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Articoli di admin

dichiarazione di A Foras sulla prima udienza del processo legato all’operazione Lince – 27 gennaio 2021

Di seguito una dichiarazione di A Foras – contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna in merito all’udienza preliminare del processo legato all’operazione Lince, tenutasi stamattina 27 gennaio 2021 presso il Tribunale di Cagliari.

L’udienza ha visto la presentazione delle costituzioni di parte civile e lo svolgimento della requisitoria da parte del Pubblico Ministero, ed è stata poi aggiornata al prossimo 15 aprile alle ore 11, per la replica della difesa dei 45 indagati e indagate,

“La notizia della costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Difesa per noi è la conferma della natura politica di questa indagine e del processo che potrebbe seguirne. Il vero obiettivo non è accertare ciò che avrebbero fatto i 45 indagati e indagate, ma criminalizzare un intero movimento politico come quello contro le basi, che gode di un largo consenso in seno al popolo sardo.

Questa sensazione è rafforzata anche dalla requisitoria condotta dall’accusa, spesso intrisa di considerazioni più politiche che giuridiche, oltre che confusa dato che dipende da un impianto accusatorio dove si mettono insieme, con il collante pretestuoso della presunta eversione, fatti di natura diversissima tra loro.

Se si tratta di un processo politico, risponderemo alla stessa maniera. Con la mobilitazione, la solidarietà e con l’obiettivo finale di liberare la Sardegna dall’occupazione militare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

rientro a scuola superiori e nuovi parametri dimensionamento – da L’Unione Sarda 26 gennaio 2021

Scuola: da lunedì in classe

altri 70mila studenti sardi.

Approvati nuovi parametri per il dimensionamento scolastico delle Istituzioni Scolastiche.

da L’Unione Sarda

26 gennaio 2021

di Mauro Madeddu

 

 

COBAS Scuola Sardegna – richiesta ATA 35 ore settimanali, chiarimenti e CCNL

COBAS Scuola Sardegna – richiesta ATA 35 ore settimanali, chiarimenti e CCNL

Alleghiamo di seguito la richiesta per le 35 ore settimanali per le/gli ATA che ne possono usufruire.

Inoltriamo, altresì, una nostra nota con chiarimenti interpretativi della disciplina contrattuale e la parte del CCNL Scuola 2006/2009 (ancora vigente per questa parte), relativa al personale ATA.

Contattate le nostre sedi
COBAS Scuola Sardegna

Sedi COBAS Sardegna

per ogni problema e richiesta di chiarimenti sul DIRITTO alle 35 ore e per intervenire presso i vostri Istituti nei casi in cui il diritto venga negato e l’apertura degli eventuali contenziosi.

per i COBAS Scuola Sardegna
Nicola Giua

modello richiesta 35 ore – COBAS Scuola Sardegna – gennaio 2021

COBAS Scuola Sardegna – chiarimenti su diritto ATA alle 35 ore – gennaio 2021

CCNL Scuola 2006-2009 – personale ATA

DIFFIDA dei COBAS Scuola Sardegna ai Dirigenti Scolastici sulla comunicazione di Docenti e Ata di adesione agli SCIOPERI

Alleghiamo una nota e DIFFIDA inviata ai Dirigenti Scolastici della Sardegna in relazione alla disciplina di comunicazione di ADESIONE agli SCIOPERI da parte del personale Docente e Ata, come novellata dall’Accordo del 2 dicembre 2021 ed a talune illegittime interpretazioni dello stesso.

Alleghiamo anche il VERGOGNOSO ACCORDO del 2 dicembre 2020 e la delibera della Commissione di Garanzia del 17 dicembre 2020.

per i COBAS Scuola Sardegna – Nicola Giua

 

 

COBAS Scuola Sardegna – nota e diffida su comunicazione sciopero – 22 gennaio 2021

PREINTESA SERVIZI MINIMI FIRMATA 02-12-2020

COMMISSIONE DI GARANZIA_ricezione delibera n. 303 Accordo diritto sciopero

TG di VIDEOLINA 19 gennaio 2021 – intervento dei COBAS Scuola Sardegna contro la DAD e per l’immediata ripresa della didattica in presenza

TG di VIDEOLINA
edizione delle ore 14.00
19 gennaio 2021

Intervento dei COBAS Scuola Sardegna contro la DAD e per l’immediata ripresa della didattica in presenza.

