preparate a gestire l’evenienza, anche per l’esperienza accumulata con la SARS, la precedente epidemia.

L’Europa ha avuto il tempo per prepararsi all’evenienza, potendo giovarsi inoltre dell’esperienza dei paesi asiatici che l’hanno preceduta. Ma sembra che queste prerogative, nel suo insieme, non le abbia sapute bene utilizzare.

Una cultura democratica che affonda le sue radici nell’antica Grecia, nel diritto romano, nella Magna Charta inglese e nella Rivoluzione Francese, fa fatica a concepire delle restrizioni cosi decise della libertà degli individui. Ciò è un problema nel momento in cui l’epidemia passa da valori lineari a valori esponenziali. Si è notato l’enorme fatica ad affrontare subito l’epidemia con l’unico mezzo conosciuto al momento, quello dell’isolamento sociale. Nonostante la prima drammatica esperienza italiana, già partita in ritardo, nonostante le evidenze della scienza e della matematica che mostravano l’efficacia dei provvedimenti in misura maggiore laddove sono stati applicati tempestivamente e rigidamente (clamorosa la differenza tra Codogno e Lodi con Bergamo e Brescia), nonostante tutto questo, si è aspettato fino all’evidenza di un incendio ormai incontrollato.

L’Europa non ha gli stessi strumenti politici e culturali dei paesi asiatici per gestire questa emergenza. Manca, in molti casi, di una struttura sanitaria pubblica idonea, in parte smantellata negli ultimi anni per inseguire il verbo della privatizzazione. L’Europa più disunita che unita, che continua ad essere armata, fino ai denti, per esportare pretestuosamente nel mondo la “democrazia” in cambio dell’indebita appropriazione delle altrui risorse, sconta persino una impreparazione nella produzione industriale anche dei sanitari e dei dispositivi di protezione di base.

Poi c’è la modalità applicativa degli USA, che in realtà è una “non modalità”. La nazione economicamente e militarmente più potente del mondo si sta dimostrando completamente impreparata di fronte a questa catastrofe. L’impennata statistica nella vendita delle armi, ben visualizzata dalle immagini di lunghe file fuori dalle armerie, rende bene l’idea di un nazione del tutto impreparata, anche culturalmente, alla sfida. La speranza è che gli USA, con le immense risorse economiche e anche umane provenienti da tutto il mondo, possa, con lo spirito competitivo che lo contraddistingue, vincere questa sfida, anche nei confronti del suo “nuovo rivale” cinese, un po’ come è stato nell’epoca della Guerra Fredda e della corsa allo spazio contro i rivali Russi.

Si teme tuttavia che il Chinese Virus, come si ostina a chiamarlo l’ineffabile Trump, metterà a dura prova il “way of life” americano, e temo che nei prossimi anni il virus più o meno “foreign” se lo ricorderanno più gli americani, che i cinesi.

E’ interessante notare come, per il momento, la pandemia pare limitarsi, per ragioni evidentemente climatiche e si pensa ambientali (inquinamento da polveri sottili in particolare causate dalle industrie) alla fascia temperata, che è quella del cosiddetto “mondo sviluppato”.

E non sappiamo come sarà il mondo dopo questa pandemia.

Dopo l’11 settembre del 2001 si era soliti dire che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Ma a parte la tensione per il terrorismo crescente, e i noiosi controlli negli aeroporti, il mondo pare abbia proseguito esattamente come prima, anzi, sarebbe il caso di dire ancora “più uguale di prima” Perché quell’avvenimento, in realtà, non ha fatto altro che “rinforzare” la “storia” già esistente. Dopo l’11 settembre del 2001 si è rinforzato l’ordine mondiale a guida occidentale, con politiche di ingerenza e con interventi militari aggressivi nelle aree del pianeta di maggiore produzione di risorse energetiche. Il mondo, nel paradosso, è restato più uguale di prima, si è rinforzato nell’inesorabile prosecuzione della sua storia.

Questa volta invece il virus pare avere un carattere pervasivo ancora maggiore per il modo che abbiamo di rapportarci con il quotidiano. Il virus sembra voglia trascinarci in riflessioni molto profonde sul nostro modo di rapportarci con il mondo. Il percorso che l’umanità ha fatto dalla rivoluzione industriale in poi, e negli ultimi anni con forme di individualismo e di materialismo morale che sono tracimate nell’odio, nel razzismo, in forme di egoismo e di mancanza di umanità, intercettando questa crisi drammatica, ha evidenziato i limiti del nostro rapporto tra individualismo, sempre più narcisista e paranoico, e il bene comune, e tra il bene comune e la rappresentenza sociale. L’avidità ha preso possesso delle anime, facendoci dimenticare le cose essenziali della vita.

