non ho intenzione di giudicare qui ed ora la crisi interna del venezuela ed il ciclone che sta per investire il paese: non ne ho il diritto e poi sarebbe un giudizio approssimativo come un altro; intendo invece richiamare alcune illuminanti questioni passate, che si citano solo di straforo anche nei libri di storia;

il venezuela è una nazione molto giovane, nel senso che ha solo duecento anni; nei tre secoli precedenti era parte dell’impero coloniale spagnolo, che andò in pezzi appunto nei primi decenni del diciannovesimo secolo disseminando l’america di latina di grandi speranze e di nazioni indipendenti; beninteso, i processi di indipendenza erano comunque guidati dalle classi proprietarie ispaniche native americane, con tutte le contraddizioni che ne conseguirono: borghesie urbane monopoliste del commercio, borghesie latifondiste schiaviste ecc.; tuttavia il venezuela si affacciò alla storia con un grande capo rivoluzionario e un grande processo di emancipazione: si trattava di simon bolivar e della rivoluzione bolivariana; e questa fu l’infanzia della piccola bellissima creatura;

disseccatosi il cordone ombelicale che legava l’economia del paese a quella spagnola, la giovane nazione bisognosa di investimenti e di nuovi partner commerciali fu corteggiata insistentemente e molto da vicino; troppo da vicino: non era più una nazione bambina e finì col riporre la sua fiducia in troppe mani sbagliate; nel 1901 l’immancabile gran bretagna, la germania e addirittura l’italia usarono l’arma della scadenza dei prestiti e degli interessi sul debito mettendo in atto un grandioso blocco navale; la giovane nazione si vide costretta ad accettare le profferte del grande vicino americano, gli usa, trovandosi così vincolata ad un altro protettore: passò così dallo stupro a tre all’induzione alla prostituzione, e questi sono solo eufemismi;

in realtà né la germania né l’italia erano in grado allora di garantire prestiti ad altri paesi, essendo asfittico e pressoché immaginario il loro sistema bancario; la germania stava sprofondando in investimenti finanziariamente scoperti nello scacchiere mediorientale, per vincolare l’impero ottomano e potersi connettere ai giacimenti dei paesi arabi; l’italia si lanciava in imprese coloniali scriteriate muovendo gli scandali bancari come pedine di partita tra consorterie politiche; e l’inghilterra si trastullava nella sua lunga supremazia dei tavoli verdi, salvo che di lì a poco, nel 1907, si verificò il primo grande crack dell’economia mondiale; la gran parte dei prestiti era stata realizzata senza copertura, nel legame perverso tra finanza privata e banche centrali; esordiva quel fenomeno criminale mai sconfitto denominato già allora “imperialismo”;

fu così, da quella crisi a effetto domino del 1907, che partì il conto alla rovescia del primo conflitto globale, quello scontro generale che in capo a quattro anni di guerra avrebbe lasciato sul campo, su steppe innevate, colline con vista sul reno e dorsali carsiche dieci milioni di morti;

già allora quello sulla giovane creatura americana fu uno stupro di gruppo, ma sui libri di storia è chiamato simpaticamente “politica delle cannoniere”; ora quella giovane dal nome così poetico è una donna matura, segnata dagli anni, dal dissanguamento e da quel passato che non passa; nessuno sa oggi come si evolverà la sua piccola storia ignobile, e soprattutto nessuno sa chi la scriverà, la pagina attuale.

Gian Luigi Deiana