è proprio inutile continuare a rifletterci sopra: cercare di spiegare le logiche perverse del pil, il prodotto interno lordo, è come spiluccare la testa all’asino: tuttavia, proviamoci ancora sam;

come tutti sanno il campionato mondiale tra l’acqua e il fuoco si gioca a calendario stagionale: l’acqua vince sempre in tardo autunno e in inverno e il fuoco vince sempre in tarda primavera e in estate; le due squadre vanno a riposo solo per qualche settimana ma a volte escono fuori a sorpresa anche in quelle; la parte più tragica e più comica la fanno gli spettatori, che ogni volta restano strabiliati dalle nuove gesta di cui l’acqua e li fuoco sono capaci in campi da gioco spesso sconosciuti e incredibili;

poiché il fuoco arde fino a bruciare tutto e l’acqua bagna fino ad annegare tutto, l’unica possibilità per limitare l’esito in catastrofe è che una buona volta gli spettatori si impadroniscano del campo e si mettano a giocare loro: e precisamente si mettano a giocare in estate per prevenire le catastrofi invernali dell’acqua e si mettano a giocare in inverno per prevenire le catastrofi estive del fuoco;

ciò significa che bisogna ficcarsi in testa che un paese che tiene la disoccupazione giovanile al trenta per cento e che contemporaneamente cementifica le valli per favorire le catastrofi d’acqua e lascia l’incolto all’incuria per favorire le catastrofi di fuoco finisce per strutturare il pil come pil della catastrofe; è un pil che incorpora una quota immensa di denaro, quindi di profitto e quindi di spreco; il risultato, ogni volta, è quello che ciascuno può vedere “sul terreno”, e che è per definizione “incalcolabile”;

l’unica alternativa alla strutturazione del pil incalcolabile della catastrofe è la strutturazione del pil calcolabile dell’occupazione; è vero che occupare lavoratori a curare sistematicamente gli alvei fluviali e il sottobosco rurale non rende, cioè non produce una merce da immettere nel circuito mercantile, mentre l’alluvione o l’incendio fanno girare elicotteri, motopompe, ospedali e pompe funebri, e quindi ogni economista degno di questo titolo si batterebbe per avere più città allagate e più terra bruciata, ma che senso ha tutto questo? ha un senso, ed esattamente un assoluto controsenso;

non si tratta di acqua o di fuoco, ma di cura o di incuria ovvero di vita o suicidio: cioè di lavoro nel senso primordiale del termine, che resta l’unico senso che conta.

Gian Luigi Deiana