http://www.videolina.it/articolo/tg/2021/01/19/scuola_attesa_per_la_decisione_della_regione_tortol_torna_alla_da-78-1105923.html

RADIO SUPER SOUND – Vittorio Sanna dialoga con Nicola Giua dei COBAS Scuola Sardegna

RADIO SUPER SOUND

Vittorio Sanna dialoga con Nicola Giua dei COBAS Scuola Sardegna su alcune “difficoltà” della scuola (in particolare rientri a scuola, DAD e nuova valutazione alle elementari).

https://youtu.be/74SEbKTgR10

comunicato stampa: APPELLO contro repressione e manifestazione a Cagliari contro occupazione militare

I COBAS Sardegna aderiscono all’APPELLO di solidarietà con le indagate e gli indagati del movimento sardo contro l’occupazione militare ed alle programmate manifestazioni del 19 e 27 gennaio 2021.
 
per i COBAS Sardegna 
Nicola Giua

 

 

Il mondo sardo contro l’occupazione militare si unisce di nuovo, contro repressione ed esercitazioni: in piazza a Cagliari il 19 e il 27 gennaio

Sono 26 le organizzazioni politiche, le associazioni e i sindacati che hanno firmato l’appello intitolato “Contra a s’ocupatzione militare! Solidarietà con tutte e tutti gli indagati dell’Operazione Lince”.

L’obiettivo dei firmatari è duplice: da un lato tornare nuovamente in piazza, stavolta a Cagliari, per ribadire la contrarietà ai poligoni militari e alle esercitazioni; dall’altra manifestare una solidarietà fraterna ai 45 indagati e indagate dalla Procura di Cagliari per il loro impegno nella lotta contro le basi.

«Il movimento sardo contro le basi, le esercitazioni e l’occupazione militare è una realtà variegata ed eterogenea – spiegano le ventisei organizzazioni firmatarie dell’appello – e, a partire dalla grande manifestazione di Capo Frasca del 13 settembre 2014 ha vissuto una nuova fase di espansione. Appena due settimane prima del ritorno unitario a Capo Frasca, nel 2019, vennero rese pubbliche le denunce a carico di 45 militanti del movimento sardo contro le basi: accuse pesantissime e inverosimili che arrivano fino al terrorismo e all’associazione eversiva (art. 270 bis), per aver partecipato alle manifestazioni che si svolsero nei pressi dei poligoni militari dal 2015 al 2017. Molti di noi pensarono che quello strano tempismo non fosse affatto casuale, ma che mirasse a spaventare il movimento».

«Ora quelle 45 persone – proseguono i firmatari – si troveranno davanti ad un giudice per aver preso parte alle lotte contro le basi militari e noi intendiamo dimostrare piena solidarietà e sostegno verso tutti e tutte loro, costruendo un’altra dimostrazione di unità per ribadire che non abbiamo niente da temere e che non accetteremo mai passivamente i poligoni e le esercitazioni militari nella nostra terra».

Per questo le ventisei organizzazioni annunciano per il 27 gennaio, giorno della prima udienza legata all’operazione Lince, una manifestazione a Cagliari, in piazza Repubblica davanti al Palazzo di Giustizia. «Invitiamo tutti i sardi a partecipare – si legge nell’appello – per esprimere la propria solidarietà verso gli attivisti e le attiviste coinvolte e per dimostrare la propria contrarietà alle esercitazioni militari e ai poligoni che occupano la nostra terra».

Inoltre, le ventisei organizzazioni annunciano la propria partecipazione al presidio che si terrà il 19 gennaio sempre di fronte al Tribunale di Cagliari, in occasione dell’udienza sulla richiesta di sorveglianza speciale per cinque dei 45 indagati e indagate. « Se tale richiesta venisse accolta gli imputati si vedrebbero privati per anni della propria libertà personale, col divieto di partecipare ad iniziative politiche e di uscire di casa, pur in assenza di condanne e senza essere riconosciuti colpevoli di alcun reato».

In allegato l’appello completo.