Oggi ci pensa il virus, a ricordarcele quali sono, quelle cose essenziali, nel momento in cui ce le fa mancare. La salute come bene pubblico; il rapporto con la natura, il desiderio di passeggiare, di stare al sole o in mezzo alle piante; la socialità, il contatto umano, i sorrisi spontanei, gli abbracci. Tutte queste cose ora, mancandoci da morire, saranno, credo, rivalutate quando tutto questo sarà finito.

Anche perché le crisi insegnano sempre qualcosa. Il periodo di crescita più impetuoso che l’umanità abbia mai avuto, è stato nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale. In tutti i campi: economico, sociale, scientifico, culturale. Un vero e proprio balzo in avanti dell’umanità, dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’60, nonostante gli umani limiti che perseverano, e continueranno a perseverare ancora a lungo.

 

https://www.sardegnablogger.it/lhomo-pandemico-di-fiorenzo-caterini/

Un anno fa a Baghuz moriva Lorenzo Orsetti – Ciao Orso

Un anno fa a Baghuz moriva Lorenzo Orsetti in combattimento contro Daesh.
Nel ricordare il sacrificio di Orso per la libertà non dovremmo dimenticare la gravissima situazione che si vive ancora in quella martoriata terra.

COBAS Scuola Sardegna

 

Il testamento di Lorenzo

“Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, – continua il messaggio – perché solo così si cambia il mondo.
Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza.
Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso, Tekoser, Lorenzo”

https://www.google.com/amp/s/www.avvenire.it/amp/mondo/pagine/il-daesh-abbiamo-ucciso-un-italiano-lorenzo-orsetti

 

 

La vera battaglia è culturale: nessun sistema sanitario può reggere se le persone non capiscono – di Fiorenzo Caterini

La vera battaglia è culturale

(nessun sistema sanitario può reggere se le persone non capiscono)

di Fiorenzo Caterini

https://www.sardegnablogger.it/la-vera-battaglia-e-culturale-ovvero-nessun-sistema-sanitario-puo-reggere-se-le-persone-non-capiscono-di-fiorenzo-caterini/

I TRAPEZISTI DEL LAISSEZ FAIRE: dalle piroette di Piero Bernocchi al dies irae di Boris Johnson – di Gian Luigi Deiana

I TRAPEZISTI DEL LAISSEZ FAIRE: dalle piroette di Piero Bernocchi al dies irae di Boris Johnson

di Gian Luigi Deiana

 

I personaggi sopra citati sono presi quasi a caso, data la grande abbondanza di trapezisti del corona virus, ma non del tutto a caso: si tratta di due casi emblematici della metafisica del “laissez faire”, una dottrina, o un atteggiamento, consistente nel supporre che la soluzione migliore sta sempre nel lasciar andare le cose al loro libero corso.

Ciò comporta per principio la negazione di eventuali “stati di eccezione” sovrastanti la prassi consueta e le normali abitudini di confronto.

Questa disposizione di spirito, che detiene il privilegio di criticare come la peste ogni intervento sul corso delle cose anche in stato di emergenza, unisce in modo bizzarro sia dottrine politiche libertarie, sia dottrine politiche liberiste, sia dottrine religiose provvidenzialiste: il principio sotteso è “viviamo nel meno peggio tra i mondi possibili”: per questo il racconto del filosofo francese Voltaire intitolato “Candide”, riferito all’ecatombe di un disastroso terremoto avvenuto al suo tempo nella città di Lisbona, resta una diagnosi esemplare della pervasività e del danno provocati dalle  dottrine del laissez faire e dalle fissazioni negazioniste in genere.

 

Piero Bernocchi è il portavoce di una organizzazione storica della sinistra italiana, i Cobas della scuola (organizzazione plurale e per la verità ormai in parte configurata in realtà locali anche nettamente divergenti da quella nazionale).

In questo mese di emergenza conclamata egli ha esordito deridendo i primi timidi provvedimenti governativi sull’epidemia come un patetico caso di provincialismo italico (“la wuhang de noantri”), poi si è associato al coro di allarme sui pericoli per la democrazia conseguenti ai divieti e infine ha denunciato il decreto governativo di chiusura delle scuole come “delinquenziale”.