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna

Ardauli Antifascista

Assemblea Permanente Villacidro

Associazione Libertade

Associazione Sarda Contro l’Emarginazione

BDS Sardegna

Caminera Noa

Casa del Popolo – Bosa

Centro Sperimentazione Autosviluppo – Iglesias

COBAS Sardegna

Collettivo Furia Rossa – Oristano

il Manifesto Sardo

Liberu – Lìberos Rispetados Uguales

Movimento Nonviolento Sardegna

Movimento Omosessuale Sardo

Potere al Popolo – Sardegna

Progres – Progetu Repùblica de Sardigna

Rete Antifascista Sulcis Iglesiente

Rete Kurdistan Sardegna

Sardegna Palestina

Sardegna Pulita

Sardigna Libera

Sardigna Natzione Indipendèntzia

Spazio Antifascista – Nuoro

Partito Comunista Italiano – Federazione Cagliari

USB Sardegna

 

 

 

Appello Contra a s’ocupatzione militare!

 

 

 

 

La peste nella mente – di Amedeo Spagnuolo

La peste nella mente
di Amedeo Spagnuolo

 

da il Manifesto Sardo

 

La peste nella mente

BASSO  TRADIMENTO: PERCHÈ L’EGITTO, la piovra militare, la degradazione dello Stato e la necessità dell’Anarchia – di Gian Luigi Deiana

BASSO  TRADIMENTO: PERCHÈ L’EGITTO

la piovra militare, la degradazione dello Stato e la necessità dell’Anarchia

di Gian Luigi Deiana

 

Dalle alpi alle piramidi, dal bosforo alla manica, siamo obbligati a guardare in questo inizio di gennaio dietro le quinte del concerto di capodanno, e anche dietro la cortina del covid e dei suoi sudari: siamo necessitati.

Dobbiamo aggiornare il conto delle devastazioni della bestia e delimitare la sua fame.

Lo Stato è la bestia, e cioè in qualche modo noi stessi.

Non uno Stato in particolare, quanto piuttosto gli Stati e le loro relazioni inconfessate, incestuose, stragiste, immorali, false, e omicide in genere: cioè la “ragion di stato” come regola di  ogni loro delitto.

Questo è un capodanno speciale, non possiamo continuare a nutrire zone oscure e non possiamo non aprire la finestra sull’immediato domani.

Quanto più ci appare ancora necessaria l’istituzione statuale in questa fase storica, tanto più dobbiamo imporci come necessaria una vigile coscienza anarchica in quanto istanza etica superiore.

Vediamo cosa si muove oggi tra le alpi e le piramidi, quello spazio mediterraneo in cui un poeta italiano cercò di interpretare duecento anni fa la fame senza misura dell’imperialismo moderno, quello del grande Napoleone, a quel tempo.

E quello che si estende sul mediterraneo orientale oggi.

A poche ore dalla mezzanotte finale di un anno tragico il Presidente della Repubblica italiana chiamava la nazione a una prova di resistenza e di unità per superare la pandemia.

Nelle stesse ore i genitori di Giulio Regeni rendevano pubblica la decisione di portare il Governo italiano alla sbarra per commercio illegale di armamenti con l’Egitto, proprio quel regime che nega al Governo italiano, e in modo platealmente beffardo, una procedura giudiziaria sull’assassinio di Giulio Regeni.

Ora la questione è semplice: quanto la tua coscienza è portata a riconoscersi nelle sagge statuali parole del Presidente, e quanto nelle parole coraggiose e desolate di quella madre e quel padre?

Quanto ti senti indotto ad una unione con tutti e quanto a una unione con chi è solo?

Chi sta tradendo il patto?

Per quale ragione si è concluso proprio ora un affare enorme, consistente nella vendita di navi da guerra, con un regime corrotto e assassino, tra i peggiori al mondo per lo spregio dei diritti umani e per la fomentazione di conflitti, praticati sempre con le stragi di civili nei paesi vicini, in un’area tra le più esplosive del pianeta?

Per quali ragioni la conclusione di questo turpe affare è stata inframmezzata da una visita del presidente egiziano in Francia, calcolata con una tempistica provocatoria proprio in beffa al Governo italiano e proprio nei giorni in cui una Procura di questa Repubblica annunciava la conclusione delle indagini sull’omicidio Regeni e chiedeva il rinvio a giudizio per quattro alti funzionari dei servizi di repressione del regime di Al Sisi?

Perchè l’ennesimo Napoleone in sedicesimo della cinica repubblica francese, il vile Macron, ha spettacolarizzato il suo osceno corteggiamento proprio in quei giorni?

Perchè a stretto giro di valzer dopo la scena francese la vendita delle fregate italiane è stata immediatamente conclusa?

Siamo a questo livello di disonore nella statualità delle democrazie avanzate, a competere come puttane per il portafoglio di un manigoldo?

((devo scusarmi per l’espressione con chi vive di quello, e mi tenta una nostalgia di stile se ripenso alla nipote di mubarak: almeno non vi erano vendite di armi)).

Il cuore nero dello Stato, di ogni Stato, resta sempre l’apparato militare: le forze armate, il ministero della difesa, i servizi, le agenzie del commercio armato, l’industria degli armamenti: questa piovra ha una struttura taciuta, un bilancio oscuro, e una fisiologia ignota.

In piena pandemia può papparsi la fetta più grande di un recovery fund, mentre si litiga su briciole per indebitare in un mes il sistema sanitario nazionale.

L’apparato industriale-militare è l’unico organo immune da qualsivoglia emergenza o delitto, anzi esso ci si sazia sopra.

Per dettato costituzionale, il Presidente della Repubblica è formalmente il suo capo, e un ministro come quello che oggi si chiama Guerini, PD, la sua faccia di cera.

Ma costringiamo quel venerando poeta a oltrepassare le piramidi e virare sul bosforo e sulla manica: mentre il premier Boris Johnson festeggia questo primo gennaio come il ritorno della Gran Bretagna alla libertà, la libertà (!) dopo settimane di circo sulla delimitazione dei ridicoli diritti di pesca nel mare del nord, di soppiatto, come si addice a una qualunque banda bassotti, il governo britannico conclude un accordo di libero scambio con la Turchia, come una coltellata alla schiena sull’Unione Europea.

E anche qui, la grande vecchia maitresse del bordello imperialistico, la vecchia Inghilterra, scende discinta in pista a corteggiare il portafoglio di uno dei più infami criminali del pianeta oggi in circolazione, il premier turco Erdogan.

Per fare contento il quale, con perfetta tempistica di corteggiamento fra offerenti in competizione, e cioè proprio in prossimità del capodanno, un tribunale italiano nel suo piccolo ha riesumato la fattispecie della “sorveglianza speciale” a carico di una giovane torinese rea di avere combattuto in siria con le YPD curde contro le bande dell’ISIS organizzate dallo stesso Erdogan.

Questa è il primo gennaio 2021, la condizione da bordello di tre grandi democrazie avanzate: Italia, Francia, Gran Bretagna.

Questo è “lo Stato” nella sua essenza non detta, ma nemmeno nascosta; perchè non si cura ormai nemmeno di un minimo pudore.

Io sono con Eddi, sono con Patrick Zaki, e sono con i genitori di Giulio: noi siamo lo Stato!

E così un augurio, uno solo, mi sento sinceramente di voler fare, a me e a tutti quelli cui voglio bene: che tutti gli anarchici siano nostri compagni, e che noi si sia capaci di onorare sempre l’anarchia come nostra madre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUESTO NON È UN MONDO BELLISSIMO storia di Agitu e di capre

QUESTO NON È UN MONDO BELLISSIMO
storia di Agitu e di capre

di Gian Luigi Deiana

 

Fino a ieri mattina non avevo mai sentito parlare di Agitu Gudeta, una donna etiope capitata in Italia in ragione di una fuga obbligata dal suo paese in regime di guerra.

Capitando in Trentino un pò di frequente, finora associavo le capre di quelle montagne ad Heidi, la bambina cui sorridono i monti, perchè nella realtà è difficile ormai trovare capre lassù, come anche da ogni altra parte.

Invece Agitu è riuscita a metterne insieme un bel pò.

C’è riuscita la montagna, e c’è riuscita la capra.

Questo è il punto fondamentale: una donna in fuga, una montagna abbandonata, e un animale domestico in estinzione.

Tre antichi destini segnati, che legati insieme partoriscono un destino nuovo: letteralmente “un mondo bellissimo”.

Ora la creatrice di questo destino impensato è morta: ma prima di essere sgomentati da questa morte, e dopo averne pianto la sepoltura, è necessario conservare il significato.

Infinite scene di mondo possono essere ricreate e innumerevoli donne sono in grado di farlo.