Ha esposto proiezioni statistiche secondo le quali la libera evoluzione dell’epidemia, se fosse lasciata al suo corso, seguirebbe un trend analogo a quello delle influenze conosciute e, al netto del numero dei decessi, comporterebbe il vantaggio di non provocare contraccolpi gravi sull’economia.

Gli aggiustamenti del tiro su questa tetragona certezza iniziale, conseguenti al trend esponenziale dei contagi, sono sopravvenuti su questo verbo seguendo piroette opportunistiche qui assolutamente trascurabili, come eloquenti ma trascurabili sono i silenziamenti improvvisi di un ben più celebre urlatore della libertà individuale sgangherata, l’inarrivabile Vittorio Sgarbi.

Ma come è noto i più efficaci teologi del laissez faire non sono i libertaristi de noantri, non lo sono nemmeno i provvidenzialisti luterani tedeschi, meno ancora i candidi teoreti francesi: sono invece, per disposizione connaturata e consequenzialità, i capitalisti puri e semplici della vecchia Inghilterra.

Eccoci quindi a Boris Johnson e alla stella polare dell’immunità di gregge: ciò che lascia stupefatti nel suo discorso alla nazione non è affatto il contenuto, per quanto spaventoso (cinquanta milioni di contagi e milioni di morti) ma la nonchalance con la quale queste cosine sono state dette, ed il ricorso alla più britannica e darwinistica delle sintesi possibili: immunità di gregge, ovvero sopravvivenza del più adatto.

So di avere giocato di trapezio anche io ponendo in relazione in questo ragionamento gli spericolati trapezismi del libertarismo individualistico e i cinici trapezismi del liberismo capitalistico: ma qui non vi è rete di protezione sotto i trapezi, non vi è per nessuno e quindi le fisse dottrinali di ciascuno, impaurite o minimali o catastrofiste che siano, devono rendere conto a tutti.

Ogni problema pratico impone tre compiti: una giusta impostazione concettuale (in capo a ogni comunicazione pubblica), una coerente traduzione in comportamenti (in capo alla condotta di ciascuno) e l’adozione di strumenti e organizzazione adeguati (in capo alle responsabilità di governo).

Partiamo dalla fine: il fatto che gli strumenti e l’organizzazione, che sono in capo al Governo, non siano adeguati, o che anche le condotte individuali siano inadempienti o azzardate, non costituisce in alcun caso un alibi per gli indirizzi concettuali.

Quindi dobbiamo insistere sul concetto, prima che su statistiche e paure.

Il concetto oggi non riguarda in sè il numero di contagi o il livello di letalità o la soglia di immunizzazione (interpretazione Boris Johnson) ma riguarda il fatto che, data l’elevata contagiosità e la conseguente drammaticità clinica in un certo numero di soggetti predisposti, anche in assoluto non elevatissimo, la drammaticità clinica impone il ricorso a mezzi di respirazione artificiale il cui numero è tragicamente insufficiente: il concetto è che non si può lasciar crepare la gente quando sta soffocando per mancanza di ossigeno.

La soluzione cinese è consistita nell’abbattere draconianamente il numero dei contagi e creare immediatamente nuova strumentazione di soccorso.

La soluzione italiana è concentrata sull’abbattimento del numero dei contagi ma allentando gli effetti draconiani.

Tuttavia questa soluzione non si sta mostrando in grado di intervenire sulla dotazione di soccorso, rendendo con ciò manifesto da un lato il rigidismo della produzione industriale e dall’altro il rischio di saturazione delle strutture sanitarie oggi in trincea, e reiterandone di conseguenza l’effetto panico.

La soluzione inglese, presa alla lettera, significherebbe invece non solo che chi muore muore e chi campa campa, ma che chi muore deve mettere in conto di morire male.

Morire male, questo è il capolavoro macabro della teologia del laissez faire e della sua traduzione liturgica nel capitalismo puro: che possano essere in funzione impianti sciistici o navi da crociera, e non si trovi il modo di fabbricare mascherine, allestire tende ospedaliere o reparti sanitari in caserme inutilizzate, assistere i senza casa, requisire reparti di ricovero privati, produrre macchine respiratorie o almeno avviarne la produzione per la prossima volta…

…la prossima volta.

 

Dies irae

Coronavirus, decreto Cura Italia – 16 marzo 2020

Coronavirus, decreto Cura Italia:

ecco gli interventi previsti per la scuola e tutte le misure.

Coronavirus, decreto Cura Italia: ecco le misure previste per la scuola

admin's RSS Feed
Torna all'inizio