Piante e animali possono esistere al di fuori di riduzioni seriali in macchine da carne e da latte, da frutta o da ortaggi.

Questa possibilità non deve più essere pensata nei termini delle vicende eccezionali o delle intraprese sovrumane, come ci si è presentata Agitu Gudeta, ma nei termini della normalità: altrimenti il prezzo non sta solo nel destino di marginalità perenne di migliaia di immigrati o di giovani, ma anche nel destino di desertificazione di migliaia di chilometri quadrati di territorio e nel destino di estinzione di tutte le famiglie animali e vegetali non corrispondenti ai ritmi della sovrapproduzione seriale.

La vicenda di Agitu non è quindi materia di un film di frontiera, e nemmeno di un corteo triste con le candeline: è invece un problema politico grande quanto l’incalcolabile spreco di montagna, di campagna, di bosco e di beni della terra.

Agitu non è il nome di una vicenda individuale finita tragicamente, è invece il nome di una assenza di mondo necessario.

Vi è poi il modo della tragedia.

A sangue ancora caldo i nostri stupidissimi social socializzavano frenetici il fatto che la donna in precedenza fosse stata molestata da un vicino, con l’usuale contrassegno razzistico.

Quindi la trama dei nostri reality mentali prefigurava di lì a poche ore una conclusione rispondente ai nostri bisogni di autoconferma, magari come è stato per il caso del giovane Willy Monteiro ad Artena o del bracciante Sacko Soumayla a Rosarno;

Ma non è andata così: Agitu è stata semplicemente uccisa da uno di quelli che lavoravano con lei, un giovane ghanese preso su dalla vita di strada.

Non conosciamo in dettaglio il movente, se denaro o delusione o rancore: conosciamo solo la regola dominante, sono gli uomini quelli che ammazzano le donne.

Sono i maschi quelli che affidano all’omicidio la risoluzione di un problema.

Plasticamente, quando sono le donne a partorire una trama di vita.

Millenni di storia sono testimoni di tutto questo.

Insomma, come cercò di indicare un poeta, qualche delitto senza pretese lo abbiamo anche noi, qui in paese.

Certamente saremmo forse più tacitamente soddisfatti, più autoconfermati in noi stessi se potessimo ora disporre di un colpevole corrispondente alle nostre buone attese e al nostro latente bisogno di vendetta.

Ma non è così, e se possiamo trarne una lezione essa sta nel confessare a noi stessi anche il carattere oscuro della nostra abitudine a giudicare, del tutto simile a quello di chi in materia di immigrazione la pensa all’opposto di noi.

Questo non è un mondo bellissimo, nemmeno coi buoni propositi: è un mondo di contraddizioni atroci che non risparmiano nemmeno la virtù.

Con tutto questo, da me che quanto posso ne piango, un augurio profondo quanto ne sono capace: alla montagna e agli animali che la abitano.

Consiglio di lettura per il nuovo anno: per nuove consapevolezze. “Sono morto come un vietcong”. Leucemie di guerra – di Giulia Spada

A Fora de sa Sardigna
(Contro le guerre, contro le armi e contro l’assurda e devastante occupazione militare della nostra terra).

Consiglio di lettura per il nuovo anno:
per nuove consapevolezze.

Nicola Giua
COBAS Sardegna

 

“Sono morto come un vietcong”.
Leucemie di guerra

di Giulia Spada,
edito da ‘Sensibili alle foglie’.

 

Sono morto come un vietcong è un viaggio nella Sardegna contemporanea militarizzata e colonizzata da eserciti di tutto il mondo, che scelgono i suoi Poligoni per testare le armi utilizzate nei vari teatri di guerra della Terra.
La voce narrante è il padre dell’autrice, un professore di scuola media in un piccolo centro nel sud dell’Isola, che racconta capitolo dopo capitolo ciò che accade intorno a lui: persone che muoiono di leucemie e tumori, animali che nascono deformi, l’attività della base militare vicina al paese.
L’autrice sceglie la forma del racconto per sollecitare una parola sociale intorno agli orrori della guerra in casa nostra, e nello specifico per offrire un ribaltamento di sguardo e riflettere sul fatto che in questi luoghi non si muore solo di leucemie o tumori, ma di guerra, e che dunque chi rimane sono orfani, orfane, vedovi e vedove di guerra.

 

GIULIA SPADA, laureata in antropologia culturale, si specializza prima in antropologia medica e poi in antropologia della morte.
Sviluppa progetti inerenti al fine vita.
Per queste edizioni ha pubblicato, nel 2016, con Annino Mele, Quando si vuole; con Luigi Spada, Cinque globuli rossi; nel 2018, con Nicola Valentino, La porta del mare.

 

MARILINA RACHEL VECA, membro onorario dell’Associazione Vittime Militari e Familiari delle Vittime, presieduta dall’Ammiraglio Falco Accame; membro dell’Associazione Nazionale Vittime Uranio Impoverito; ascoltata come esperta in audizioni parlamentari in Italia e in Serbia sugli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito.

 

Leggi la recensione di
Francesca De Carolis:

 

«Sono morto come un vietcong». Leucemie di guerra

Alessandro Barbero: “L’insegnamento è il più frustrante dei mestieri moderni”.

“L’insegnamento è il più frustrante dei mestieri moderni”.

Lo storico, accademico e scrittore italiano Alessandro Barbero a OggiScuola.

 

Gli insegnanti oggi sono una vera e propria categoria “sotto attacco”, da cosa crede che dipenda questo radicale cambiamento nei confronti di una classe che fino a dieci anni fa, era stimata e rispettata?

Intanto, io direi non dieci, ma venti o venticinque anni fa: l’aggressione è cominciata allora.
Le cause sono: a livello immediato, la svolta a destra della politica italiana.
Questo ha comportato l’antipatia evidente di molti governi nei confronti di un mondo, quello degli insegnanti, tradizionalmente considerato di sinistra.
Ma più in profondità, e in modo più insidioso, la svolta a destra dell’intero mondo occidentale, l’ideologia unica del profitto, l’esaltazione dell’imprenditoria come sale della terra.

Ne risulta una classe dirigente che non capisce letteralmente più a che cosa servano la cultura, l’insegnamento, lo spirito critico. Quando lo capisce, li considera dei pericoli da neutralizzare.

La recente introduzione dell’alternanza scuola-lavoro è un passo importante nella distruzione del diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto: passare l’intera infanzia e adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare, non è più un diritto né un ideale, ma viene presentato come un lusso o una perdita di tempo, che allontana dal cosiddetto mondo reale.

La scuola non deve produrre teste pensanti, ma esecutori, tecnici: è solo in questi termini che la classe dirigente riesce a concepirla.

 

L’insegnamento oggi, sia in ambito scolastico che universitario, significa doversi costantemente aggiornare.
Crede che sia più complesso essere al passo con i tempi nella scuola o negli atenei?

E’ certamente molto più complesso nella scuola.
La scuola è stata aggredita molto prima dalla nuova cultura della pianificazione, dell’offerta formativa, delle sigle ridicole, della burocrazia kafkiana e della perdita di tempo istituzionalizzata; l’università sta subendo questa aggressione solo adesso (senza, peraltro, aver imparato niente da quello che è successo alla scuola).

Ma all’università c’è comunque una maggiore autonomia del docente, che se ha già fatto carriera, o se rinuncia a farla, può difendersi meglio dall’immensa mole di perdite di tempo e frustrazioni che schiaccia gli insegnanti.

 

Burnout. Come crede che si debba intervenire?

Io non ho nessuna idea su come si possa fare per combattere il fenomeno del burnout.
O meglio, so benissimo che verrebbe ridotto drasticamente se gli insegnanti fossero assunti regolarmente, pagati bene e lasciati lavorare in pace.
Siccome queste appaiono oggi condizioni da favola, del tutto irrealizzabili, e fare l’insegnamento non è più soltanto uno dei lavori più faticosi del mondo, come è sempre stato, ma anche uno dei più frustranti (cosa che non era fino a vent’anni fa) il dilagare del burnout è inevitabile. Prenderne atto sarebbe già molto.

 

Se potesse dare un consiglio alla classe docente di oggi, cosa indicherebbe?

Cominciare a combattere apertamente tutto ciò che in cuor loro riconoscono come offensivo, inutile, frustrante, senza avere il coraggio di dirlo.
Non compilare le scartoffie superflue, non andare alle riunioni che fanno perdere tempo, togliere il saluto a chi parla di meritocrazia. Isolare nel disprezzo i dirigenti scolastici che si prestano alla distruzione della scuola e all’umiliazione degli insegnanti; e queste cose dirle e spiegarle ai ragazzi e alle loro famiglie. L’insegnamento non può morire.
E’ una battaglia e le battaglie si rischia di perderle, ma quando è il momento bisogna comunque combatterle – o arrendersi.

(Tratto da OggiScuola)

IO, TU, E LE COSE: trarre anche al Natale, un qualche senso – di Gian Luigi Deiana

IO, TU, E LE COSE
trarre anche al Natale, un qualche senso

di Gian Luigi Deiana

Un minuto fa ho scritto il titolo qui sopra e poi anche il sottotitolo, col proposito di riportare il cosiddetto Natale alla sua piccola dimensione e di immaginare che cosa ci si fa e cosa ci si può fare.

Però questa volta caro Gesù siamo in un vero pasticcio perchè un conto è ciò che sul Natale avrei potuto dire in genere e un altro conto è ciò che ci càpita addosso quest’anno.

Il Natale in genere è stato per tanti anni (per me) quel giorno in cui comunque tuo padre e tuo fratello più grande devono andare a mungere pecore, cui da pochi giorni è stata sottratta la figliatura, e tua madre e tuo fratello più piccolo devono mettere legna a un camino da prima mattina, per fare formaggio.

E io che non ho mai imparato a mungere e nemmeno a fare formaggio ho il privilegio di alzarmi più tardi, però quale che sia il tempaccio là fuori devo andate lassù a portare quelle bestie a pascolare, almeno fino al tepore del primo pomeriggio.

lo giuro, l’ho fatto tutte le volte che era necessario e quindi innumerevoli volte.

Quando c’era neve almeno qualche ora, quando era di tramontana bisognava farsi guidare dal gregge verso una china riparata, dove le bestie potessero stazionare in una specie di trinceramento coi loro corpi.

Però altre volte c’era anche il sole.

Io non ho mai imparato a mungere e nemmeno a fare il formaggio, è davvero un rammarico che porterò gelosamente alle verdi praterie, un giorno, ma quanto a portare un gregge bianco al pascolo ed entrare in sintonia con quel movimento di corpi, (di anime, per me), a casa non mi batteva nessuno: lì ero bravo, io credo.

Ora, cosa c’entra questo col cosiddetto Natale?

Non so, c’entra solo perchè mi sovviene.

Io e i miei fratelli andavamo alle scuole, e quindi è chiaro che nei giorni qualsiasi erano soltanto mio padre e mia madre a fare tutte quelle cose. Ma per tutto il periodo di Natale no, mamma non voleva.

Era bello, immensamente bello quel giorno vissuto respiro dopo respiro.

E candidamente triste, con quella specie di densità dell’aria che si crea respirando nel freddo, con tutta quella fragile vita accanto intristita dalla sottrazione della figliatura.

Insomma se il cosiddetto Natale ha un senso, esso sta nella possibilità di essere un “vero” giorno qualsiasi, denudato da eleganze, festaiolità, circostanza, spot, cortesie, auguri ecc..

Un “vero” giorno qualsiasi: dal punto di vista di chi dal suo tempo qualsiasi non può “mai” elevarsi al rango di festa: sia esso solo, o gregge, o in gabbia, o in fuga, o incerto a se stesso …

Il vero problema di questi tempi non è la festa, è la quotidianità.

Dietro tante scemenze sul “vero” significato del Natale sta la nuda ombra sul vero senso di ogni giorno, ogni giorno qualsiasi, quello in cui si cerca di provvedere alle cose, e cioè quelle cose che non si fanno quando è festa.

Bene belli miei, questa volta siete accontentati: augurandoci che tutto vada bene, i più tra tutti noi non potranno fare “cose”, quali che siano, per almeno una decina di giorni: niente di niente, Befana compresa; forse la scopa, speriamo.

Però abbiamo forse una estrema occasione di misurare cosa significhi la perdita delle cose, intese come le cose qualsiasi che anche i bambini facevano fino a una generazione fa, come con pecore o vacche o con un martello e del legno o con acqua o con fuoco.

Senza le cose, io a te non ti vedo.

Tu non vedi me.

Noi non vediamo, non vediamo, mio Dio, nessuno senza le cose vede nessun altro.

Questo è il senso.

 

 

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